E se si lavorasse quattro (e non cinque) giorni a settimana?

In alcuni Paesi si discute se portare la settimana lavorativa a 4 giorni. Un economista e un filosofo dicono la loro sulla questione.


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Kanchisa ThitisukthanapongGetty Images

Ripensare il tempo del lavoro è una questione sempre più attuale. Se ne discute da anni -alcune aziende (per esempio Microsoft in Giappone l'anno scorso, ora Unilever in Nuova Zelanda) hanno sperimentato la settimana lavorativa di quattro giorni invece di cinque (a parità di stipendio) e il tema sta tornando alla ribalta in molti Paesi. Per capirne di più, approfondire l'argomento, illuminarne le sfaccettature, allargare la riflessione, abbiamo interpellato l'economista Carlo Cottarelli, e il filosofo Leonardo Caffo che ci hanno raccontato cosa pensano della questione.

Eugene Salazar
Carlo Cottarelli (classe ’54), economista, ha lavorato alla Banca d’Italia, all’Eni, al Fondo Monetario Internazionale. Dirige l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano e insegna all’Università Bocconi. Il 4 febbraio esce il suo nuovo saggio, All’inferno e ritorno. Istruzioni per la nostra ripresa economica e sociale (Feltrinelli).

La “settimana corta” può essere un’alternativa solo se c’è un aumento della produttività, altrimenti, mantenendo inalterato il salario, il costo del lavoro cresce e l’impresa va in perdita. Nel corso del tempo siamo stati in grado di essere più produttivi grazie all’innovazione tecnologica, con una conseguente riduzione della giornata lavorativa. Ed è una tendenza che credo continuerà. Penso che fra venti, cinquant’anni, quando magari tutto verrà meccanizzato, le persone potranno lavorare anche un giorno a settimana. Certo, un’azienda può decidere di far felici i dipendenti, di continuare a essere competitiva facendo lavorare la gente più da casa, soprattutto ora con lo smart working. Ma non penso sia una questione che si possa stabilire per legge senza correre il rischio che le imprese non ce la facciano. Dipende dalla produttività. I problemi che stiamo affrontando sono da una parte le chiusure, i lockdown che ti impediscono di lavorare (si produce meno perché non si può andare al lavoro), dall’altra, la mancanza di domanda (la gente ha meno soldi, è incerta, non spende nemmeno se potrebbe). E per questo servono politiche espansive di spesa pubblica. Non vedo come ridurre la settimana lavorativa possa risolvere i problemi. Se poi vogliamo andare oltre - e dovremmo farlo - quello di cui c’è bisogno sono riforme strutturali e investimenti per incrementare la capacità produttiva del Paese. Investimenti pubblici per infrastrutture (che devono essere verdi, sostenibili), e per digitalizzare l’Italia.

Non è una questione che si può decidere per legge: c’è il rischio che le imprese non ce la facciano

Bisogna creare un clima per cui gli imprenditori vengano a investire in Italia volentieri. E questo vuol dire meno burocrazia, vuol dire avere una giustizia civile che funziona, una pubblica amministrazione in generale rapida, cosa che noi non abbiamo (è l’effetto che si avrebbe se ci fosse meno burocrazia). E poi un capitale umano. Quando parlo di investimenti ne parlo in senso lato, il capitale umano è un investimento, investiamo troppo poco nella pubblica istruzione, negli asili nido, soprattutto in certe regioni, e questa è una questione anche di giustizia sociale. E poi nelle università: la nostra spesa pubblica procapite per i giovani di età universitaria è la seconda più bassa d'Europa. Sono tutte queste cose che possono aiutarci a diventare più produttivi, e se diventiamo più produttivi allora potremo anche decidere di lavorare meno e passare più tempo a guardare il cielo. Come vedo il futuro? Diciamo che confidando nei vaccini e nel fatto che siano distribuiti rapidamente anche in Italia, sono abbastanza fiducioso e sono relativamente più ottimista della media degli economisti sulla possibilità di avere un rimbalzo nell’economia italiana. Che vuol dire, però, tornare a dove eravamo. Sulla questione invece di riuscire a fare questa lunga lista di riforme non so. Finora non ci siamo riusciti ma uno deve sperare che si possa riuscire a fare cose che non ci sono riuscite in passato.

Roberto Gandola
Leonardo Caffo (nato a Catania nel 1988) è un filosofo e saggista. Insegna Filosofia teoretica al Politecnico di Torino e Fenomenologia delle arti visive contemporanee alla Naba di Milano. Il suo ultimo libro si intitola Quattro capanne o della semplicità (nottetempo).

Questa è un’idea che torna ciclicamente. Di sicuro migliorerebbe la qualità della vita. Quattro giorni a settimana a parità di stipendio e con la possibilità di generare altri tipi di ricchezze e di consumi nel giorno in cui si lavorava, potrebbe essere una soluzione per defaticare il sistema generale, evitare smart working quando non necessari... In linea generale, andare a depotenziare la relazione che c’è tra la vita quotidiana e il lavoro, che può voler dire stare con i figli, la fidanzata, leggere, scrivere, fare sport, andare al cinema di giorno, ovviamente è una cosa meravigliosa. Penso che una proposta interessante sarebbe far andare in pensione la gente dieci anni prima, cumulando i giorni non lavorati per poter invecchiare non sul posto di lavoro. A questo però si deve aggiungere il tema del webfare, di cui si comincia a parlare, ovvero il welfare che deriva dal web. Da dove deriva la proposta contemporanea della diminuzione del tempo di lavoro? Che oggi si lavora ovunque e si lavora sempre, non si lavora solo dalle 8 alle 18 in azienda e poi si torna a casa e si preparano i biscotti coi bambini. Lo spazio del lavoro e lo spazio della vita si sono fusi in un’unica cosa. È molto più complicato capire quali sono gli spazi del non lavoro. Quindi non c’è più bisogno di tenere incastonati alla sedia cinque giorni a settimana i dipendenti (qua stiamo parlando ovviamente non di chi lavora al tornio ma di chi fa lavori creativi...) perché di fatto mentre una volta staccavi e non producevi più plusvalore, andavi a casa ti guardavi la partita, ora anche quando guardi il calcio fai una story, tagghi la squadra, fai incrementare l’algoritmo.

Si deve iniziare a ragionare sul webfare, ovvero il welfare che deriva dal web

Siccome stiamo tutto il giorno attaccati alla rete e di fatto produciamo contenuti e ricchezza per queste multinazionali, si deve fare in modo che il web, l’infosfera, vada in qualche maniera a integrare il welfare tradizionale dei Paesi in cui abitiamo. In un momento di crisi complessiva la settimana lavorativa corta (o il prepensionamento) non può essere separata da un ragionamento sul webfare. Non si può pensare ricada solo sulle imprese in un momento difficilissimo per la loro sopravvivenza. Credo fermamente che meno fai lavorare la gente più sarà felice, il problema è come fai in un sistema complesso come il nostro. Con tutti i problemi economici e di welfare che abbiamo, la vedo una cosa molto difficile da realizzare.

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