Silicon Valley, cosa succederà nella valle più ricca e cara del mondo?

Ora che uffici e campus sono chiusi, e molti si sono trasferiti altrove, quale sarà il suo futuro?

ramak fazel dal libro silicon valley, nocode rizzoli usa
Ramak Fazel dal libro Silicon Valley, No_Code (Rizzoli Usa).

«In effetti», dice scherzando, «non ricordo nemmeno se uscendo dall’ufficio, un anno fa, ho spento la luce». David Moretti è direttore creativo alla Apple. Lavora a Cupertino, in California, nel luogo che - se togliete la cover - vedrete stampigliato sul retro del telefono che avete in tasca. Come molti dei suoi colleghi non sa di preciso quando vi tornerà. Parla dalla casa di Orinda, sulle colline a Est di Berkeley, nell’area della baia di San Francisco. Dietro le finestre si intuiscono le sequoie. David fino a un anno fa ogni mattina faceva una novantina di chilometri, da Nord a Sud, attraversando buona parte della Silicon Valley. L’inverso la sera. Con il traffico sul Camino Real, la superstrada 101 che - secondo la leggenda - corre lungo la via che univa le antiche missioni, erano fino a quattro ore da pendolare, sia pure tra veicoli a emissioni zero. Oggi, a poco più di un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19, le sedi di molte delle icone digitali sono ancora chiuse. Il quartier generale di Twitter, a San Francisco, consentirà il lavoro in remoto per sempre. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha annunciato un piano per ridurre la presenza fisica dei dipendenti del 50 per cento. Google fa sapere che si tornerà in ufficio da settembre. Le quotazioni e i risultati economici delle imprese digitali, tuttavia, non sono mai stati così floridi. Il valore di borsa delle prime cinque società supera di mille miliardi di dollari tutta la ricchezza prodotta in un anno in Germania in Francia, la quarta e la sesta economia del pianeta.

La statua dedicata a Maria Nostra Signora, a Santa Clara, accanto alla sede della McAfee, azienda di antivirus e sicurezza informatica.
Ramak Faziel, dal Libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

Eppure la Silicon Valley, il luogo mitico in cui buona parte di esse è nata, potrebbe essere alla vigilia di un cambiamento epocale. La Valle è un’idea prima ancora che un luogo fisico. Sinonimo di futuro: il silicio è l’elemento semiconduttore alla base dei processori nei computer. È il toponimo che dal 1971 a oggi ha rappresentato una parte per il tutto. Non solo un luogo, ma anche un tempo, un’epopea: quella delle startup miliardarie. Così come Hollywood è stata IL cinema, il Klondike LA corsa all’oro, e ancora il West (ma a Ovest di che, lo sapete dire?) uno dei capitoli fondativi degli Stati Uniti. Come ogni età storica che si rispetti, la Silicon Valley ha già edificato le proprie piramidi. Se arrivate in aereo da Sud, noterete brillare nella notte l’Apple Park - indirizzo Infinite loop 1 - la futuristica sede ad anello progettata da Norman Foster, costata cinque miliardi. Oppure il campus di Facebook - citofonare Hacker Way - quasi 100mila metri quadri disegnati in parte dall’archistar Frank Gehry. Un complesso di edifici bassi che mescola opere d’arte, verde, cemento armato e luce naturale. Luoghi in cui farsi coccolare con cibo, servizi, corsi di meditazione, centri benessere e salute gratuiti h24. Compound segregati in cui le grandi società garantivano ai propri dipendenti, ai salvati, il soddisfacimento di ogni desiderio, come estremizzato dallo scrittore Dave Eggers nella distopia The Circle. Quelle stesse aziende hanno dovuto reinventare il loro welfare, a partire dagli autobus deluxe con connessione wi-fi che portavano i techie in ufficio tra le proteste degli esclusi, e si concentrano oggi sul benessere di chi lavora da casa. Soprattutto su quanti - con bambini piccoli o spazi ristretti - fanno più fatica.

Anjan Katta, che per un periodo è stato considerato il nuovo Steve Jobs, nel suo ufficio vicino all’Università dove si è laureato in cibernetica.
Ramak Fazel, dal libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

Qui clima e natura sono estremi. La siccità, gli incendi, le tempeste di vento sono nell’ordine delle cose. Tutti sanno che prima o poi arriverà il Big One, il terremoto, visto che la California è seduta sulla faglia di Sant’Andrea, congiunzione tra la placca del Nord America e quella Pacifica. Anche prima della pandemia ci si interrogava sulla sostenibilità del modello della Valle, con la tassazione locale che può arrivare al 13% (molto per gli Usa), la bolla immobiliare a livelli insostenibili, il prezzo di un box trasformato in monolocale che viaggiava sui 4mila dollari al mese. Proprio mentre si discute su quale potrebbe essere il luogo destinato a raccoglierne il testimone - Miami in Florida, Austin in Texas, Boulder in Colorado, Seattle nello stato di Washington, oppure Tel Aviv, Shenzhen, Bangalore - esce un libro di archeologia del presente, che fotografa la Silicon Valley un istante prima del cambiamento. Ne indaga i volti, i luoghi, gli angoli sconosciuti. Come sempre si scopre che il mito, da vicino, mostra anche tutte le sue rughe. O se preferite, come ripete William Gibson, l’inventore del Cyberpunk, che il futuro è già qui, ma non è distribuito in modo uniforme. Si intitola Silicon Valley, No_Code Life, il volume di fotografie di Ramak Fazel, curato da Michele Lupi, realizzato nell’ambito del progetto Tod’s No_Code, che ha l’obiettivo di interpretare i cambiamenti sociali in atto nella società contemporanea.

Il garage a Paolo Alto dove Bill Hewlett e David Packard hanno dato vita alla loro compagnia.
Ramak Fazel, dal libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

La Rolleiflex di Fazel, i colori virati sul ciano, scava tra resti di frutteti, rovere, querce, parcheggi, campus universitari che sembrano missioni gesuite, architetture spagnole che si alternano a costruzioni brutaliste, lavanderie a gettone, saloon. I volti, le etnie, le abitudini catturate con il gusto dell’istantanea costruiscono un’inchiesta antropologica condotta con cura etnografica. Non si può che iniziare dal garage, per quanto retorica possa sembrare questa immagine. C’è stato davvero un momento in cui le piattaforme, prima di essere Electronic Arts, Yahoo!, Netflix, Adobe, eBay, Tesla, LinkedIn, Paypal, Salesforce, Intel, Hewlett Packard erano solo un pensiero in un box sotto casa, in un dormitorio tra cartoni di pizza, in un ufficio anonimo in affitto, o una distrazione dai corsi in un’aula di università. Non una cosa da maschi Alfa desiderosi di sottomettere il mondo, inseguiti da venture capitalist pronti a firmare assegni a sei zeri. Ma un affare da cervelloni sfigati, da nerd con il pallino della manomissione creativa della realtà, violando regole, principi, leggi. Non è un caso che questa sia stata anche una delle culle della cultura libertaria degli anni ‘60, con i movimenti politici di Berkeley, l’espansione psichedelica della mente, il surf, lo spirito peace & love di Castro a San Francisco, le prime comuni fisiche e online - visitate The Well, ancora aperta, per farvi un’idea.

Saul Griffith, inventore, ingegnere e fondatore (tra le altre) di Otherlab, una società di ricerca impegnata a trovare nuove soluzioni nel campo dell’energia rinnovabile.
Ramak Fazel, dal libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

Fermiamoci a questo prima. Prima che – come negli anni ’20 del XXI secolo - essere sfigati e cervelloni divenisse cool, fico. Ecco dunque la foto del garage di Palo Alto - design disneyano - dove Bill Hewlett e David Packard diedero avvio al proprio sogno. Oppure l’immagine dei vicini di Steve Jobs, a Los Altos, dove Steve1 assemblava con Steve2 (Wozniak), i primi computer Apple. Potremmo continuare con Susan Wojcicki, che affittò a Larry Page e Sergey Brin il garage dove mosse i primi passi Google. Assunta nella nuova società, Susan sarebbe poi diventata numero uno di YouTube. Stanford è senz’altro uno degli hotspot della Valle. È qui che nell’autunno del 1969 avviene il primo collegamento internet con l’università Ucla, a Los Angeles. Il messaggio contenuto nel pacchetto di dati doveva essere «Login» (autenticato), ma il sistema si interruppe dopo «Lo», un’espressione idiomatica traducibile con «Guarda!». Improbabile che la rete avesse già consapevolezza di sé. Comunque guardarono in pochi. Nulla sui giornali del giorno dopo e nemmeno nei resoconti di fine anno. Il ’69, per chi lo raccontava in diretta, fu l’anno dello sbarco sulla Luna, delle Pantere nere, di Hamburger Hill in Vietnam, dei tre giorni di Woodstock, della strage di piazza Fontana a Milano. Così, uno dei più grandi cambiamenti del nostro tempo passò quasi ignorato.

Gene e Joanna Tankersley, i vicini di casa, a Los Altos, di Steve Jobs e Steve Wozniak ai tempi in cui assemblavano i primi Mac.
Ramak Fazel, dal libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

La Silicon Valley è il luogo dove si impastarono computer, connessione permanente, creatività, innovazione, stili di vita, successi e fallimenti per costruire il Nuovo. Lo disse bene Thomas Alva Edison, inventore alla fine dell’800 della lampadina, dopo 7mila 999 tentativi falliti. C’è chi fa crescere il grano, chi lo miete, chi macina la farina, chi prepara l’acqua, il lievito, il sale. Ma poi arriva il panettiere che mette tutto insieme, inforna e nasce il pane. La Silicon Valley ha rappresentato nell’ultimo mezzo secolo il cervello collettivo di quel fornaio. Quel flash. Il luogo dove chi aveva occhi poteva vedere quel che gli altri non avevano ancora capito, annusare lo spirito del tempo. Impadronirsene. La naturale disposizione a essere una società aperta - il che non significa equa, meno spietata o scevra da contraddizioni, anzi - è senz’altro parte di tutto questo.

L’interno del Paul’s & Eddie’s Monte Vista Inn, il baretto poco glam e cash only a Cupertino, dove si mescolano a fine giornata ingegneri della Apple e clienti locali.
Ramak Fazel, dal libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

Un luogo basato sul merito, accogliente verso gli immigrati che portano valore. Guardate alle storie dei grandi innovatori di questi anni: Steve Jobs (Apple) era di padre siriano; Sergey Brin, uno dei fondatori di Google, nasce in Russia; Jeff Bezos (Amazon), è figlio adottivo di un naturalizzato cubano; Elon Musk (PayPal, Tesla, SpaceX), sudafricano; Jan Koum (WhatsApp) è originario di Kiev, in Ucraina; Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, è indiano; Eric Yuan, ideatore della piattaforma Zoom - che nei mesi del virus lo ha reso miliardario - viene dalla provincia cinese dello Shandong, e ha chiesto il visto Usa nove volte, prima di riuscire a ottenerlo. Sundar Pichai, uno dei padri di Android e oggi a capo di Google, alla vigilia del viaggio che dall’India lo avrebbe portato negli Stati Uniti per il dottorato, fece ricorso a una colletta per comprare lo zaino.Come spiega Matt Ridley, scienziato e scrittore, l’innovazione è un processo disordinato e casuale, frutto di serendipità, che fiorisce al crescere degli scambi e degli incroci tra persone e società. Immagino un po’ un clima simile a Mileto, in Asia Minore, tra Settimo e Sesto secolo prima di Cristo. Lì dove si incontrano commerci e popolazioni diverse, dove i miti e gli dei di ogni tribù non bastano più per capirsi: serve un terreno comune di conoscenza, arte, cultura. Per prossimità fisica, con Talete e Anassimandro si sviluppano la filosofia, la geometria, una nuova moneta. La vicinanza. L’ibridazione. Un po’ la stessa twenty minutes rule applicata come uno dei parametri per finanziare le startup: si danno soldi a chi si può controllare da vicino, a chi è a non più di 20 minuti d’auto dai nostri uffici.

David Moretti, direttore creativo alla Apple a Cupertino, mentre va a cavallo, una delle sue passioni.
Ramak Fazel, dal libro Silicon Valley No_Code Life (Rizzoli Usa)

Difficile dire se, dopo questa stagione, è davvero un futuro decentralizzato ad attendere la Silicon Valley. In questa pausa di riflessione, fine della corsa oppure solo intervallo tra primo e secondo tempo, si discute di come lenire le disuguaglianze, costruire un futuro più inclusivo. David, da Orinda, dopo l’accelerazione vede arrivare un periodo più lento, e non a caso compare in una foto di Zamel a cavallo, una delle passioni, insieme con la musica, che ha coltivato in quest’ultimo anno. Spira un vento diverso negli Stati Uniti, c’è un nuovo inquilino alla Casa Bianca, si lavora al piano vaccini. Questo è uno dei luoghi dove guardare per capire se, dopo la ruggente corsa all’oro del silicio, sia iniziata una fase differente. Qui in Europa è già sera. Lasciamo David alle videoconferenze che si succedono, una via l’altra. Nella Silicon Valley una nuova giornata è appena cominciata.

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