Quindi, un anno e mezzo dopo, torneremo a patire l'ansia sociale?

Un articolo del New Yorker solleva l'ultimo dei dubbi dell'era post pandemica: siamo ancora in grado di vivere il/nel mondo?

fomo covid 19
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Agende che si infittiscono di appuntamenti, recuperi, cene, aperitivi programmati al minuto per tornare finalmente a rivedersi. Riaprire, rivivere, provare a scherzare sull'anno cancellato, immaginare come e quanto recuperarlo. E sbigottire per la paura di perdersi ancora qualcosa dopo tanto tempo chiusi in casa. Un articolo del New Yorker ha catalizzato le esperienze in una narrazione collettiva sulla FOMO, acronimo di Fear Of Missing Out, la paura totalizzante di essere tagliati fuori da ciò che accade nel mondo. La definizione, coniata da Patrick McGinnis nel 2004 sull'Harvard Business Review, descrive l'ansia sociale di partecipazione e interazione sociale a tutti i costi, che il post pandemia sembra aver particolarmente acuito. Si tenta di far tornare tutto come prima, ci si affanna ad esserci, scrive Matthew Schneier: presentazioni, vernissage, incontri, caffè presi al volo con persone che non si vedono da tempo. Gli appuntamenti rincorsi a rapido scaglione, a prescindere ciò che è successo negli ultimi 14 mesi a livello globale, sembrano sollevarci dalla paura di essere dimenticati. Shannon O’Neill, psicologa del Mount Sinai, riassume i vari lockdown sotto la dicitura "esperienza collettiva condivisa che non si poteva perdere": in effetti, eravamo tutti sullo stesso piano. Ma veramente tutti, in ogni curva del mondo. Costretti a stare a casa, uscivamo solo per il minimo indispensabile di sopravvivenza. La socialità, o meglio ancora la scelta della socialità, era vietata. "Oggi che è possibile ricominciare a scegliere cosa fare, vedere le persone sui social - anche se non ti senti pronto a uscire o ti va bene questo genere di vita - sono sicura possa causare molto stress emotivo" conclude la psicologa.

L'ansia di partecipazione e interazione sociale a tutti i costi

Ma non è solo colpa di network e piattaforme, anche se sono trigger meno controllabili e più aggressivi. Il corpo è in stress da lockdown e la mente è altrettanto affaticata. Combattuti tra la voglia di uscire di casa per mangiare fuori, passeggiare, riprenderci la notte, e la seducente semplicità di un divano che è diventato confortevole routine. La casa non tradisce, ingloba; e alla fine, dentro casa siamo stati pure bene. Il concetto di protezione delle pareti domestiche è stato portato all'estremo, un'imposizione intima ma obbligata che ha annullato gli arbitrii. Ora che è tornata la scelta tra varie alternative, il desiderio di non perdersi nulla e la paura dell'impegno sociale di dover riprendere tutto dove si era lasciato, si scontrano inevitabilmente. E fai quello che ti senti, si trasforma da raccomandazione affettuosa a nuova costrizione: e se io non volessi fare niente? Digressione personale: al primo timido invito ad una degustazione di vino in presenza, nel mio cervello si è aperta una mappa logistica che oscillava tra la commozione di (ri)salire sul treno, la razionalizzazione a base di igienizzante, e il brivido ghiacciato di "Starò in mezzo alle persone dal vivo. Io non lo so se sono ancora capace". La prima cena a casa di amici, con il coprifuoco ancora alle 22, mi è costata un affaticamento mentale inimmaginabile: non riuscivo a spiegarmi. Articolare concetti semplici e condividerli con parole comprensibili in una discussione aperta con le parole mi sembrava difficilissimo. Fast forward di qualche settimana: sono una scultura di Rodin di fronte all'armadio spalancato, nella migliore meditazione di tutti questi abiti e niente da mettere, per l'inaugurazione di un nuovo locale. Ma era, ed è vero: non so più cosa indossare ad un cocktail dopo quattordici mesi di jeans, camicie, t-shirt e sneakers. Ricomincio lentamente a rivestirmi per la nuova me (con tutto il decluttering mentale e guardarobiero che comporta). E altrettanto gradualmente curo la mia resistenza sociale, arrogandomi con soddisfazione il diritto di dire di no.

E se io non volessi fare niente?

Perché nessuno, anche il più ottimista, sa davvero cosa sente giorno dopo giorno: si mettono fondamenta nuove ogni 24 ore per dare una nuova forma, con i propri tempi, all'apparato sociale dell'esistenza. Avere fretta in tal senso può essere controproducente: l'oversocializing è entusiasmante in prima battuta, ma potrebbe alimentare sempre di più l'ansia sociale. E non si può dimenticare l'inevitabile ostacolo di fiducia in sé e negli altri, molto difficile da scavalcare, che complica ulteriormente i nuovi rapporti umani. Questo tipo di FOMO post Covid-19, scrive Schneier, ci ha colti di sorpresa, con le difese emotive più basse che mai e certezze spazzate via. Siamo pieni di domande: davvero vogliamo che tutto torni com'era prima, ricominciando a fare le cose che non volevamo più fare (e tradendo lo spirito egoriferito, salvifico, di Jep Gambardella) in nome della ripresa a tutti i costi? Veramente siamo disposti a dimenticarci il gigantesco lavoro che abbiamo fatto su noi stessi per restaurare una scala di priorità che prima detestavamo, e è pure cambiata? L'ultima domanda è la più cruda:

perché stiamo ignorando noi stessi?

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