Questa è la storia di come è nato il weekend (e di come lo stiamo uccidendo)

Se pensate che il fine settimana sia sempre esistito avete bisogno di sapere che qualche sbronza, un industriale dell'auto e un grossa crisi economica ci regalarono due giorni di festa

Water, Sitting, Leg, Leisure, Human leg, Summer, Reading, Vacation, Joint, Human body,
Les Anderson su Unsplash

What is a weekend? La battuta di Lady Violet in Downton Abbey è uno dei meme più virali di sempre sui social network perché è la massima espressione dell’aristocrazia in poche, ingenue parole. Quando cioè, per una nobildonna, le giornate erano così – tranquillamente – tutte uguali da non registrare alcuna differenza l’una con l’altra. Tanto da chiedersi “cos’è un fine settimana?”, sentendolo citare dai giovani. In verità, la settimana stessa non dovrebbe esistere. Sembra strano dirlo, ma sul tema si è soffermato un articolo di qz.com, realizzato su un estratto del libro di Katrina Onstad The Weekend Effect: The Life-Changing Benefits of Taking Time Off and Challenging the Cult of Overwork. Un bel libro in cui si fa notare, dapprima, come l’anno sia basato su un ciclo naturale delle quattro stagioni e dei sui 365,25 giorni, di come il giorno segni il suo inizio e la sua fine in base alle 24 ore, ma che della settimana non esista un vero scadenzario terrestre. Lo abbiamo coniato noi: forse seguendo il passaggio della Genesi in cui Dio, al settimo giorno, si riposò? Probabile. Ma nella Bibbia non si parla di weekend. Il weekend lo abbiamo coniato veramente noi. Per riposarci? Non esattamente.

Milivoj Kuhar su Unsplash

Come spiega Onstad, il tempo e la lunghezza della settimana sono stati da sempre argomenti da battaglia sindacale, addirittura prima del riconoscimento che il lavoro minorile fosse qualcosa di sbagliato. Come già accennato, prima erano i cicli naturali a regolare tutto. La giornata di lavoro cominciava all’alba e finiva al tramonto. L'ora più buia era mezzanotte. I contadini seguivano le stagioni. I pescatori le maree. Poi gli orologi sono diventati di uso comune, e venivano appesi anche nelle fabbriche (dove spesso tornavano indietro misteriosamente, manomessi per allungare i tempi di lavoro). A un certo punto sono stati i lavoratori a inventare una sorta di fine settimana. Forzato. Tra la fine del 18esimo e 19esimo secolo, racconta Onstad, il lunedì mattina, negli uffici dei paesi anglosassoni era facile trovare il deserto perché dopo la domenica tanti lavoratori (che non potevano nemmeno pensare di dire non voglio lavorare il sabato) si prendevano anche il giorno dopo. Una tale consuetudine che Benjamin Franklin si vantava di aver ottenuto una promozione da ragazzo solo per essersi presentato al lavoro di lunedì. Il motivo delle assenze era abbastanza comprensibile: la domenica era l’unico giorno di libertà, durante il quale in troppi si scatenavano. E si ubriacavano, arrivando al lunedì conciati come stracci. La domenica era il giorno in cui sperperare quel poco che restava della busta paga, una volta tolte le necessità.

Frank Fuhrmeister su Unsplash

Se oggi possiamo dire che il fine settimana dura due giorni, però dobbiamo imparare che l'impulso lo ha dato Henry Ford, il fondatore dell'omonima casa automobilistica. Ford, che non amava molto i sindacati, fu uno dei primi ad alzare lo stipendio ai suoi operai per un semplice motivo: con più soldi in tasca avrebbero potuto comprare uno di quegli oggetti del desiderio che montavano tutti i giorni: le automobili. In pratica gli rendevano il compenso. In seguito fu il primo a dare loro due giorni di riposo settimanale – imitato dagli altri industriali – perché se la popolazione è impegnata al lavoro non spende in abiti da sfoggiare, non mangia nei ristoranti, non circola in auto, le sue auto. Dare un giorno in più per fare compere non poteva che fornire una spinta all’economia. C’è chi contesta il concetto di aver fornito un falso giorno di riposo, che in realtà è di consumismo. Ma funzionò. Il motivo per cui il weekend è diventato però un’istituzione ufficiale, continua l’autrice, è poco poetico. Durante la Grande Depressione del 1929, infatti, le fabbriche non avevano soldi a sufficienza per pagare più di 5 giorni di lavoro settimanali, senza lasciare a casa qualcuno. Si lavorava meno per lavorare tutti. All’inizio, negli Usa, fu un trauma per chi non era abituato. Poi tutti si accorsero che guadagnare un po’ di meno per avere più tempo per se stessi non era affatto male. E il weekend si cementò nelle due giornate che conosciamo ora, diffondendosi poi in tutto il mondo, come accadde per quasi tutto quello che nasce in America.

Clem Onojeghuo su Unsplash

Peccato che tutta questa fatica la stiamo vanificando noi stessi. Adesso. Katrina Onstad ci mette in guardia su un concetto che si sta impossessando di noi. Ed è la folle idea per cui efficienza sta diventando sinonimo di “lavorare anche nel weekend”. Vantarsi di non prendere mai un giorno di vacanza durante la settimana comincia a sembrare una dimostrazione di forza. Un "ho intenzione di conquistare il tempo prima che mi conquisti”, dice lei. Abbiamo temporaneamente la sensazione di essere più forti del tempo stesso, di sconfiggerlo. Quando invece rinunciare ai weekend sembrerebbe, all’atto pratico, più una debolezza. Un’insicurezza. Stiamo dimenticando che il tempo libero è la valuta più preziosa che c’è, anche perché una volta speso non si può più riguadagnare. Siamo sicuri che cancellare il weekend dal vocabolario sia davvero ciò di cui abbiamo bisogno?

Jonatan Hernandez su Unsplash
This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Cultura