Sagre di paese: il fascino indiscreto della rana fritta e del pesce siluro

Quell’Italia dalla quale è bello scappare almeno quanto ritornare, per immergersi, certe domeniche d’afa, nella Festa della Salama da sugo, del tortello di zucca, della braciola di castrato, del trattore cingolato e via dicendo

Copertina con il superman delle Sagre, il cui mantello è una tovaglia a quadretti
Courtesy Historica Edizioni

Enrico Dal Buono è un millennial fatto e finito. Infatti è nato nel 1982 e ha le stimmate nevrotiche della sua generazione: ansie, impazienze, mania per le serie tv, ecc. Ma a tutto ciò aggiunge dei tratti da giovane anziano che ne fanno un curioso e puntiglioso e implacabile cronista dell’Italia padana. Di quell’Italia dalla quale è bello scappare almeno quanto ritornare, per immergersi, certe domeniche d’afa, nella Festa della Salama da sugo, del tortello di zucca, della braciola di castrato, del trattore cingolato e via dicendo tra le sagre di paese.

Giornalista, professore di scrittura creativa alla Naba e per la Scuola Holden, è scrittore alfieriano nella disciplina. Uno di quelli che se si inchioda alla sedia per scrivere qualcosa non lo porterete a bere una birra manco se vi presentate in compagnia di Charles Bukowski, Bret Easton Ellis e Irvin Welsh, pronti per una sbronza. Audace romanziere, con La Vita Nana (Baldini & Castoldi) ha bombardato diversi tabù. Ma è con questo breve saggio in libreria dall'8 marzo, La provincia è Sagra - resistenza culinaria di un mondo in disfatta (Historica, in libreria dall'8 marzo 2018), che offre una visuale quasi metafisica di quell’Italia dei comuni e delle fattorie saccheggiata da Farinetti e Slow food, ma dimenticata, con un po’ di snobismo, dalla smart community contemporanea. Il che però finisce per essere un bene: Uber, Amazon Prime, Airbnb qui sono forestieri. Scordateveli ed entrate in una balera sudata in pieno agosto, sfidate le zanzare-drone sotto le tensostrutture dove si respira grasso fritto, affinate la tecnica della posata di plastica e moderatevi nell’arbitrare l’entertainment locale. Se ne siete capaci.

O no, che ne dice professore?
Dico che l'esperienza più estrema è stata frequentare le sagre con i miei genitori. Mio papà che pretendeva di fare un critica musicale dei famigerati "duo" delle sagre (una donna che canta e un uomo che...vive), mia mamma che pretendeva di ballare il tango sulle note di Ivana Spagna.

La Sagra oggi si fa perché si deve fare o è un sabato del villaggio contemporaneo?
Con lo spegnersi delle ideologie novecentesche, con l'indebolirsi delle grandi feste di partito, le sagre sono diventate la principale occasione di ritrovo delle piccole comunità. Dall’epica all’ortica, il canto del cigno della provincia è un grande rutto. Le sagre, spesso nate o rinate negli anni Novanta, sono feste di partito senza partito. Alle elezioni vincerebbe la Pro Loco.

Se atterra un marziano nella Bassa a quale Sagra gli consiglia di non mancare mai, assolutamente?
Sagra della Vongola Verace di Goro. Hanno il padellone per vongole più grande del mondo, da fare invidia a un disco volante venusiano. Tiene sei quintali e settantacinque chili di molluschi. Aggiungono 30 litri di olio, 25 di vino bianco, 15 limoni, qualche badilata di prezzemolo e di peperoncino, poi rigirano e raspano le vongole col rastrello.

La Sagra della vongola di Goro
ZEro Bologna

Che cosa non va oggi nelle sagre?
Vorrà dire chi non va. Non ci va chi ha voglia di postare e di postarsi su Instagram. Niente selfie, niente tag. Sono serate disconnesse della maggioranza rumorosa.

Durante le sagre si cucca ancora?
Eccome. Alla Sagra della Salama da Tai di Guarda Ferrarese, mentre il solito duo suonava Tozzi, il bullo del paese, sui sessanta, sradicava dalle sedie coetanee su coetanee e le faceva volteggiare, poi guardava di sbieco tutt’attorno per valutare l’effetto prodotto.

Quale potrebbe essere un modo geniale per svecchiare il concetto di sagra?
Secondo me la sagra non va svecchiata. Sono eventi fighi proprio perché sono le manifestazioni più sfigate e anacronistiche del mondo. Sta tutta qui la poesia. Già quelle dove prendevano l'ordine coi tablet mi indisponevano. Modernizzarle sarebbe come mettere il motore ai pedalò romagnoli.

Di che cosa parla la gente in fila per la salsiccia?
Più che parlare, c’è chi passa davanti facendo finta di niente. Chi gonfia il petto con aria minacciosa per inibire i furbetti. Nelle sagredove ti servono a tavola, la gente è rilassata. In generale, quando si sta seduti a tavola, lo stomaco si decontrae, la nostra natura predatoria si appisola. Nelle sagre da posa eretta, il nostro organismo si prepara all’attacco. La competizione per il cibo, per il primo boccone della preda, torna manifesta (ciò vale anche per gli eventi alla moda delle grandi città, dove il cameriere, col suo vassoio, viene come smembrato da ogni parte da signore ingioiellate e fameliche). C’è chi si lamenta, chi contesta l’organizzazione gerarchica del branco.

Le sagre di paese muovono soldi?
Sono tutti volontari. La principale preoccupazione economica è quella di sostentare le squadre di calcio locali. “Più soldi mettiamo da parte, più aiutiamo la nostra squadra, l’Eridania, che è scesa dalla I alla III categoria" mi ha detto l'organizzatore della Sagra dello Storione di Ficarolo. "L’iscrizione al campionato costa comunque tre mila euro. Ogni volta che tracci le righe sono venti euro. Venticinque palloni che finiscono nel Po ogni due o tre rinvii. E vuoi non dare un rimborso mensile da ottanta euro ai ragazzi?”.

Qual è la caratteristica comune a tutte le sagre?
L'orgoglio per il piatto tipico del rispettivo paese. L'Italia è fatta così. Per mantenere un senso di comunità ci si stringe attorno alla minestra. Gli ingredienti cambiano di chilometro in chilometro. Lo statuto del partito è diventato una ricetta. Del tortellino, dello gnocco fritto, della rana con polenta. Resta il bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Se non tutti votano, però tutti mangiano. Il populismo è sempre gastropopulismo. Al di là dell’ideologia, c’è lo stomaco. Noi siamo quelli che nella pasta ripiena mettono il prosciutto, voi ci mettete la goletta. L’Italia che lavora di ganasce.

Tra 50 anni esisteranno ancora le sagre?
Sì, ma forse saranno sagre del cous cous e del burrito.

Photo: Courtesy Historica

This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Cultura