E se puntassimo sul matriottismo?

In questa estate italiana ognuno saprà ritrovare ciò che si è perduto. Spaesati per mesi, viviamo un nuovo attaccamento per la nostra terra. Con la forza dirompente di un sentimento nuovo.

luigi ghirri, scardovari 1988
Luigi Ghirri, Scardovari 1988 ©Eredi di Luigi Ghirri

E poi, con tutte le limitazioni del caso, incerti e un po’ spaventati, siamo tornati di nuovo alla vita esteriore, alla ricerca di un nostro mondo speciale, l’angolo che soltanto noi pensavamo di amare quanto meritasse e pregavamo ci avesse aspettato, mentre noi guardavamo alla finestra. Quando ci hanno liberato, abbiamo cominciato a muoverci come gatti in una casa sconosciuta. Non era però soltanto perché spaesati o per paura di sprecare l’occasione: lo spettacolo dell’insensata bellezza di un pianeta senza esseri umani ci aveva spinto a domandarci come tornare a riempire questo vuoto. La separazione obbligata aveva risvegliato l’attaccamento per la terra attorno a noi.

Se torniamo ai mesi del lockdown, tra le conseguenze profonde possiamo riconoscere la scossa embrionale di un rinnovato sentimento patriottico, lontano dalla retorica dei cori del Mondiale e delle parate. La parola Paese, persino patria, da oggetto di culto dei sovranisti, in quest’assurda primavera è tornata a essere un bene necessario e di valore, perché l’emergenza ha rivelato la natura del legame nei confronti di chi condivide lo stesso destino, a iniziare dai confini. Abbiamo assistito a esempi straordinari di altruismo - ha funzionato più la rete spontanea di assistenza rispetto a decreti e certezze scientifiche - e riscoperto quella gravitazione gentile che ci lega alla nostra terra e a chi la abita. Il Paese è tornato così a essere prima di tutto la somma delle sue relazioni e molti di noi si sono comportati come il ramoscello della teoria del filosofo inglese Isaiah Berlin: un ramoscello si può piegare facilmente, ma reagirà sempre con la stessa forza con cui è stato piegato. Berlin scriveva che i cittadini di una nazione in guerra si comportano come ramoscelli pronti a scattare. Superata la crisi, possiamo continuare a reagire all’unisono, rifiutando ciò che ci aveva allontanato da un patto solidale con l’altro e il Paese?

Luigi Ghirri, Sabbioneta 1989 ©Eredi di Luigi Ghirri

Tocca a noi proteggere questo rinnovato senso di appartenenza, che in sé è già una bella parola. Abbiamo scoperto che la patria non è un’ideale ma un essere vivente e delicato quanto noi. È il tipo di patriottismo che descriveva Simone Weil: «Questo sentimento di pungente tenerezza per una cosa bella, preziosa, fragile». È il momento di guardare in faccia una parola antiquata: patriottismo. È un sostantivo maschile, sull’esempio del francese patriotisme. All’origine c’è l’aggettivo latino patrius - paterno -, eppure patria è femminile. È più di una questione etimologica: nell’emergenza del virus le nazioni che meglio hanno saputo agire e ripartire sono state quelle governate da donne. La loro reazione ha puntato sul fare; hanno parlato ai concittadini con un linguaggio empatico, sensibile ai problemi che ogni famiglia stava vivendo, con informazioni precise e norme chiare; all’opposto del narcisismo pieno di esternazioni dei maschi, da Boris Johnson a Bolsonaro, a Trump.

Per coltivare il tessuto umano di un Paese di nuovo e allevare la passione per la comunità rinata tra le rovine, più che il vecchio patriottismo servirà forse un nuovo, inconsueto, matriottismo? Oltre alla necessaria prevalenza dell’agire sul parlare, oltre all’empatia comunicativa, cos’altro potrà contenere questo neologismo? Nell’Italia che ci ha aspettato con l’ingenua fiducia presente nelle fotografie qui pubblicate, occorre portare un’inversione di tendenza. Negli anni del #MeToo, un termine è diventato popolare: reckoning (resa dei conti, ma anche restituzione di senso). Ci sarebbe bisogno di un reckoning per i diritti e le qualità del nostro Paese: ridare alla natura, all’arte, alla cultura da cui siamo nati e di cui nel momento della crisi abbiamo avvertito l’importanza, quanto è stato tolto. È il momento di pagare il debito contratto.

Il territorio è un essere delicato quanto noi: avremo imparato a chiedergli meno di prima?


Luigi Ghirri, Tellaro 1980 ©Eredi di Luigi Ghirri


E somiglia a un ritorno alle origini: l’immagine dell’Italia è sempre stata femminile, la madre patria è il ponte tra una generazione e l’altra, supera confini politici e istituzionali, è ciò che sopravvive alle epidemie, come spiega Giovanni Belardelli nel saggio L’Italia immaginata (Marsilio). Una volta i maschi dovevano combattere guerre, per difenderla. Oggi non servono armi, ma prendersene cura, approfondire la conoscenza. Nell’iconografia che rappresenta la madrepatria, sullo sfondo, ampio e invitante, si staglia il paesaggio italiano. Il patriottismo può esprimersi nella cura del luogo che è rimasto sullo sfondo. Se c’è una cosa che la pandemia ha insegnato è che non si può trattare la natura fingendo di essere un’entità separata: è stato un corso accelerato di ambientalismo.
Il territorio è un essere delicato quanto noi: avremo imparato a chiedergli meno di prima? Non c’era troppo mondo e rumore? Negli ultimi decenni, economia e tecnologia ci avevano spinto oltre i confini del qui e dell’ora, dentro una vita estesa artificialmente e dove la globalizzazione rimpiccioliva tutto. Il Covid-19 ci ha costretto a fare i conti con la finitezza, con un corpo limitato che è insieme il nostro e quello del pianeta. Dopo che ci siamo occupati così tanto del tempo a disposizione, è ora di chiederci che cosa fare dello spazio.
Occorre allora tornare a toccare la terra, lasciare le nostre tracce, “inforestarsi”, il che, spiega il filosofo Baptiste Morizot, significa collegarsi al territorio vivente lasciandosi colonizzare, investire, permettendogli di trasferirsi dentro di noi.

Luigi Ghirri, Ponza 1986 ©Eredi di Luigi Ghirri


Sentire in prima persona e senza quelle intermediazioni per cui bastava un parere diverso su un social per cancellare un regno dell’affetto. Possiamo spezzare questa dipendenza da un’opinione esterna e riorganizzare così la geografia in funzione del desiderio. Ci siamo confezionati anche l’idea che l’Italia e il resto del pianeta preesistessero, e noi insieme agli animali e alle piante lo abitassimo come figurine sopra uno sfondo inanimato. Non è così e abbiamo bisogno di guardarci con gli occhi di ciò che ci circonda. Ogni habitat è la somma di tutti i viventi, e nel nostro fortunato caso, anche di quanto i viventi hanno lasciato a noi nei secoli: nell’arte, in quella minima della quotidianità o nella grandiosa raffinatezza - almeno fino a un certo punto - dell’intervento sulla natura. Abbiamo la fortuna di vivere in uno dei luoghi più belli e invidiati, una terra ricca di potenziali epifanie terapeutiche, come racconta un libro del premio Pulitzer libico-americano Hisham Matar: Un punto di approdo (Einaudi). Reduce da un grandissimo dolore, nella contemplazione, nell’abbandonarsi quasi ai capolavori della pittura senese del Tre-Quattrocento, da Lorenzetti a Duccio di Buoninsegna, perdendosi dentro il meraviglioso dedalo urbano di Siena, l’autore trova una cura e una consolazione.

«La famiglia», ha detto in un’intervista un altro romanziere, lo spagnolo Manuel Vilas, «è l’unica patria che non ti abbandona in mezzo a una strada». Non dimentichiamocene ora che le porte si sono riaperte. Attraverso il ridimensionamento del presente, la clausura ha proposto la meraviglia dell’infanzia o di qualcosa del passato che avevamo trascurato. Senza eccedere nel consumato era meglio prima, in quest’estate italiana ognuno saprà ritrovare ciò che si è perduto in decenni di accelerazione centrifuga che ci ha condotto sempre più distanti dal centro delle nostre tradizioni.

Luigi Ghirri, Ravenna 1987 ©Eredi di Luigi Ghirri

Nel momento in cui s’inaugura un diverso legame con il Paese, è utile avere un’idea di quale sia, dove si trovi la propria patria. Nel mio caso s’identifica con una zona della Maremma in cui, in qualunque stagione, si avverte il rimescolarsi di sensazioni marine e terrene, con un lento passaggio dal blu al verde, dall’aria leggera e salata a quella densa e forte della campagna. Non è sbagliato limitare il proprio concetto di patria a uno schieramento di eucalipti, a sabbia, cicale e profumo di elicriso. Patria è il luogo dove il proprio pensiero se ne sta largo e che, se hai visto cento giorni di seguito, ti volti comunque a guardare mentre guidi, come il minuscolo aeroporto nella piana maremmana dell’Albegna: con una tenda bianca e una manica a vento strappata, sembra una piccola Africa.
Se è il tempo che hai perduto per la rosa, a fare di questa una rosa speciale, le nostre ore “perdute” non sono solo quelle trascorse confinati in casa, sono anche il tempo in cui con la mente noi andavamo troppo lontano rispetto a dove se ne stava il cuore. A isolamento concluso, il pensiero corre all’idea di riprendersi quanto perduto, ma è anche possibile che si ottenga più di quanto avessimo. Di solito ci si rende conto del valore di un rapporto quando si allontana: davanti ci sono settimane per ricominciare. È la sensazione di una seconda possibilità.

IL FOTOGRAFO Luigi Ghirri (1943-1992), uno dei più straordinari fotografi contemporanei, ha reinventato il modo di guardare il paesaggio italiano. Ora il MoMA di New York lo celebra pubblicando il libro Luigi Ghirri: Cardboard Landscapes (Paesaggi di cartone), che uscirà nei prossimi mesi. Le foto che vedete qui sono tratte dalle serie Paesaggio italiano e Il profilo delle nuvole - Immagini di un paesaggio italiano.

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