Rugby per bambini, quando a vincere è la squadra

La palla ovale è una lezione di vita. Certo ci sono placcaggi e fango, ma in questo sport dove c'è posto per tutti - bambine comprese - conta di più il rispetto per l’avversario.

rugby bambini
Lucio Convertini e Giacomo Rossi

Il potente sfonda, il piccolo si infiltra, l’alto salta, il guizzante corre. In una squadra di rugby c’è posto per tutti. Ognuno trova il suo, bambine comprese, come le pedine di una scacchiera o gli strumentisti di un’orchestra dove il suono perfetto è dato dalla musica d’insieme. Perché il rugby, quel gioco che ancora troppi pensano sia solo uno sport pericoloso con placcaggi, mischie e avversari a terra nel fango, in realtà è un mondo fatto di valori come il sostegno reciproco, la lealtà, il rispetto, l’autostima e l’amicizia, priorità che si insegnano ai componenti della squadra anche piccolissimi, e che li aiutano a crescere e ad affrontare le competizioni della vita.

I piccoli atleti dell’Amatori Union, squadra storica milanese.
Lucio Convertini e Giacomo Rossi

«Mi ha folgorato», dice del rugby il fotografo Lucio Convertini, lasciando trapelare tutta la sua passione per la palla ovale a cui è approdato sette anni fa grazie al figlio Amos. «Un mondo dove per fare meta occorre il contributo di tutti i giocatori, dove la velocità la fa il più lento, dove non si gioca “contro” ma “con” gli avversari, dove non si contesta mai l’arbitro, dove c’è sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e una mano per rialzarti, è decisamente una disciplina educativa. È per questo che, dopo anni da papà-spettatore fuoricampo, ho deciso di partecipare anche come educatore, supportando il lavoro degli allenatori. Purtroppo il Covid ci ha fermato per qualche mese, ma stiamo riprendendo, seppur tra mille difficoltà, perché il nostro è uno sport di contatto».

Il capitano Amos, 10 anni, che gioca da quando ne aveva 4.
Lucio Convertini e Giacomo Rossi

Quelle pacche di incoraggiamento e quelle mani sulle spalle del compagno, del resto, non sono assolutamente gesti banali: servono per vincere le frustrazioni di qualche sbaglio, di un passaggio perso, di una mischia mal gestita. Fanno capire che da terra ci si può sempre rialzare e correre verso la meta. Nel gioco e nella vita. Non dimenticando che ci si arriva passando la palla ai compagni di squadra. «Da soli non si fa nulla», spiega anche il minuto Amos, 10 anni, che considera gli amici della squadra «la mia seconda famiglia, dei fratelli che non mi abbandoneranno mai. Anche se mi placca un gigante ci sarà sempre un compagno che mi aiuterà, perché si vince col cuore e restando uniti».

Il capitano Amos, 10 anni, che gioca da quando ne aveva 4, al termine di una partita.
Lucio Convertinie Giacomo Rossi

Il mini-rugby in Italia è uno sport che si pratica dai 6 anni. E fino ai 12 anni la Federazione Italiana Rugby prevede che maschi e femmine giochino insieme. «Le bambine sono persino più coordinate nei movimenti», spiega Stefano Bertocchi, ex giocatore, oggi coach,
istruttore ed educatore dell’Amatori Union, una storica squadra milanese, «poi con la crescita, cambiando fisicità e aumentando la massa muscolare dei
ragazzi, è necessario separarli».

DAI 2 AI 5 ANNI Per loro ora c’è il RugbyTots, un’attività ludico-motoria ideata in Inghilterra e approdata anche in Italia. Due i punti cardine: la componente ricreativa - si gioca con un pallone di gomma piuma - e il richiamo a un mondo immaginifico, tipo una foresta fantastica coi leoni (rugbytots.it). «Nessun pericolo, solo un grande gioco», prosegue Bertocchi, che lo insegna. «Per tranquillizzare i genitori, aggiungo che i placcaggi negli under 12 possono avvenire solo dalla vita in giù, perché lo scopo non è buttare a terra l’avversario, ma fargli lasciare la palla. Certo, bisogna avere coraggio, imparare a superare i propri limiti, sfruttare gli errori degli avversari. Si avanza, si conquista ogni centimetro di campo cercando la soluzione migliore».

«È istruttivo anche per noi adulti che spesso ragioniamo in termini di bianco e nero, giusto o sbagliato. Qui, invece, dobbiamo spiegare ai bambini che il rugby è una questione di problem solving», aggiunge Convertini, «ovvero che con la palla ovale (che rimbalza sempre male) ci sono un’infinità di soluzioni che si possono adottare per recuperarla e portarla alla meta».

La squadra prima della partita.
Lucio Convertini e Giacomo Rossi

«Non amo la retorica sullo sport perfetto, perché ogni sport, soprattutto quelli di squadra, è educativo, ma è indubbio che nel rugby c’è molto di più», interviene Stefano Bertocchi. E cita le prime frasi del manuale della Federugby: «L’obiettivo è quello di creare uomini in grado di affrontare le competizioni a testa alta. Lo racconto anche ai bambini, specie quando si alzano presto la domenica per venire a giocare le partite, magari in inverno: una lezione di vita».

Ma c’è di più. Il potere del rugby è anche quello di uno sport che fa del fine partita e dell’attenzione anche fuori campo elementi fondanti. «Alla fine di ogni gara», termina Convertini, «si va sempre a mangiare insieme. Tutti. Lo sanno anche i genitori, che imparano ad aspettare con pazienza. È il famoso “terzo tempo”, un momento sacro: dopo le battaglie e le sfide dove ciascuno ci ha messo coraggio, risorse ed energie, si fa colazione o pranzo insieme. Serve per cementare l’amicizia, per raccontare o raccontarsi. E comunque, lo si fa sempre dopo aver pulito lo spogliatoio».

Già, perché anche questa è una regola importante: lasciare tutto in ordine per chi arriva dopo.

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