LGBTQPA, conversazioni tra un padre e la figlia di 11 anni

Ovvero modi di dire che appartengono a un tempo consunto e le prove del mondo che verrà.

amore
Tara MooreGetty Images

Io pensavo di non aver fatto niente di male. Eppure non è bastato per farmi assolvere da chi mai credevo potesse condannarmi: mia figlia undicenne. È andata così. Si stava cenando e io, da qualche parte in fondo alla mente, dovevo avere una di quelle domande che impiegano mesi a formarsi e ogni tanto danno un formicolio.
Ricordavo la volta in cui lei mi aveva detto che le piaceva la serie Riverdale perché c’erano protagonisti queer. Poco dopo se n’era uscita con una di quelle affermazioni che annunciano l’ingresso in un’età che vuole distanze: A me interessano solo le serie con protagonisti LGBTQPA (acronimo con cui si indica collettivamente la comunità lesbica, gay, bisessuale, transessuale, queer, pansessuale, asessuale, ndr).
Aveva detto così e mi aveva illustrato ogni lettera della sigla. Non le ho domandato se conoscesse i significati perché temevo li sapesse. Ha preso a dividere i compagni tra omofobi e no. Sono comparsi gli stati su WhatsApp: metà contro l’omofobia, gli altri divisi tra condanne di body shaming e di razzismo. Controllava la mia reazione. Poco prima della famosa cena, deve esserci stato un elemento scatenante, forse avevo letto della professoressa del Massachusetts felice di aver rimosso l’Odissea dal programma di studi perché l’autore era un bianco etero. Ho guardato la libreria alle mie spalle, per il 90% autori bianchi, maschi al 75%: inquietudine.
Morale, mi sono cacciato nella bocca del leone, e le ho detto: senti tesoro (per quanto potrò dirlo?), immagino che tra qualche anno, com’è giusto, a noi etero e bianchi cioè non neri, sarà lasciata soltanto una fettina della torta, com’è giusto che sia, e il resto sarà diviso tra gli inquilini della sigla, e chissà quanto sarà diventata lunga.

Sorrisino. Avevo detto un’ovvietà.
Al che ho aggiunto, fiducioso: ma se un giorno a essere in difficoltà fossimo noi etero e nessuno volesse i nostri libri o pensieri, non potremmo attaccare in fondo alla sigla anche una E?
Ha riflettuto (poco): No! Papà, quella sigla è stata creata per tutti gli altri, non per gli etero.
Da quel momento è come se un paesaggio nascosto si fosse rivelato, fatto di limiti per me e fervide certezze per lei. Tutto ciò che tra musica, libri, serie tv, affermazioni, politica è LGBTQPA, è buono, il resto da buttare. Non ho trovato analogia se non con il rifiuto del fascismo della mia generazione. Io con un fascista? Mai!
Si è spalancato un bidone della differenziata in cui sono cadute alcune mie espressioni stantie che risalgono a un tempo consunto. Non mi sento cattivo, ho poca memoria e commetto leggerezze. Basta che, riferendomi a un’attrice, io dica: è una bella cicc... e lei mi blocca: Papà!? Body shaming!

È come se offendessi lei.
Davanti alla mia incertezza (minima) sulle adozioni da parte di coppie gay, ha saputo rieducarmi. Ah! La pensi come Sfera Ebbasta!
Pochi giorni fa ci siamo videochiamati. Lei appoggia l’iPad e poi vive davanti allo schermo, quasi non esistesse, io a malapena so videochiamare.
Poiché ha una passione per i trucchi ed è la visagista di sua madre, le propongo: magari un giorno mi lascio truccare da te. Non più di tre “cose”.
Vediamo... ok, eyeliner, fondotinta e rossetto.
Eh no! Il rossetto no, sono un uomo!
No lo dico io. Tu puoi dire che il rossetto non ti piace ma non perché sei un uomo. A molti uomini piace, tu limiti la loro libertà.
È tornata a provare un trend di TikTok. Volevo piangere. Poi ho pensato: meglio così, si allena per il mondo che verrà. Salvami però Omero, Shakespeare e Woody Allen! Ma di questo non ho ancora osato parlarle.


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