Pose, la serie sulla Ball Culture che ha già cambiato la televisione

Da Trump alla comunità LGBTQI+, dall'America più profonda al glam: review di un mondo (seriale) da vedere.

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Getty Images

Racconta di New York; degli esordi dell’era Trump e dunque dell’ascesa di un’icona pagana, un agnello d’oro massiccio da venerare per combattere la miseria e l’emarginazione ogni giorno accarezzando l’obiettivo irraggiungibile della gloria e del riscatto personale. Mostra gli anni Ottanta: l’AIDS in seno a una comunità la cui identità, fortissima, è costretta a splendere nei luoghi chiusi al pubblico, lontano dagli occhi indiscreti oppure ad accartocciarsi su se stessa sui marciapiedi, mentre un popolo di ombre in glitter e pelliccia coltiva il desiderio di essere come tutti gli altri e, allo stesso tempo, rompere il soffitto di vetro della «normalità». Racconta di padri e madri come ogni storia di formazione che si rispetti, ma lo fa servendosi del cast LGBTQI+ (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer or Questioning, Intersex e oltre) più ampio della storia perché includerà almeno cinquanta personaggi transessuali, il che ne fa un prodotto da record sebbene abbia debuttato solo lo scorso 3 giugno negli Stati Uniti. È Pose, la serie tv di Brad Falchuk, Steven Canals e soprattutto Ryan Murphy. Ed è letteralmente una meraviglia.

Serie d’autore al 100%, Pose è il canto del cigno di Ryan Murphy – già ideatore o co-ideatore di Nip/Tuck, Glee, American Horror Story, Scream Queens, Feud - che abbandona la cosiddetta «televisione lineare», ossia quella fatta di palinsesti e orari, per tuffarsi in quella «non lineare» e on demand incarnata di questi tempi soprattutto da Netflix (cui si è legato con un contratto da «soli» trecento milioni di dollari). Lo show basato sulla Ball Culture, da cui sono emersi programmi di celebrità internazionale assoluta quali RuPaul’s Drag Race, è dunque un saluto speciale; il balletto – si parla di dance series, in effetti – che chiude un lungo, importante capitolo. Lo stesso che ha fatto delle sue storie per la televisione a base di barocchismi, surrealtà e denuncia sociale un marchio di fabbrica riconoscibile ovunque. Sono proprio questi, del resto, gli ingredienti principali anche di Pose.

Facciamo un passo indietro. Quando si parla di Ball Culture si parla di una sottocultura underground, legata in maniera indissolubile all'identità LGBTQI+, i cui momenti fondamentali sono delle vere e proprie competizioni, delle gare con tanto di trofei basate su parametri quali l’abilità nella danza (il «voguing» di cui poi si è appropriata Madonna con una delle sue hit più note), i costumi, l’aspetto e il modo di fare. Al centro di queste gare vi sono delle famiglie al cui apice sono «madri» e «padri» non biologici, il tipo di nucleo nel quale si può scegliere di entrare e funziona da realtà di accoglienza per i giovani – soprattutto di origine afroamericana e latinoamericana – in condizioni difficili. Volumi su volumi sono stati compilati sul fenomeno della Ball Culture e se è vero che già guardare un documentario seminale come Paris Is Burning è utile a farsi un'idea di questa straordinaria realtà, è anche vero che esaurirla superficialmente non solo è complicato ma anche riduttivo.

Qui entra in scena Pose che, pure al prezzo di inevitabili semplificazioni, si propone proprio di portare un movimento «segreto» come la Ball Culture al grande pubblico con una serie tv caleidoscopica, divertente, dolorosa e profondamente umana. Nello show di Murphy, Falchuk e Canals seguiamo proprio una famiglia: è quella di Blanca, e si chiama House Evangelista così battezzata proprio per via della famosa modella Linda. Facciamo conoscenza con i suoi membri a partire proprio da lei, Blanca, «madre» ribelle e donna transessuale che scopre nei primi minuti dell’episodio di essere malata, e vuole lasciare un marchio nel mondo prima di andar via; Angel, meravigliosa donna transessuale che si prostituisce e si innamora di un uomo sposato; Damon, ballerino senza fissa dimora cacciato di casa in seguito a un coming out brutalmente sanzionato; infine Lil Papi di cui certamente scopriremo di più nelle prossime puntate.

Blanca, Angel e gli altri sono personaggi cui ci si affeziona all’istante (e i personaggi, si sa, sono la vera linfa vitale di una serie tv). Sono veri, quasi tangibili con tutti i loro demoni e qualità fuori dal comune. Dopo aver battezzato il mondo della serialità internazionale con prodotti nulla meno che audaci come il già citato American Horror Story, sembra dunque che Murphy abbia azzeccato la formula «definitiva»: la via di mezzo perfetta tra l’esagerazione, che pure gli è cara, e l’autenticità. Per questo Pose è un oggetto televisivo non comune e se il pilota – che, attenzione, dura quasi ottanta minuti - restituisce effettivamente la dimensione della grandezza dello show, siamo di fronte a qualcosa di inedito per i piccoli schermi. La Ball Culture messa in scena, e i suoi partecipanti, sono un misto ben calibrato di orgoglio e umiliazione in grado di suscitare nello spettatore ammirazione ed empatia. Se tutto va come deve andare, ossia se la struttura della serie – che per ora sembra ben solida – non caracolla sotto il peso del suo meraviglioso ma come sempre (con Murphy) ingente messaggio di uguaglianza, sentiremo parlarne moltissimo. Forse per parecchi anni a venire.

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