Che mare troveremo dopo il lockdown per il Coronavirus?

Per la Giornata Mondiale degli Oceani 2020 abbiamo cercato di capire come sta il Mar Mediterraneo dopo averlo lasciato "riposare" per tre mesi.

mar mediterraneo 2020
Courtesy Marevivo/Marcello Di Francesco

Da Trieste a Messina, da Portofino a Polignano a Mare: nei tre mesi del lockdown dovuto al Coronavirus nel Mar Mediterraneo risuonava solo una piacevole calma, perché praticamente tutte le attività umane si erano fermate. Era un'occasione imperdibile per studiare meglio cosa stava succedendo sotto la superficie del mare che bagna l’Italia. Per questo 60 subacquei si sono immersi in trenta località per raccogliere video, audio e materiali utili alla ricerca, nell'operazione Il mare ai tempi del Coronavirus. Erano nuclei dei carabinieri, della guardia costiera, della polizia e della onlus Marevivo che da oltre 35 anni lancia campagne e si impegna attivamente sul territorio per tutelare il mare. Come racconta la presidentessa di Marevivo Rosalba Giugni: «Abbiamo visto tutti come gli animali marini in quel periodo riprendevano possesso del loro habitat. Delfini e squali hanno visitato i porti, si sono avvicinati alle coste e, in generale, sono avvenuti molti più avvistamenti proprio per il fatto che gli animali non erano disturbati dalla presenza degli uomini».

In superficie la salute del mare sembrava quindi migliorata e la ricerca ha confermato quanto sia ancora ricca la biodiversità del Mediterraneo. I pesci e gli altri animali, meno diffidenti del solito, si sono avvicinati ai sub in missione e agli strumenti che ne hanno registrato le "voci" in un silenzio mai sentito prima. «Tre mesi non sono bastati al mare per poter notare dei cambiamenti visibili in profondità», dichiarano però i coordinatori scientifici della ricerca, «un esempio ci arriva dalle Aree Marine Protette, dove ci sono voluti tempi più lunghi. Infatti, solo dopo anni di protezione ora nei loro fondali c'è un ritorno di vita spettacolare, come la presenza continua dei grandi animali ma anche della vita di piccoli e preziosi esseri indispensabili per il buon funzionamento dell'ecosistema marino. Purtroppo nelle immagini registrate abbiamo notato ancora un grande impatto delle attività umane, come rifiuti di ogni genere: reti abbandonate, reste di plastica utilizzate nella mitilicoltura (allevamento delle cozze, ndr), batterie, pneumatici e per ultimi anche mascherine e guanti conseguenze del Covid-19».

Questi risultati non fanno che stimolarci a tenere l’attenzione sempre alta sulla salute dei mari e del Mediterraneo in particolare. In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani (8 giugno) è bene celebrare quindi le nuove Bandiere blu 2020 delle spiagge italiane, che sono ben 12, dalla Liguria fino a Calabria e Campania (per un totale di 195 località di mare e di lago). Ma è anche bene continuare a raccontare cosa dobbiamo fare per proteggere il polmone blu che permette al nostro pianeta di vivere, come spiega in quest'intervista Rosalba Giugni, presidentessa di Marevivo.

Come sta il Mar Mediterraneo, il Mare Nostrum?
Come ha dimostrato il progetto portato avanti nei mesi del Coronavirus sta abbastanza bene, ma potrebbe stare meglio. Il Mediterraneo è uno dei mari più piccoli del mondo, un bacino semichiuso. Eppure è considerato un "hotspot di biodiversità", cioè una regione con un'elevata diversità di ambienti e di organismi, con un numero stimato di oltre 17mila specie ovvero circa il 7,5% degli organismi marini presenti sul pianeta. Delle dieci specie di cetacei segnalate nell’intero bacino mediterraneo, otto sono regolarmente presenti nei mari italiani e questa è comunque una buona notizia.

Quali sono i problemi principali del Mediterraneo?
Quelli che probabilmente immaginate: inquinamento da plastica, cementificazione delle coste, pesca non sostenibile, diffusione di specie provenienti da altri mari, cambiamento climatico, frammentazione e distruzione degli habitat. L'istituzione di un numero sempre maggiore di aree marine protette è uno degli strumenti per arginare il suo declino.

Quante sono le aree marine protette e come sono gestite?
Nell'intero Mar Mediterraneo sono oltre un migliaio e gran parte di queste è stata istituita da più di dieci anni, solo 46 hanno più di vent'anni. Questo vuol dire che sono a diversi stati di funzionamento. Certamente la scarsità di fondi di cui molte soffrono incide sulla loro capacità operativa.

E quelle italiane come se la cavano?
Ecco un dato significativo: in Italia i parchi nazionali sono finanziati con 81 milioni di euro l'anno, mentre le aree marine protette ricevono solo 7 milioni. Nonostante le risorse economiche non adeguate, possiamo dire che tutte le nostre aree marine protette svolgono un importante lavoro nella tutela, ricerca, formazione. L'Italia vanta un primato di cui andare orgogliosi: abbiamo 32 Aree Marine Protette, tra le quali due parchi archeologici sommersi –Baia e Gaiola in Campania – e il Santuario Internazionale per i Mammiferi marini, un'area protetta creata con un accordo internazionale tra Francia, Italia e Principato di Monaco.

Un'attività importante di Marevivo è coordinarsi con altre associazioni per far approvare leggi che tutelino il mare, come quella che ha finalmente vietato le microplastiche nei cosmetici e i cotton fioc non biodegradabili. Qual è la prossima legge che volete far approvare?
Per combattere l'inquinamento da plastica è fondamentale che si approvata la legge Salvamare che prevede la possibilità per i pescatori di portare a terra i rifiuti che rimangono nelle reti anziché ributtarli in mare. Noi ci stiamo battendo per la sua approvazione e abbiamo chiesto anche l'introduzione di due specifici emendamenti su argomenti che ci stanno particolarmente a cuore. Uno riguarda l'installazione di sistemi di raccolta alla foce dei fiumi per intercettare la plastica prima che arrivi in mare e un altro l’obbligo di un'etichettatura visibile dei capi di abbigliamento che indichi la percentuale di fibre sintetiche e naturali contenute nel capo, e che riporti dei consigli su come lavare i tessuti per minimizzare l'inquinamento delle acque provocato dalle microfibre rilasciate durante il lavaggio in lavatrice.

La capacità del mare di auto-rigenerarsi quando è protetto è molto alta. È verosimile il calcolo dei 30 anni citato dallo studio della rivista Nature per riportare i mari in salute?
Sì, la capacità del mare di rigenerarsi, così come della natura in genere, è molto alta a condizione però che si interrompano il più possibile le condizioni di disturbo causate dalle attività umane, solo così 30 anni sono verosimili. Abbiamo visto che tre mesi non sono serviti a garantire dei cambiamenti visibili e duraturi.

Quanto è importante il ruolo del volontariato e della cura "dal basso" per la tutela del mare?
Il coinvolgimento delle persone è indispensabile per un cambiamento duraturo, se non c'è il contributo di ciascuno di noi le cose non cambieranno. Le attività di volontariato con azioni concrete sul territorio non solo aiutano la salvaguardia, ma creano anche una coscienza sul problema della tutela dell'ambiente.

Si può fare una pesca davvero sostenibile?
Difficile rispondere a questa domanda. Può sembrare impopolare da dire, ma dobbiamo essere consapevoli che le risorse ittiche si sono drasticamente ridotte, che il pianeta è sovrappopolato, la natura e la biodiversità stanno scomparendo e questo ci impone di riflettere sui nostri comportamenti oltre che sulla nostra alimentazione. L'overfishing è il primo problema di cui soffre in nostro mare oggi. Molte comunità dei Paesi in via di sviluppo hanno la pesca come unica fonte di sostentamento, mentre sappiamo che il consumo di pesce nei paesi industrializzati negli ultimi 30 anni è più che raddoppiato. Se si vuole affrontare il problema, si dovrebbe prevedere l'abbandono di pratiche distruttive tra cui la pesca a strascico che distrugge i fondali, la pesca di frodo con metodi illegali, oppure quello che viene chiamato "bycatch", cioè la cattura accidentale di specie diverse da quelle cercate e poi il loro rigetto in mare. Ovviamente il "finning", cioè il taglio della pinna degli squali, che poi vengono rigettati in mare moribondi, per farne la zuppa di pinne. Anche la caccia ai grandi cetacei che prosegue con la scusa della ricerca scientifica o della cultura popolare andrebbe abolita immediatamente e ovunque.

A cosa fare attenzione quando si acquista del pesce?
Scegliamo sempre pesce di stagione, che sia di provenienza locale, pescato con attrezzi sostenibili e controlliamo la taglia minima del pesce che vogliamo acquistare (le tabelle con le taglie si trovano anche online e sono aggiornate regolarmente, ndr): se è sottotaglia è stato pescato quando non aveva ancora raggiunto l'età per riprodursi con un grave danno per l'incremento di quella specie. Come per altri prodotti anche per il pesce è obbligatoria un'etichettatura, uno strumento che ci permette di verificare tra le altre cose la zona di cattura e gli attrezzi utilizzati. Impariamo a consumare meno e meglio!

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