Storia di una coppia, prima, e di una famiglia, poi

Antonio e Elena Maria erano una cosa sola e ora, dopo la nascita della loro bambina, faticano a parlarsi davvero.

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Monica Monti / EyeEmGetty Images

Aveva ventisei anni Maria Elena, quando ha conosciuto Antonio. O meglio, quando ha trovato il coraggio di parlargli per la prima volta, perché chi era Antonio lo sapeva benissimo, lo sapevano tutti a Scanno chi era Antonio. Era il figlio di Rocco lo scarpaio, era il primo laureato di tutta la famiglia, era andato a studiare a Bologna il giornalismo, dicevano in paese, ed era tornato perché non voleva raccontare il mondo, voleva raccontare Scanno al mondo, voleva portare a Scanno il mondo. E poi aveva un occhio verde chiaro e uno scuro scuro.

Si era avvicinata a lui lungo il corso, Maria Elena, se ci avesse pensato forse non l’avrebbe mai fatto, invece senza pensarci s’era buttata: «È vero che cerchi persone per un giornale?», gli aveva chiesto. «Io scrivo poesie sui gatti».

Avrebbero riso per anni, su quelle poesie. Perché in realtà si trattava di una sola poesia, questa:
Piove, /fuori dalla finestra e dentro di me,
ma tu no,/non piovi, /però ti muovi
e accarezzi l’aria e dentro di me.

Una poesia brutta, tutta sbagliata, proprio come quell’approccio. Che però aveva innamorato Antonio. Era vero che “cercava persone per un giornale”. O meglio, aveva messo su un giornale con i due amici con cui era cresciuto e che tornato a Scanno aveva ritrovato lì dove li aveva lasciati, uno al banco della pizzicheria della famiglia della madre, l’altro all’edicola del padre. Tre fogli ciclostilati dove raccontavano Scanno a Scanno, per prepararla a raccontarsi al mondo: e dove ancora prima di baciarla, Antonio aveva proposto a Maria Elena di scrivere. Non quelle poesie orribili, ma le ricette di sua nonna Lucia che cucinava nel ristorante dove si facevano le sagne a tacconi migliori dell’Abruzzo. Che anni, quegli anni.

Scannàti era diventato di quattro, sei, dodici fogli.
Un giornale vero, finanziato da due banche e da una cooperativa. Poi un’associazione culturale, Gli scannàti. Producevano spettacoli per il teatro o li andavano a cercare in giro e li portavano a Scanno. Antonio e Maria Elena facevano l’amore e scrivevano e andavano a Roma, a Milano, a Torino, a Genova, a Parigi a respirare quello che succedeva nel mondo. A raccontare Scanno al mondo. Dove finiva di pensare Antonio, cominciava a sentire Maria Elena, dove cominciava a sognare lui, cominciava a pensare lei.

Sono una cosa sola, si diceva di loro, a Scanno.

Quel bambino sarà fortunatissimo, si diceva, quando la pancia di Maria Elena cominciò a gonfiarsi. E Luce è arrivata il primo giorno di primavera. Si diceva chissà quanto saranno felici, adesso. Mancava solo questo, si diceva.

Ma quella bambina non dormiva mai. Aveva mal di pancia o mal di denti o mal di qualcosa: Maria Elena non lo capiva. Pensaci tu, implorava Antonio. Che si è addormentato su un materasso al fianco della culla una notte. Due notti. Quattro. Sempre, anche quando la culla si è trasformata in lettino. Sono trascorsi sei anni. La direzione di Scannàti è passata da Antonio a Maria Elena. Antonio va in redazione solo la mattina, poi prende Luce a scuola, pranzano e la aiuta con i compiti. Luce dorme in un letto da bambini grandi, con Biancaneve dipinta sulla spalliera. Antonio dorme sul divano. Maria Elena ha sempre freddo. Vieni qui, vorrebbe chiederle. Vieni qui, vorrebbe chiedergli. Ma riescono solo a chiedersi compri tu il latte? Intanto: la felicità abita lì, si continua a dire a Scanno, quando si indica la porta di casa loro.

La vostra vita diventa un racconto scritto da Chiara Gamberale mandate le vostre storie: mcsentimentalisti@hearst.it

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