In Italia lo smart working non esiste, si chiama home working e sogniamo ancora la casa al mare?

Airbnb e Politecnico di Milano tirano le somme di fine anno. P.S. Una finestra ben esposta salva la carriera.

pink beach house with lawn near the atlantic sea with beautiful color gradient sky
Bill Diodato/CorbisGetty Images

Andiamo al sodo, l’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano ci consegna i dati: lavorare da casa ha portato un incremento della produttività del 15%, una riduzione dell’assenteismo del 20% e una riduzione dei costi di gestione del 30%. Come dire un totale di 65% di buone notizie? Altri numeri per essere pragmatici: nel 2019 a scegliere lo smart working sono state 570.000 persone, nel 2020, causa pandemia ovvio, 2.000.000. E ora, indipendentemente dalle difficoltà di prevedere come evolverà la pandemia, cosa abbiamo imparato da questi mesi di lavoro diverso? Nel sondaggio presentato da Airbnb l’altro elemento che ha consolidato il lavoro agile una volta finito il lockdown più restrittivo è affidato al dove si è svolto lo smart working: ovvero un nuovo luogo, una casa al mare, un borgo nascosto, la quiete che ha aiutato la concentrazione e quindi ha reso possibile il lavoro agile per quello che è la sua definizione. Servono le definizioni perché se c’è una distinzione da fare: in Italia più che mai non abbiamo effettuato smart working ma home working, ben diverso. Lo smart = gestisco tempo e luogo, l'home= orari e reperibilità d'ufficio ma tra le mura domestiche. Sempre secondo la ricerca in autunno il 66% degli intervistati continuerà a scegliere lo smart working, si tornerà a parlare di bleasure ovvero lavorare in modalità vacanza facilita idee e attitudini, spesso implica pensieri ad ampio raggio come il cambiare vita (1 su 4 opta per la campagna) anche se le case vista mare sono preferite dal 39%, chalet dal 20%, case al lago 6%. Una finestra tutta per sé allieta e invita alla performance? La bellezza del luogo da cui si lavora ha un impatto anche sulla qualità del lavoro stesso e, in particolare sulla produttività (33%) e sulla creatività (28%). A fare la differenza, in particolare, il tempo risparmiato pendolando ogni giorno tra casa e ufficio, utilizzato per trascorrere più tempo con familiari e amici (44%), sport (36%) e tempo libero (36%).

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Abbiamo chiesto maggiori approfondimenti ad Annalisa Valsasina, psicologa e consulente HR che ha interpretato la ricerca promossa dal più grande network al mondo di location per affitti brevi che, proprio durante il lockdown, ha avuto un significativo cambiamento dell’uso della piattaforma (meno case per meno viaggi, più experiences per più intrattenimento). Partiamo dalla fine di questa intervista “lo smart working non è la panacea di tutti i mali ma è un’opportunità”.

Dati confortanti ma definizioni urgenti: in Italia abbiamo fatto davvero smart working oppure home working?
Quasi tutti abbiamo vissuto in quarantena con lo stesso paradigma dell’ufficio, spesso con connessione vpn attiva per controllare gli orari di lavoro, questa modalità da ufficio non funziona in uno smart working realmente tale, vi è confusione perché nel lavoro agile vince la cultura organizzativa della persona per obiettivi in base alla quale decidere quando lavorare, essere in pausa, e scegliere il dove, non per forza nella propria abitazione.

Un articolo del New York Times sul futuro del lavoro post conversione allo smart working poneva il dubbio: “servirà ancora la maxi categoria del middle management che controlla i flussi”?
Credo che siano ancora figure necessarie, certo cambia la gestione delle persone, non è più scontata la politica del controllo, della disponibilità immediata ma si deve puntare a una pianificazione attraverso canali diversi, creare più rapporti di fiducia tra manager e dipendenti usando lo strumento, prezioso, della delega.

Airbnb è figlio dell’ambiente lavorativo da Silicon Valley: open space ludici che favoriscono creatività e operatività, spazi in cui è bello passare gran parte della giornata, specie se lavorativa. In Italia a che punto siamo?
Non ci siamo ancora riusciti perché c’è una cultura del lavoro basata sul presenzialismo e il controllo, è una rivoluzione culturale che implica la gestione del potere, del “io sono padrone del tuo tempo”. Non è così dappertutto, ovvio, bisogna però creare benessere negli spazi che non sono ancora attrezzati, anche perché, questo, è un valore fondamentale per le nuove generazioni, e non parlo dei Millennials ma delle annate successive. A tendere altrimenti avremo sempre più freelance che dipendenti legati alla stessa scrivania.

Il dove gioca un ruolo importante: come rimanere concentrati e non scivolare nel mood vacanziero?
Anche qui si tratta di un retroterra culturale, ovvero: per riuscire a mantenere concentrazione sul lavoro, specie in un luogo che distrae, bisogna darsi obiettivi, tempi, soprattutto se si collabora con altre persone. Un’altra capacità non facile da gestire è quella di non farsi fagocitare esclusivamente dal lavoro, bisogna auto disciplinarsi imponendosi dei paletti.

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Quali sono i campanelli d’allarme di questo cambiamento: da complessità dell’ambiente di lavoro al lavorare da soli in solitudine?
Anche se la propria stanza/ufficio è momentaneamente al mare possiamo avvertire sintomi da isolamento quali mancanza di energia, svogliatezza, minore creatività da non confondersi con le persone introverse che stanno bene in un ambiente ritirato.

Che effetti ha il trascorrere brevi periodi in case altrui, dopo aver passato così tanto tempo nelle nostre?
Rappresenta un tentativo di vivere esperienze che altrimenti non avremmo scoperto senza essere costretti dalla pandemia. Trovarsi in una nuova città, magari un paese più piccolo, con la possibilità di immaginarsi in condizioni di vita differenti è arricchente. Spesso siamo trattenuti dalle nostre abitudini, cose che non avremmo conosciuto, situazioni che non ci saremmo dati il permesso di vivere. Se ci pensi sono piccoli momenti che possono influire su scelte più grandi...come rivedere le nostre vite cittadine.

Quello che ci rimane dell’home working e smart working è anche la consapevolezza di un balance complicato, specie per le donne…
In generale non è stato necessariamente né positivo né negativo però, sicuramente, non è è sempre stato un tempo di qualità in particolare per le donne: è molto importante riuscire a definire i nostri confini come genitori, per esempio, per poter definire il nostro ruolo anche come professioniste. È fondamentale dedicarsi tempo per trovare le energie, occorre imparare a dire più sì per se stessi, e, se arriva la mail alle 8 di sera, imparare a dire (dirsi) di no.

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