Le partite di Michael Jordan registrate su VHS, la musica di Black Entertainment Radio su Radio Number One, i pomeriggi ai muretti in stazione Centrale: per me gli anni ’90 sono stati un concentrato di riferimenti culturali pop. Quando poi, per scendere una rampa, ho scambiato lo skateboard con un paio di pattini - nel frattempo eravamo entrati nel nuovo millennio - ogni cosa è andata al suo posto. Peccato che, dopo anni di enorme successo commerciale, il pattinaggio stesse per entrare nel dimenticatoio. Nato da uno strano scambio di suggestioni tra giocatori di hockey, ballerini, skateboarder e biker e subito ribattezzato aggressive inline, in una manciata di anni il mio sport ha creato intorno a sé un mercato dalla crescita repentina e sorprendente. Tra il 1988 e il 1991 è passato da 7 a 200 milioni di dollari, prendendosi anche una bella fetta di immaginario fatta di riferimenti nel cinema e nella musica made in U.S.A. Come ogni contro cultura che si rispetti ha i suoi padri fondatori: si chiamano Jess Dyrenforth, Chris Edwards, Angie Walton, Cory Miller. Tra loro è la Walton la più osannata, donna in un ambiente così nuovo che delle differenze di genere, che ci fossero o meno, non si accorgeva nessuno. Il suo grande merito è quello di aver fondato Daily Bread, la Bibbia del pattinaggio: non una fanzine ma un vero e proprio progetto editoriale che trova un pubblico anche fuori dal territorio americano e ha il pregio di esportare la cultura neonata dalla California all’Australia, passando per tutta Europa.

Pietro Firrincieli

Difficile racchiudere in una sola definizione l’aggressive inline - così come lo skateboard e la bmx. Sono sport allergici ai confini, abituati a vivere le proprie regole e a ribellarsi alle precisazioni esterne. Nascono negli skatepark californiani, ma subito cambiano approccio conquistando anche gli spazi urbani, i passamani, i muretti e le discese. Sono sport, sì, ma anche cultura, il loro successo corre parallelo a quello del rap della East e West Coast. E così come una parte della nuova scena musicale storce il naso quando entrano in gioco le grandi case discografiche, lo stesso succede nel mio mondo quando si affacciano Nike, Casio, Slim Jim, Gatorade. Nel 1994 il canale ESPN lancia gli XGames e Arlo Eisenberg definisce il primo, vero stile di pattinaggio. E con la popolarità arriva anche il successo delle produzioni video, Hoax e Videogroove producono documentari da collezione, e del merchandising, Senate è il primo brand di t-shirt, jeans e cappelli pensati da e per i bladers. Tra il 1995 e il 1997 quello dell’aggressive inline è l’evento più seguito degli XGames e lancia nomi come Dustin Latimer, Brian Shima e Aaron Feinberg. Rollerblades sulle ali del vento, I Mighty Ducks, Batman e Robin, Rollerball e Brink! Sfida su rotelle: guardatevi indietro e li vedrete chiaramente, i pattini erano ovunque. Ma come nella più classica delle narrazioni, è proprio quando raggiunge l’apice del pop che l’inline sente la necessità di ricercare se stesso e le sue origini.

L’hype cala, i grandi sponsor se ne vanno, la festa finisce. Ed è qui che inizia la mia storia.

Ho droppato la prima rampa nel 2000, tre anni prima che ESPN tagliasse i pattini dalla sua programmazione. Come si salta la prima volta, perché lo si fa? Non ricordo di aver avuto paura, ma so di essere diventato subito dipendente da quella dose di adrenalina. Non sapevo come definire quella nuova sensazione, ma sapevo di aver trovato qualcosa a cui appartenere. Negli anni in cui ho cominciato a impormi sulla scena il ritorno a una versione più underground dello sport ha portato un rinnovo nello stile con acrobazie più articolate, salti più alti, passamani più ripidi. E nuovi nomi: Chris Haffey, Alex Broskow, Chris Farmer. Gli skatepark sono diventati appannaggio di altre discipline. La città ha cominciato a fare da sfondo alle nostre gare. Via Cagliero a Milano, Massaciuccoli a Roma, il Centro Direzionale a Napoli. Non c’è spazio urbano piccolo e grande che non abbiamo interpretato come il nostro personale parco giochi. E la mia storia di atleta è anche una storia di fratellanza, in treno o in macchina su e giù per l’Italia, poi l’Europa e l’America, un gruppo di amici che condivide la stessa passione. E fratellanza anche in senso letterale: Gabriel, più piccolo di me di sette anni, con il tempo mi raggiunge e mi supera, in un perenne testa a testa nelle competizioni, sempre accanto nelle produzioni video. Storie ed età diverse perfettamente simboliche della parabola del nostro sport - io dedito al suo massimo splendore, disciplinato e convinto che tornerà a piacere a tutti, sempre alla ricerca di nuove leve. Lui disilluso, allergico agli sponsor, libero anche nello stile e alla ricerca di una nuova strada da tracciare.

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Eravamo consapevoli che far parte di una controcultura - di nicchia, ma forte - ci proteggeva dalle dinamiche adolescenziali di esclusione, per le quali un gruppo di amici si definisce intorno alle classi sociali, alle frequentazioni, ai modi di vestire? Non credo, purtroppo o per fortuna, queste cose le capisci sempre dopo. Lo sport comunque non ti rende immune dalle classificazioni: anche in un ambiente poco raccontato crescono sottoterra pregiudizi e discriminazioni. Molti skateboarder non vorrebbero che passamani e rampe fossero passati con la cera prima di fare un trick, noi da quel gesto traiamo velocità e fluidità. Ed è per questo che esiste una parte di cultura skate che accusa i blader di scarsa virilità, come nel più classico dei litigi nel giardino di un asilo nido. Alle spalle ci sono quei famosi anni d’oro di ESPN, quando la competizione mediatica tra la due discipline raggiungeva facilmente momenti di tensione. Ma ho imparato che far parte di un ambiente così piccolo ti salva da tutto questo. Impari a farti guidare dalla disciplina piuttosto che dalle scadenze imposte. Ma, soprattutto, acquisisci la libertà di avere un approccio creativo nel tuo sport, di immaginarti nuove gare e momenti di aggregazione, di documentarlo nei suoi aspetti collaterali. Semplicemente, di amarlo di più.

Pietro Firrincieli