Sempre connessi: che effetto ci fa?

Le abitudine sono cambiate e le esperienze lasciano tracce: smart working e Dad stanno modificando le nostre vite. Per sempre?

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Mykhailo Polenok / EyeEmGetty Images

Che dall’inizio della pandemia ci sia stato un improvviso, veloce, inatteso tuffo immersivo nella tecnologia è un dato di fatto. Lo smart working per i lavoratori e la didattica a distanza per gli studenti hanno amplificato un’iperconnessione che ci ha permesso, sì, di mantenere relazioni sociali e affettive, ma che ci ha fatto precipitare in una realtà inattesa. Bastano gli ultimi dati sul consumo digitale di ottobre del Global
Statshot Report, realizzato in partnership con Hootsuite e We are social, per capirlo: l’uso dei social nel mondo segna una crescita di oltre il 12% nell’ultimo anno, con 14 nuovi utenti al secondo. E il tempo in cui siamo collegati è in costante aumento dall’inizio della pandemia.

Think with Google, che rilascia dati sulle ricerche web, ha stabilito che da gennaio il picco giornaliero di utilizzo di Meet è aumentato di 30 volte (complice, ovviamente, l’uso della Dad) e che parole come Zoom, Meet, chat dal vivo, palestra virtuale hanno registrato in tutto il mondo forti aumenti tra i termini cercati.

29% ha difficoltà a separare lavoro da vita privata e a mantenere un corretto work-life balance

Un’istantanea che indica un cambiamento epocale. Che si presume abbia effetti anche a livello individuale: per esempio, un uso (quasi) h24 dei device modifica le nostre facoltà percettive? Quali sono le ripercussioni dell’iperconnessione sul nostro organismo e sulla nostra mente? «Modifiche ci saranno, ma non so dire se saranno durature - sostiene Alberto Oliverio, professore di psicobiologia all’università La Sapienza di Roma -. Certo la nostra mente è plastica e si abitua. E l’abitudine è una forma di apprendimento, la più semplice. Come mi adatto al rumore della sveglietta sul comodino, così succede per prassi più complesse. Ma per lasciare tracce permanenti occorre un percorso evolutivo di milioni di anni. Tanto per capirci, il linguaggio le ha lasciate e lo si vede sui crani fossili, ma già il processo della lettura, che risale ai primi segni su tavolette assiro-babilonesi, 6-7 mila anni fa, no: dobbiamo tutti imparare a scrivere e leggere, altrimenti saremmo analfabeti».

Di plasticità del cervello parla anche Stefano Cappa, professore di neurologia alla Iuss di Pavia e alla Fondazione Mondino. «Qualsiasi esperienza lascia una traccia. Lo si vede anche facendo semplici esperimenti di giocoleria come lanciare tre palle in aria: le risonanze magnetiche prima e dopo mostrano variazioni nelle aree motorie cerebrali.
Dunque, l’uso di tanta tecnologia ci ha fatto sicuramente acquisire nuove abilità: io, per esempio, ora sono esperto di Zoom. Per contro, credo che l’effetto negativo più immediato di questo momento sia l’isolamento sociale. Ma è difficile prevedere quali saranno le conseguenze a lungo termine». Cioè se le tracce, oltre che a livello esperienziale, comporteranno modifiche più profonde.

Acquisiamo nuove abilità, ma siamo più isolati

Iil cambio delle abitudini ha però certo determinato una serie di effetti immediati sul
nostro sistema psico-fisico. L’ultima indagine (novembre) del Politecnico di Milano sullo smart working ha messo in luce che lavorare sempre da casa, unito alla limitazione negli spostamenti, ha portato le persone ad avere difficoltà a separare i tempi del lavoro da quelli alla vita privata (29%) e a mantenere un corretto work-life balance (28%). Molti, tra gli intervistati, hanno lamentato un senso di isolamento (29%), non tanto dai colleghi, con i quali hanno spesso intensificato le interazioni, quanto piuttosto verso l’organizzazione nel suo insieme. Ma non solo: uno dei primi studi epidemiologici italiani, realizzato su 18mila persone dalle università dell’Aquila e di Tor Vergata con il progetto Territori Aperti, ha confermato l’aumento di stress, insonnia, ansia, depressione, correlato alle nuove abitudini, connessione “no limits” inclusa.

Innegabile che oggi le nostre due vite - offline e online - siano molto più intrecciate di prima. «Un male per gli adolescenti che già passavano troppo tempo sui device», spiega Cristina Pozzi, futurologa ideatrice di ImpactScool, un’organizzazione che studia gli impatti delle tecnologie emergenti, «e che stanno pagando un prezzo elevato. Con la Dad sono obbligati a stare a casa, senza scuola in presenza e relazioni sociali se non quelle mediate da uno schermo, senza fisicità e sport in una fase critica dello sviluppo. Una situazione certo non ottimale. Ma se si guarda il fenomeno dal punto di vista delle macrotendenze si può però affermare che è stato sdoganato il lavoro da remoto che permetterà in futuro di vivere dove vogliamo e aprirà nuovi processi di gestione del tempo in rapporto alla tecnologia». Si tratterà insomma di cogliere il meglio, tenendo presente che se perdi qualcosa e impari altro non è detto sia un male: è l’insieme che deve funzionare. Come nel caso di un piccolo grande risultato già ottenuto: «Abbiamo assistito - aggiunge Pozzi - allo sdoganamento del concetto di salute mentale in Italia e lo si è visto dai due milioni di app di meditazione scaricate come Calm o Headspace (ora anche su Netflix)».

Quindi sono più i benefici dell’iperconnessione o le controindicazioni? Difficile dirlo ora: «Gli stimoli sono fondamentali per il cervello - aggiunge Oliverio -. Pensiamo solo a quelli sociali che prima davamo così per scontati come incontrarsi o andare al cinema. Troppa tecnologia o tv inducono certo saturazione. Ma è altrettanto vero che molti di noi hanno capacità di recupero immense...». E che nuovi stimoli potranno attivare nuove funzioni a livello individuale: «Non c’è una risposta valida per tutti - conclude Cappa - ed è vero che la resilienza è legata a risorse personali. Un consiglio però mi sento di darlo: organizzatevi la giornata. Cercate di mantenere una routine, dei ritmi fisiologici, anche e comunque di disconnessione. Più che un consiglio da neurologo mi sembra buon senso».

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