Instagram compie dieci anni: come e quanto ci ha cambiato la vita?

L'ha peggiorata. L'ha migliorata. Ha appiattito i messaggi o li ha democratizzati? Due esperti di immagine dicono la loro.

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Chris JacksonGetty Images

Michele Smargiassi, nato nel forlivese, si è laureato in Storia contemporanea all'Università di Bologna con una tesi sulle cartoline illustrate. Ha lavorato a l’Unità, poi dal 1989 a la Repubblica. Si occupa da trent’anni di fotografia e cultura visuale. Nel 2009 ha creato e gestisce il blog Fotocrazia. Oltre a testi per mostre, cataloghi, riviste e volumi altrui, ha scritto Sorridere. La fotografia comica e quella ridicola (Contrasto, 2020); Un’autentica bugia. La fotografia, il vero, il falso (Contrasto, 2009); Ora che ci penso. La storia dimenticata delle cose quotidiane (Dalai, 2011); il saggio La famiglia foto-genica per gli Annali della Storia d’Italia Einaudi (2004), il saggio Bugie dell'elocutio nella raccolta Etica e fotografia (DeriveApprodi 2015). Fa parte del direttivo della Sisf – Società Italiana di Studi di Fotografia, del Centro italiano per la fotografia d’autore di Bibbiena e del comitato scientifico della Fondazione Nino Migliori.

Un selfie di Michele Smargiassi.
Michele Smargiassi

«I selfie, i piatti al ristorante, i gattini, i tramonti, i piedi davanti ai paesaggi: non si devono demonizzare i soggetti più diffusi come “decadenza del gusto” perché, piaccia o no, Instagram ha creato un’estetica relazionale. Ogni post è un messaggio che costruisce ponti emotivi mettendo a disposizione una modalità non verbale - come i gesti, gli abiti, le espressioni del viso - per affermare le nostre opinioni, per suscitare emozioni. Nel corso del tempo è diventato un linguaggio, anzi un vocabolario con una sua retorica, una sua grammatica. E come ogni linguaggio, va studiato e affinato: chi lo usa deve sapere “parlare con le immagini”. Come provocazione, ho proposto ai docenti di lettere di assegnare agli studenti dei temi da svolgere con una foto e quattro hashtag per vedere se, una volta tradotti in parole, corrispondano al loro pensiero. Oggi, per me, la sua declinazione più affascinante sono le storie: mi riferisco a quelle che svaniscono in 24 ore, non a quelle da “fissare”. Molti sono turbati dalla loro caducità, ma è proprio qui l’errore. Siamo abituati a considerare le immagini come qualcosa di fisso, un’opera. Non è così. Le storie equivalgono alle conversazioni quotidiane, magari molto interessanti, che abbiamo avuto e poi si sono perse, ma non per questo hanno smarrito la loro forza. Non possiamo conservare le carezze e i baci dati lo scorso anno. Ma sfido chiunque a dire che non siano stati importanti».

Francesca Seravalle, curatrice veneziana di libri fotografici e mostre, ha lavorato per Magnum Photos a Parigi e a Milano, per Fabrica, per Erik Kessels e l'Archive of Modern Conflict a Londra. Docente all’Istituto Marangoni di Londra, alla London South Bank University, esaminatrice all’Università Ecal di Lausanne e alla UCL di Londra, partecipa in qualità di membro della giuria a numerosi premi internazionali e portfolio review di fotografia, nella giuria del MIBaCT per il premio nazionale Refocus 2020. Supporta giovani artisti dalla ricerca fino al layout editoriale e espositivo. Con la ricerca sulle prime fotografie Until Proven Otherwise / On the Evidence of the First Photos ha vinto il Format Festival nel 2015. Trasforma le ricerche d'archivio in videoarte, con il video Secret Communication, tributo a Hedy Lamarr (London Photo Fair e Photo Saint Germain); e la video installazione Donne di Ca' Pesaro commissionato dal Museo d'Arte Moderna di Venezia e proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia. Utilizza i social come notebook di progetti di ricerca e di divulgazione Su YouTube con Everything has its first time e su Instagram con The fist photos. Ha curato una mostra digitale alla Fondazione Bevilacqua La Masa nel 2016 e co-curato la mostra Venetian Heritage alla Suzhou Design Week 2018. Attualmente vive tra Londra e Venezia e lavora ad un libro sulla storia del pixel.

Francesca Seravalle in un ritratto di Valentina Petrelli.
Valentina Petrelli

«Mi sento unanti-influencer. Utilizzo Instagram per mostrare i miei progetti (@thefistphotos, account di foto o dettagli di opere d’arte sul tema del pugno), ma da anonima. Sono contraria alla sovraesposizione dell’io. Credo nell’ecologia delle immagini e nel controllo da fare su quanto mettiamo in rete su di noi: la maggior parte delle persone utilizza i social senza consapevolezza. Critico anche l’utilizzo di foto prive di testi. Sotto ogni mio post ci sono molte informazioni: come insegnante, curatrice e critica apprezzo la divulgazione. Infatti per i musei è un mezzo potente per mostrare materiali d’archivio, puntando alla diffusione della cultura invece che alla sua “brandizzazione”. Ma per quanto cerchi di usarlo diversamente, mi accorgo che alimenta una società che vive sul momento, sull’immagine, sull’hashtag. Umberto Eco divideva il mondo tra chi contrasta la società, gli apocalittici, e chi l’asseconda, gli integrati: mi ritrovo in entrambi le categorie. Può essere una vetrina di una ricerca da approfondire e sviluppare, ma appiattisce il contenuto di un’immagine e trasforma l’arte in pura comunicazione. È (e lo sarà sempre più) sociologicamente utile come archivio inconsapevole del contemporaneo, in cui i soggetti sono registi e archivisti di frammenti di vita. E forse, nei manuali di storia, saremo ricordati come la società dei like. Quella che non ha lasciato messaggi al futuro».

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