Le cascate d'oro di Fabrizio Plessi per Dior

Dior illumina Venezia con l'ultima opera d'arte del più famoso video-artista italiano

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Alessandro Garofalo

C'è una ragione in più per restare la sera a Venezia: le video-installazioni di Fabrizio Plessi. Seppure siano visibili anche di giorno, è proprio al tramonto che i Led trasformano piazza San Marco rendendola, con i suoi riflessi dorati, senza tempo.

La facciata occidentale di Piazza San Marco a Venezia illuminata dall’opera d’arte L’età dell’oro di Fabrizio Plessi
Alessandro Garofalo . Courtesy Dior

Sponsorizzata da Dior, "L'età dell'oro" è l'ultima fatica di questo "aborigeno digitale", come lui stesso ama definirsi. Il titolo potrebbe trarre in inganno se il riferimento è diretto al valore e allo scambio, al potere e all'invidia. Fabrizio Plessi toglie ogni dubbio: «Il mio è un oro incorruttibile e soprattutto è liquido, legato a Venezia, città dell'acqua». Nelle 15 finestre, alte 4,5 metri l'una, «che sembrano uguali, ma non lo sono mai nelle dimensioni per qualche centimetro», confida il maestro, scorre infatti una sostanza che non esiste in natura ma è creata dal talento digitale del team dell'artista di Reggio Emilia, ormai da più di 60 anni residente nella Laguna.

L’artista Fabrizio Plessi in Piazza San Marco. Sullo sfondo la sua opera L’età dell’oro
Alessandro Garofalo - Courtesy Dior

«Quando sono arrivato qui avevo 14 anni, volevo studiare arte perché sapevo disegnare. Frequentavo il mondo di Peggy Guggenheim. Era come un circolo in cui c'erano amicizie e opinioni. Una Venezia che non c'è più». Proprio per illuminare gli spiriti, il fervido ottantenne ha voluto modulare d'oro l'ordine superiore della facciata occidentale della piazza che dal 1600 meraviglia passanti e turisti. E anche i più disattenti non potranno non sentire la musica a supporto, che il compositore Michael Nyman ha voluto lenta e sospesa. Se poi si ha il tempo di guardare il ciclo completo dell'opera, apparirà anche un messaggio di pace. Pax Tibi, ovvero "pace a te", è la frase che appare in alcuni momenti. Un'esortazione che è stata ripresa dal libro che appare sulle bandiere con i leoni di Venezia.

La scritta Pax che fa parte dell’esortazione a trovare la pace in sé stessi nell’opera d’arte L’età dell’oro
Courtesy Dior

Nello stesso luogo che vent'anni fa ospitò Waterfire ovvero un energetico fuoco liquido, oggi a farsi notare è un fluido aureo che scorre all'infinito. «Se ho realizzato quest'opera di 58 metri, lo devo anche a Pietro Beccari (presidente e Ceo di Dior, ndr) che avevo conosciuto quando lavorava da Louis Vuitton nel 2008. L'ho ritrovato a un matrimonio a Sevilla e gli ho parlato del "mio" oro. Che non è statico ma si muove. Che splende sul nero della non cultura e dell'ignoranza. Anche e soprattutto con il Covid, Pietro mi ha dato la scusa per dare un nuovo senso a quello che già conosciamo».

Alcune finestre di L’età dell’oro di Fabrizio Plessi durante il giorno
Courtesy Dior

Che Dior poi stia vivendo un momento d'oro per merito dei direttori creativi donna (Maria Grazia Chiuri), uomo (Kim Jones) e gioielleria (Victoire de Castellane) è certo ma «la mia arte non vuole essere dominata da case d'aste e gallerie. Deve essere una creazione pura, al servizio di tutti», ammette l'artista che dal suo studio alla Giudecca, uno spazio immacolato e perfetto, sperimenta ogni giorno nuove possibilità. «Non vedo sui social grandi innovazioni, solo molto protagonismo. Quando ho iniziato io, ben pochi usavano i televisori o la tecnologia per trasmettere idee d'arte. Andava di moda la pittura da salotto, più borghese e rassicurante. Dopo anni di avanguardia, ora mi capiscono e questo mi gratifica. Anche se non mi fermo mai. La prossima mostra sarà nel 2021 a Ca' Pesaro di Venezia e ho già preparato 140 nuove opere. Avrò anche la sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano. E poi vedremo, ci sono stati anni in cui ho curato fino a 37 mostre personali in un anno. Per ora ricordo 540 esposizioni in 138 musei. E i disegni sono arrivati a 16mila. Perché io se non disegno, muoio».

L’ottuagenario Fabrizio Plessi mentre spiega il progetto di una sua opera d’arte a Saragoza
Alessandro Argentieri

L'ispirazione migliore? «Quando l'aereo decolla e poi posso bere un flûte di champagne. Anche se ultimamente mia moglie Carla, astemia, me lo vieta per il bene della mia salute. Ho però tanti altri modi di trovare idee. Non conta il mezzo, ma il messaggio. Anche una matita è tecnologica se usata in una certa maniera». Lui, che ha insegnato umanizzazione delle tecnologie all'Accademia di Colonia, senza sapere il tedesco ma aiutandosi con un traduttore ogni giorno, dice che «certe tecnologie vanno prese a piccole dosi, come le medicine. E proprio come queste, possono aiutare a farci star meglio, a esprimerci, a condividere e tanto altro. Oggi c'è molta professionalità, ma manca la grande passione che ti pervade dentro. Come quando io volevo da giovane avere una mostra al Guggenheim. Era un sogno ma se non l'avessi avuto... Certo, bisogna misurarsi con il mondo vero, in cui spesso i soldi mancano ma, se si hanno idee, tutto cambia. Io lavoro molto con il telefonino, di solito l'ultimo iPhone , l'11, ma me l'hanno rubato e ho comprato l'ultimo modello SE, detto questo, ci deve essere uno sforzo, un atto creativo. I telefonini, come la tecnologia, non possono fare tutto».

L’artista Fabrizio Plessi nel suo studio sull’isola della Giudecca di Venezia mentre parla al telefono
Alessandro Argentieri

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