"Dei concerti ci manca non (solo) la musica, ma la connessione umana" parola di Dave Grohl

Da quella volta che si ritrovò Bruce Springsteen sotto il (suo) palco, al rapporto con il pubblico degli U2: il cantante dei Foo Fighters spiega perché la musica live ci avvicina, e rende tutti umani (persino Freddie Mercury)

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Che la pandemia da Covid-19 abbia cancellato momentaneamente tutto ciò che davamo per scontato, dalla cena al ristorante al viaggio all'estero, è un dato con il quale ci confrontiamo, ancora con stupore, tutti i giorni. Governi ed enti pensano a nuove metodologie con le quali affrontare il futuro, per tornare, con lentezza, alla normalità delle interazioni sociali come le conoscevamo, ma non è detto che sia possibile farlo. E tra gli eventi destinati inevitabilmente a cambiare, per ora, ci sono quelli legati all'industria musicale. Concerti, festival, manifestazioni, raduni di appassionati di indie: se abbiamo già analizzato costi e problematiche dello stop imposto a tutto il settore dalla pandemia, non siamo ancora riusciti a soffermarci su quanto, a livello emotivo, ci manchi la connessione umana che si crea tra perfetti sconosciuti, sotto il palco di un artista amato da entrambi, per motivi diversi. E a parlarne, di recente, è uno abituato a stare sopra il palco: Dave Grohl, il leader dei Foo Fighters. Una carriera iniziata già negli Anni 90, quando era il batterista di una band entrata nell'immaginario collettivo, i Nirvana, oggi Dave prosegue una carriera di successo con il gruppo nato dopo la fine della formazione con Kurt Cobain.

Dave Grohl ai tempi dei Nirvana: nella foto insieme a lui Ru Paul, Kurt Cobain con Courtney Love e la loro figlia Frances Bean, e il bassista Kris Novoselic, agli MTV Music Awards del 1993
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E in un recente articolo per l'Atlantic, ha raccontato in prima persona cosa rende epocale e irripetibile, un'esperienza come quella dei concerti. "La monotonia e la cucina limitata da quarantena (anche se la mia lasagna è ormai perfetta!) sono piccolezze, e mi rendo conto che quelli di noi che non devono lavorare in ospedale o nell'ambito delle consegne, sono da considerarsi fortunati, ma nonostante tutto, ho fame di un buon vecchio piatto di rock and roll dal vivo, il prima possibile. Quel genere di evento che ti fa andare il cuore più veloce, ti fa muovere il corpo, e ti fa vibrare di passione l'anima", esordisce Dave. Ma il suo non è il discorso di un professionista consumato quanto di un appassionato ascoltatore e frequentatore dei concerti (degli altri). La connessione umana che si stabilisce tra gli ascoltatori, e tra gli ascoltatori e i musicisti, è un collante che trascende le categorie, e che ci mostra gli altri nella loro meravigliosa umanità. E per farlo, Dave Grohl cita esempi, come nel caso del leggendario concerto dei Queen al Wembley Stadium del 1985, in occasione del Live Aid. "Non c'è nulla come l'atmosfera e l'energia della musica dal vivo. Si tratta di una delle esperienze più piene di vita esistenti, quella di vedere sul palco, in carne e ossa il tuo artista preferito. Anche i nostri supereroi preferiti diventano umani, dal vivo. Durante quel giorno, non fu necessariamente la performance musicale a far entrare i Queen nella storia, quanto la capacità di Freddie Mercury di connettersi con il suo pubblico. Quel legame trasformò quello stadio usurato (il Wembley fu costruito nel 1923 e poi demolito nel 2003, sostituito da una nuova struttura con lo stesso nome, ndr) in una cattedrale del suono. Alla luce del giorno, Freddie, con la maestosità che lo distingueva, fece di 72 mila persone il suo strumento, unendosi a loro in un armonioso unisono".

Freddie Mercury durante l’esibizione al Live Aid, allo stadio di Wembley del 1985
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Una magia il cui effetto è potenziato, nel caso nel quale si preferisca per show più intimi, privi di quegli spettacoli pirotecnici che a volte sono un'altra motivazione che spinge gli amanti della musica a comprare il biglietto per un concerto che è anche un evento. "Non mi dimenticherò mai della notte nella quale ho visto gli U2 esibirsi a Washington. Era l'Elevation tour del 2001, una produzione gigantesca. Ho atteso che le luci si spegnessero, per perdermi in un evento che rappresentava lo stato dell'arte del rock" spiega Dave. "Con mia grande sorpresa, però, la band è salita sul palco senza che nessuno li annunciasse, e ha iniziato a suonare senza tutti i laser e gli schermi a Led a cui ci siamo abituati negli anni. La mossa ha stupito il pubblico, e ha dato il via a un concerto su una nota "grezza" nel senso di estremamente personale. Senza le luci stroboscopiche e i laser, quell'arena sembrava diventare un nightclub, dove ogni imperfezione era visibile. E non è stato di certo un caso: è stata una lezione su come creare l'intimità. E con quel piccolo gesto, ci siamo ricordati che, alla fine del giorno, siamo tutti solo esseri umani, che abbiamo bisogno del contatto con gli altri."

E infatti, racconta Dave, dismessi i panni delle rockstar, persino le rockstar vanno a vedere i concerti mischiandosi nella folla, senza optare per qualche parterre vip dal quale godersi lo spettacolo a distanza di sicurezza, osservando chi scalpita sotto palco. E Grohl non parla solo per esperienza personale, ma cita anche un altro, tra i più famosi performer mondiali che si cala un cappellino sulla testa, e si gode il concerto in prima linea: Bruce Springsteen.

Bruce Springsteen nel 2009 al Tampa Stadium in Florida
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Dave spiega infatti di aver scoperto che Bruce sarebbe andato a un suo concerto "per vedere la band di apertura", ammette con un certo sconforto, per poi rendersi conto che The Boss – conosciuto per i suoi show da sempre privi di luci e fronzoli tecnologici ma estremamente fisici – era rimasto per tutta la durata dell'evento. Il giorno dopo, a quanto spiega Grohl, gli è arrivato un biglietto scritto a mano su carta intestata dell'hotel, dove Bruce si complimentava. "Quando guardi il pubblico, dovresti rivederti in loro, perché loro si rivedono in te". Un consiglio prezioso, quando viene da uno dei protagonisti assoluti delle arene e degli stadi, capace di trascinare il suo pubblico eterogeneo e composto ormai da tre diverse generazioni, in uno stato di beatitudine e sintonia con il prossimo, che va oltre la semplice musica, ma fa da colonna sonora a una ritrovata condizione di "umanità". Una lezione che Dave ammette di aver imparato, concludendo con una dichiarazione d'amore a un genere intero, quello degli amanti della musica, imperfetto e per questo bellissimo. "Io vi vedo. Vi vedo quando muovete in aria delle bacchette immaginarie, seguendo il ritmo della vostra canzone preferita. Quando ridete, e urlate e piangete. Vi vedo quando sbadigliate (sì, vi vedo). Vi vedo sostenere concerti a temperature sotto lo zero o sotto la pioggia. E ho visto crescere alcuni di voi, che ora portano con sé i figli con le cuffie protettive. Nel mondo di oggi, è difficile immaginare di poter rivivere ancora esperienze di condivisione di questo tipo. Non so quando ci saranno le condizioni di sicurezza necessarie per tornare a cantare abbracciati, muovendo i corpi e facendo esplodere le anime di vita. Ma so che lo faremo ancora, perché dobbiamo: non è una scelta. Siamo umani e abbiamo bisogno di momenti che ci rassicurino che non siamo soli. Che siamo compresi. Che siamo imperfetti. E, cosa più importante di tutte, che abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Ho condiviso la mia musica, le mie parole, la mia vita, con chi viene ai nostri concerti. E loro hanno condiviso la loro voce con me. E senza quel pubblico – che suda e che urla – le mie canzoni sono solo un suono come un altro. Ma insieme, siamo strumenti in una cattedrale del suono, una che costruiamo insieme sera dopo sera. E che, di sicuro, ricostruiremo ancora."

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