Sono tornata nel parcheggio dove limonavo da adolescente per parlare con l’analista

Marty McFly non sei nessuno.

jorgen hendriksen su unsplash

No, la verità è che in questo parcheggio non ci limonavo e basta. Vabbè, avete capito. L’avrete fatto anche voi. L’Italia è piena di ampi piazzali appena fuori il centro abitato. E di adolescenti neo patentati che non hanno mai casa libera il sabato sera.

“Beh, è sempre una situazione intima!” esplode in una risata lei, la mia analista, appena le racconto su FaceTime dove mi trovo, dopo una piccola fuga tra una chiusura delle Regioni e l’altra, nella città dove sono cresciuta. E dove non ho abbastanza privacy per poterle parlare accoccolata al caldo del piumone della mia cameretta.

Lei circondata dalle mura giallo limone della sua, della nostra, stanza. Del suo, nostro, appuntamento settimanale tra gli appartamenti della nuova Milano. Io, circondata dal nulla, anzi no, da un tramonto pazzesco che fa da cornice al mio viso sullo schermo, che condivido con lei durante una seduta di analisi online, a migliaia di chilometri di distanza, fra le campagne dell’antica Sicilia.

Ho un bomber di un paio di misure più grandi, due felpe, due paia di calzini, un cappellino di lana e le cuffie bluetooth che funzionano sì e no, il naso rosso e le punte delle dita dei piedi congelate già dal primo minuto di videochiamata. Passeggio nervosa sul marciapiede che fa da perimetro al piazzale dove, poco più di 10 anni, fa venivo in macchina con il mio primo fidanzatino a trascorrere, puntuale come non lo sono mai stata più in vita mia, il sabato sera da adolescente di provincia. Pizza in pizzeria e sesso in macchina prima di mezzanotte. Se Cenerentola fosse vissuta nel 2006, avrebbe avuto più o meno le mie sembianze. Scarpetta di cristallo in meno, cuissardes in suède Fornarina in più. Carrozza scintillante in meno, Fiat Punto carta da zucchero in più. Matrigna cattivissima in meno, padre severissimo in più. Il coprifuoco da lockdown moment non è nulla in confronto al coprifuoco di mio padre, altro che Conte o polizia, pffff, sono dei pivelli rispetto a mio padre nel 2006.

Insomma, ci sono tutti i presupposti per cui questa seduta virtuale di analisi vada storta. Intanto sono già trascorsi cinque minuti e il freddo che sentivo agli alluci si è già spostato alle caviglie, ai polpacci, allo stomaco. O forse sono solo emozionata di essere tornata qui, non più adolescente. I librai direbbero da young adult. Con dieci anni di cotte e crude sulle spalle. Il coprifuoco di mio padre, unico problema esistenziale della me 18enne, mi sembra oggi infinitesimamente piccolo. Accarezzo quel ricordo, quelle paure, quei batticuori e quell’ansia da sguardo costante all’ora sul cellulare, e una valanga di tenerezza mi colpisce dalla testa ai piedi. Non sento più freddo.

Continuo a parlare a ruota libera con la mia dottoressa, mentre il sole va giù, da azzurro limpido, come solo qui sa essere il cielo, il mio sfondo (#nofilter, eh) si fa arancio poi caramello poi blu. Dietro di me passano due ragazze, fanno la corsetta tutte bardate, leggings e sneakers e iPhone per la musica, mi guardano. Sono stata anch’io come loro. Non c’era l’iPhone ma il Nokia quello a forma di muffin, se ve lo ricordate. Passa un tizio con il cane, mi guarda. Sono stata anch’io come lui, venivo qui a ripetere la lezione di trigonometria per l’interrogazione del giorno dopo mentre il Pastore Tedesco del mio vicino tirava il guinzaglio fortissimo, e io scordavo a che punto fossi arrivata di questa o quella definizione, e ricominciavo a ripetere tutto daccapo. Passa una macchina, continua a fermarsi di botto, va lenta e poi veloce, fa delle sterzate brusche e poi si ferma, spegne il motore ogni tot, parcheggia e poi parcheggia ancora più in là. Penso che il guidatore mi stia guardando, con buona probabilità mi prende in giro, forse fa un video da mandare a qualcuno in chat con scritto “la pazza del villaggio”, mentre la mia dottoressa mi chiede di strizzarmi i bicipiti, chiudere gli occhi e “stare su” questo o quel pensiero. Vorrei voltarmi e parlargli, anzi, mandare a lui un messaggio su WhatsApp con il link Wikipedia del metodo EMDR. Okay, troppo complicato. Però mi volto lo stesso, un po’ imbarazzata. Sono due, un ragazzino alla guida e una signora a lato passeggero, mamma e figlio? Sono stata anch’io come lui, venivo qui a fare le prove di guida anni prima di prendere la patente, volevo arrivare preparata al grande giorno. Poi mi hanno bocciata allo scritto, ma questa è un’altra storia. Alla pratica comunque no, lì andavo fortissimo. Alla fine, in un’ora, a lui si sarà spenta la macchina meno volte rispetto a me. Bravo, quasi vado lì a fargli i complimenti.

Adesso è praticamente buio, vedo il mio volto sullo schermo del cellulare e mi sento in uno di quei film horror in cui il viso del carnefice è illuminato da una torcia sotto il mento, si riconoscono a stento le sagome del mio viso. Continuo a parlare mentre il formicolio da freddo si è impossessato completamente del mio corpo, non ci sarà un omicidio come in un film horror ma un tentato assideramento come in uno di quei thriller ad alta quota.

Controllo l’ora al cellulare, come facevo quando da dentro la macchina appannata mi rivestivo tra un bacio e l’altro, anche se a vestire davvero il mio corpo era la malinconia di rivedersi solo il sabato seguente. I minuti a nostra disposizione stanno per terminare. A breve sentirò il fatidico "Per oggi ci fermiamo qui, lei rifletta su eccetera, eccetera...". Anni di sedute di analisi comode, in una stanza di un appartamento della Milano bene, non lo so dove mi abbiano portato o dove mi porteranno. Un’ora di analisi scomoda con il cellulare appoggiato su un muretto mi ha portato esattamente qui (e ora), dove vorrei essere, a ripetere tra me e me sulla via del ritorno a casa che nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Anche se domani non ho il compito di fisica.

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