Per la depressione dopo una storia finita mi sono ridotto a limonare una statua in via Saffi

Dovevo trovare una donna, subito, adesso. Dicevo che volevo morire. Poi mi chiudevo in bagno... Capitolo 46 di tempo da mosche, il bloghetòn

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Dovevo trovare una donna, subito, adesso. I miei venivano spesso a consolarmi, parlai con loro come non accadeva dalla fallimentare pagella della prima liceo. Dicevo che volevo morire, loro un po’ ci credevano, poi s’incazzavano, a vedere così loro figlio “per quella mediocre”, dicevano, ma soprattutto dimagrivano e invecchiavano a vista d’occhio, come carte assorbenti di dolore. Io, l’addolorato, mi chiudevo ogni due ore nel cesso e mi masturbavo guardando le foto di Silvia e Panta sull’iPhone. Lui era tornato dal Messico, dichiarandole amore sempiterno, l’aveva perdonata e la adorava anche se mentre lui era a Cancún lei era andata a letto con un ventenne che per campare faceva le acrobazie in skate (pure guardando la sola foto che trovai di Silvia col ragazzino mi feci una decina di pugnette. Chissà se si era permesso di sculacciarla?).

“Capito perché sto buono con Rosita, adesso? – mi spiegò Pier Vittorio mentre passeggiavamo per gli infiniti rettilinei di quella città così morale – Io non mi voglio più trovare a dover umiliarmi, a elemosinare affetto da una persona che disprezzo. Perché, quasi sempre, le prime che incontri le disprezzi. – mi offrì il tabacco da rollare e adesso io facevo quello che faceva lui – Voglio dire, Gastò, c’abbiamo già abbastanza casini con la strada che abbiamo scelto, che dici?”

Dicevo che c’aveva ragione, ma mi sarei umiliato senza soluzione di continuità, nei mesi in cui un’inondazione sommergeva mezza Liguria, si insediava il governo Monti, infuriava la guerra civile in Siria e Standard e Poor’s declassava il rating dell’Italia a BBB+.

Andai a Milano per passare un fine settimana con Giulio, e ci raggiunse anche Matteo. Bevemmo a più non posso e finimmo in una discoteca anni ’80 dove bisognava vestirsi fluorescenti. In pista mi baciai con una rossa di cui non distinguevo la faccia, un tipo mi urtò, allora lo urtai anche io, e lui più forte, coglxxne, cxzzo vuoi, testa di cxzzo, succhia, ti uccido, provaci. Le solite cose. Gli avvolsi il braccio sinistro attorno alle spalle, come un fidanzatino, per dirgli certe parole. Poi, quando sentii la consistenza di un corpo estraneo premuta contro il mio avambraccio, provai una rabbia atavica, da paleocorteccia, e gli rifilai due destri ravvicinati sul naso, a tradimento, e sentii la cartilagine che si afflosciava sotto le mie nocche e mi sentii benone e scomparvi nella folla. Quando si accesero le luci non trovai i miei amici e uscii da solo. Mi misi a far pipì tra due macchine e mi ritrovai per terra. Il tipo a cui avevo rotto il naso e due suoi amici mi stavano prendendo a calci, io avevo i pantaloni abbassati e non riuscivo a scappare. Arrivò altra gente e li scacciò. “Vigliacchi, – disse qualcuno – è da solo”.

Chiamai un taxi e trovai il portone del numero diciotto di via Saffi ancora chiuso, erano le sei. Suonai il campanello di Giulio ma non mi rispose nessuno. Mi sedetti sul marciapiedi e aspettai il portiere allargandomi gli strappi della camicia, comprimendomi i bernoccoli fino a sentirli pulsare. Quando il portiere aprì notai i mezzibusti napoleonici del cortile interno, ne selezionai uno coi riccioli e iniziai a baciarlo – freddo sulla lingua ma nessun gusto, poi attaccai a piangere. “Questo è il Genzio dentro di te che non vuole tirare le cuoia. – disse Matteo, alle mie spalle – Un ultimo sforzo, Gas, e lo accoppi”.

“Era ora. – disse Giulio – Meglio tardi che mai.” Ci cacciammo a ridere tutti e tre e io ancora piangevo.

“Doveva succedere anche a te, succede a tutti prima o poi. Ti molli, lei va con altri, e tu soffri come un cane. Non c'è niente da fare. Due anni, – continuava Giulio mentre risalivamo in ascensore – servono due anni per stare bene del tutto” e io sperai di invecchiare presto.

La settimana successiva mia mamma era di nuovo a Torino e dormiva a letto con me. Una mattina mi squillò il cellulare ed era l’editore di una piccola casa editrice milanese, la Nautilus. Si chiamava Mirko Piombina, l’avevo conosciuto alla Twist, gli avevo inviato i miei racconti e una sera l’avevo incrociato a una festa. “Non male la roba che m’hai mandato. – aveva la barba biondiccia e non ti guardava negli occhi – Qualcosa faremo” aveva detto. “Davvero?” ripetei un paio di volte, poi lui continuò a camminare annuendo e io pensai che fosse omosessuale – avevo sviluppato il complesso della velina. E ora mi chiamava e mi diceva che sì, qualcosa avrebbero pubblicato, che dovevo andare a Milano, prima o poi, per firmare il contratto, “ci faremo risentire noi” disse. Piansi ancora e pensai che Dio era tanto buono e che la mia vita era proprio come un film che te ne capitano di tutti i colori ma poi finisce tutto alla grandissima. Scrissi di getto un raccontino su un tizio che viene lasciato e quindi stupra la propria ragazza. Poi piansi di nuovo e pensai che non m’avrebbero mai richiamato.

“Hai visto? – cantilenava la mamma mentre scolava la pasta – Te lo dicevo che doveva arrivare qualcosa di bello, me lo sentivo.”

Scrissi su Facebook che avevo trovato un editore in modo che Silvia vedesse che ce la facevo senza di lei.

CAPITOLI PRECEDENTI:

45: Lettera d'addio per lei: l'ultima spiaggia degli sconfitti

44:Tu che dici: non sono geloso. Balle! La vita prima o poi ti farà ricredere

43: Come lasciare qualcuno ovvero quando la persona che amavi diventa il tuo peggior nemico

42: Chi è nato negli anni '80 come può credere davvero che qualcosa migliori?

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