Sheikha Hoor Al-Qasimi, il dialogo tra Oriente e Occidente

La curatrice che ha segnato il Rinascimento della scena culturale e artistica nel Golfo Persico

2017 MoMA PS1 Benefit Gala
Rabbani and Solimene PhotographyGetty Images

Sheikha Hoor Al-Qasimi è curatrice e direttrice della Sharjah Art Foundation e della Biennale di Sharjah. Figlia del sultano degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Al-Qasimi, ricopre un ruolo dirigenziale in uno dei paesi in cui è più difficile farlo, se i tuoi cromosomi non sono XY. Considerata nel 2016 la terza donna più potente nel mondo dell’arte secondo Artnet, Sheika rappresenta un forte segnale di rinnovamento, sia per la condizione sociale che per il sistema dell’arte mediorientale.

Il suo cuore è a Sharjah, ma la sua formazione è occidentale: ha studiato nelle migliori scuole di Londra, conseguendo un diploma in pittura alla Royal Academy of Arts e un master in Curatela di Arte Contemporanea alla Royal College of Art. Ultima di sei fratelli -tra cui un gemello, Khalid, architetto e fashion designer- parla sei lingue, compresi il mandarino e il giapponese, e vive sempre con la valigia in mano. <<Ho avuto un’infanzia colta>> racconta in un articolo di Vogue <<In viaggio visitavamo musei come il MoMA di NY o la Tate di Londra. A Sharjah negli Eighties la scena culturale era vivace: ricordo concerti della London Philharmonic Orchestra e pièces della Royal Shakespeare Company>>.

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Nel 2003, a soli 22 anni, diventa direttrice della Biennale di Sharjah: avviata dieci anni prima, era stata fino a quel momento un’esposizione modesta e di stampo locale. Forte del suo spirito cosmopolita e delle esperienze vissute in giro per il mondo, Sheikha Hoor incoraggia lo scambio e il dialogo artistico interazionale mutando totalmente l’identità della manifestazione, fino a consacrarla l’evento più ambizioso d’arte contemporanea mai realizzato nel Golfo Persico. Abolisce inoltre la suddivisione “paese per paese” adottata fino a quel momento: <<Le persone non sono definite dal un solo luogo. Ci sono quelli che hanno più di una nazionalità, quelli nati da un matrimonio misto, quelli che non riescono a tornare nel proprio paese>> aveva dichiarato nel 2016 in un’intervista a Frieze <<Perché allora gli artisti dovrebbero rappresentare un singolo paese?>>.

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L’ingresso della curatrice cambia le carte in tavola, proiettando la scena artistica emira verso modelli più contemporanei, segnando una tappa importante nella storia di un paese che sta già affrontando una transizione storica. Gli Emirati Arabi infatti, affacciatisi sul mercato dell’arte da circa un decennio a questa parte, hanno investito ingenti capitali nell’acquisizione di opere-simbolo del patrimonio artistico occidentale. Il volto geografico di questa terra è stato stravolto, da una sconfinata distesa desertica a un’oasi del lusso con complessi metropolitani avveniristici. Esemplare è la vicenda del dipinto Salvator Mundi di Leonardo, battuto a dicembre all’asta di Christie’s per la cifra record di 450 milioni di dollari -l’opera d’arte più costosa della storia- acquistato da un misterioso principe saudita di cui l’identità è ancora oggi misteriosa. La stessa Christie’s ha aperto nel 2006, non certo a caso, una sede a Dubai. Molti elementi sono stati adottati proprio dal modello occidentale, come il Louvre di Abu Dhabi, esportato nella capitale emira in un’architettura spettacolare firmata Jean Nouvel. Ora è il turno del Guggenheim Museum, che aprirà la sua sede araba nel 2020, in coincidenza con Expo -un riflettore senza precedenti per questo paese- andando a completare la grande “Operazione Abu Dhabi”.

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In un panorama che cambia rapidamente, sul filo del rasoio tra un paese tanto tradizionalista quanto lanciato nel sistema internazionale economico e artistico, la Sharjah Art Foundation ha preso una posizione molto chiara: essere un museo di qualità e prestigio ma senza perdere di vista l’obiettivo principale, quello della vicinanza alla popolazione, veicolando l’arte per creare coesione sociale. Poiché, ben prima della rincorsa alle strutture da record, occorre creare un tessuto culturale sul territorio, e questo Sheikha Hoor lo sa. Durante il corso di questi anni ha commissionato, finanziato e presentato installazioni di dimensioni museali, performance e film diretti da artisti di tutto il mondo, introducendo un vasto programma culturale accessibile alle comunità di Sharjah e a tutti gli Emirati Arabi. <<Non voglio creare un divario fra chi se le può permettere e chi no. I bambini del quartiere vengono da soli, a visitare tutte le mostre>> rivela ancora a Vogue <<Poterli ispirare è la più grande soddisfazione>>.

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Non possiamo dimenticare la partecipazione della curatrice alla Biennale di Venezia, ove ha diretto nel 2015 il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti con la mostra: 1980–Today: Exhibitions in the United Arab Emirates. Tra i quattordici artisti presentati, molti erano già “di casa” alla Sharjah Art Foundation. Tra questi, Mohammed Kazem, figura pionieristica nel panorama artistico contemporaneo la cui indagine si concentra sul cambiamento di Dubai, suo paese natale. Hassan Sharif invece, è altrettanto noto negli emirati per le sue opere concettuali suggestive e provocatorie, oltre a dipinti, opere su carta e sculture, prodotte a partire dai primi anni Ottanta.

Sheika Hoor Al-Qasimi è la curatrice che si è fatta ponte tra il mondo orientale e quello occidentale, facendo conoscere gli artisti arabi alla scena internazionale e portando quest’ultima all’interno del proprio museo, stimolando la crescita di un fervore culturale per le nuove generazioni.

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