Che bello sentirsi a casa

Ovvero il giorno - qualche settimana fa - in cui ho finalmente capito che è qui che voglio vivere.

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Suriyapong ThongsawangGetty Images

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, vivevo in un piccolo appartamento affacciato su un terrazzo che inquadrava in una speranzosa prospettiva ogni giornata. Tre lire di affitto pagate vendendo libri nell’atrio dei teatri e casa per casa, preparando qualche esame per l’università, perdendo felicemente tempo in vista di un futuro che prometteva il meglio. Poi di case ne ho cambiate tre, un po’ così ma per me incantevoli. E poi un giorno mio papà mi ha detto «ma perché invece di buttare via i tuoi soldi in affitti non vai a stare in quel mio vecchio appartamento in disarmo?». Un privilegio? Un richiamo all’età adulta? Una proposta irrifiutabile? Fatto sta che una mattina sono lì e vorrei accoltellarmi: pareti marroni, stanze da scuola disfunzionale, dettagli da mettere in fuga un geometra pazzo. Vabbè proviamo. Poi ho anche scoperto che le spese di quella casa erano folli, altro che i miei affitti. Pazienza, la procrastinazione ha vinto e oggi abito ancora lì.

Qualche mese prima che nascesse mio figlio io e suo papà decidiamo di provare a cambiare, e in un giorno di sole entro in una casa con una stanza dentro l’altra, la vista su una Milano che sembrava New York, e dove già m’immaginavo gli amici che passano e salgono a spartire un po’ di chiacchiere e felicità. Poi su un tavolino vedo quel libro, Il diritto di sognare di Bachelard, il mio filosofo della scienza preferito: se non era un segno quello, allora quale? Peccato costasse un botto, e allora ho provato ad arredare coi miei sogni la casa che avevo. Il colore delle pareti è via via cambiato, con decisioni così rapide e ardite che credo l’imbianchino non si sia più riavuto. Non ci ha mai messo piede un architetto, ma un giorno sono entrati tre prodi muratori che hanno buttato giù muri su muri spalancando inedite prospettive davanti a me che incantata mi godevo il panorama (i capelli cementificati non hanno ringraziato). C’è stato un andirivieni di mobili e quadri e fotografie, sono stati accumulati indizi di un passato che per fortuna è presente. Tutto, dischi e cd compresi, simula un ordine apparente. Se cerchi un libro non lo trovi e impazzisci, ma ti consoli trovando quello che avevi cercato un mese prima. Sintesi: mio figlio non abita più qui ma quando ci viene è felice, io ho vissuto qualche anno in un’altra città, da quando sono tornata penso che vorrei traslocare e distrattamente mi guardo intorno. Vorrei una casa con più cielo davanti, più amici vicini, più qualcosa che non so bene cos’è ma se lo vedo lo riconosco. Due settimane fa stavo per andare a vederne una che sembra fatta per me, ma il motorino s’è rotto e la visita rinviata. Poi l’altro giorno mi sono svegliata strana, e via via ho messo a fuoco: è qui che voglio vivere, possibile averci messo così tanto a capirlo?

L’inverno scorso, di passaggio a Milano, un amico caro è venuto a trovarmi e poi mi ha scritto di quant’era stato bene in “una casa un po’ magica, sospesa tra una bottega dell’antiquario e il dedalo di un alchimista”. Viva la sua immaginazione: l’alchimista qui non c’è, e ahimè neanche Mago Merlino. Ma è qui che io sono A CASA. E in questi mesi di lockdown ho fatto anche un certo ordine. Ma mica troppo eh, che poi non trovo più nulla.

P.S. Queste righe sono state scritte ascoltando in loop Home, la prima traccia, struggente e radiosa, di Everything That Happens Will Happen Today di David Byrne e Brian Eno: “Home, such a body feeling... We’re home and the band keeps marching on... Connecting to every living sole... Compassion for things I’ll never know”.

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