Francesca Woodman in mostra a Venezia con le opere più italiane (che creano vertigine)

L'importanza dell'Italia nello sviluppo dell'opera della giovane artista, in mostra a Venezia a 37 anni dalla sua scomparsa

Francesca Woodman, donna con anguille, Eel Series, Venezia
Francesca Woodman From Eel Series, Venice, Italy, 1978 Gelatin silver estate print 20.3 x 25.4 cm 8 x 10 in © Charles Woodman Courtesy Charles Woodman, and Victoria Miro, London/Venice

Ho vissuto abbastanza per sapere che l'età non conta. Quasi mai. L'esplorazione di corpo e identità possono richiedere tutta la vita e la cosa non va meglio con le sfumature della femminilità, o l'inquietudine di vivere, sempre in agguato. Per questa ragione al talento fuori dal comune di Francesca Woodman, morta a 22 anni, è bastato un decennio di sperimentazioni fotografiche per fornire un messaggio potente al mondo dell'arte. Messaggio spinto oltre i confini del corpo che fonde con il paesaggio e la rappresentazione della donna che estende alla condizione umana. I limiti dell'avanguardia femminista che l'ha mitizzata, del contemporaneo che la psicanalizza e spettacolarizza. Oltre i confini dell'Italia che ha avuto una profonda influenza nella sua formazione culturale e sulla genesi di opere che tornano per la prima a Venezia con la mostra Francesca Woodman: Italian Works. Nella sede veneziana della gallerista inglese Victoria Miro, fino al 15 dicembre 2018.

Francesca Woodman Self-portrait, Easter, Rome, 1978 Gelatin silver estate print 27.9 x 35.6 cm 11 x 14 in
© Charles Woodman Courtesy Charles Woodman, and Victoria Miro, London/Venice

Il percorso espositivo si presenta sinuoso e sfuggente, come i margini eterei del suo corpo ritratto per Eel Series. Avvolto su stesso, messo a nudo insieme all'evanescente fragilità e alla trasformazione spirituale, prefigurata dalla simbologia esoterica associata alle anguille. Una visione seducente del risveglio della forza vitale e della femminilità che pervade la natura umana, quanto gli elementi dell'universo.

A 37 anni dalla prematura scomparsa della giovane donna, volata giù da un grattacielo newyorchese nel 1981, la vertigine che l'ha generata, torna in mostra con il rapporto intimo e complesso della sua opera con il paesaggio culturale italiano. L'Italia sentita come una seconda casa dall'artista nata a Denver nel 1958, dalla coppia di artisti bohemian (lei ceramista e scultrice, lui pittore e fotografo) che danno voce e prospettiva alla sua vicenda umana e artistica nel film documentario The Woodmans.

Francesca Woodman Untitled, Rome, Italy, 1977 - 1978 Gelatin silver estate print 20.3 x 25.4 cm 8 x 10 in
© Charles Woodman Courtesy Charles Woodman, and Victoria Miro, London/Venice

Durante l'infanzia Francesca Woodman ha trascorso un anno a Firenze e nella campagna toscana, ma a diciannove anni arriva a Roma con l'European Honors della Rhode Island School of Design. Qui lo studio del classicismo di Giotto e Piero della Francesca matura il suo senso della composizione e della prospettiva. Sono i riferimenti alla scultura classica e surrealista a ispirare agli autoritratti Self-deceit e quelli specchiati di Self-inganno. Il contatto con la Transavanguardia italiana esercita una profonda influenza sulla sua esplorazione artistica, sulla relazione dell'individuo con lo spazio. Il corpo delle donne senza volto, si dissolve nel paesaggio, evapora alla luce del sole, indagando l'incerta dimensione dell'esistenza in relazione con l’ambiente naturale o architettonico circostante.

L'amicizia di artisti come Giuseppe Gallo e Enrico Luzzi, la avvicina al vecchio Pastificio Cerere di Roma, trasformato in spazio artistico per il "Gruppo di San Lorenzo" e per la rappresentazione eterea della sua anima che spicca il volo con la serie Angel. La visione angelica che sfida le leggi gravitazionali, trasformando la vertigine di vivere in capacità di librarsi oltre i limiti del visibile e i chiaroscuri dell'esistenza.

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L'atmosfera dai forti richiami surrealisti della libreria-galleria Maldoror, aperta nelle viscere di Roma da Giuseppe Casetti, con il suo ricco archivio di volumi d’arte, stampe antiche e fotografie surrealiste ancora inedite, ospitano nell'estate del 1978 la prima personale fotografica della Woodman. È qui che la giovane americana arricchisce con interventi fotografici i quaderni di fine 800 scritti a mano, interviene sulle foto anatomiche disarticolandole, applica fotografie sui fascicoli di esercizi graduati di geometria delle scuole elementari, che danno vita alla raccolta delle "disordinate geometrie interiori" con immagini concrete di concetti ideali.

La singolare opera è raccolta dall'amico 'Cristiano' Casetti, con un catalogo di lettere, fotografie e sperimentazioni visive destinate allo stesso Casetti, 'Pepe' Gallo, Edith Schloss e l’amica Sabina Mirri. Pittrice e modella ideale anche per la Serie del guanto, ambientata nel bar romano Fassi, lasciandosi ispirare dal ciclo dell’artista tedesco Max Klinger, ritrovato nella rivista Le Surréalisme, même del 1957.

Nel gennaio 1981 viene dato alle stampe l’edizione di Some disordered interiors geometries, uno dei sei quaderni fotografici progettati durante il soggiorno romano, la prima e ultima pubblicazione seguita dal suo suicidio. Quello che scrive poco prima di togliersi la vita, suona come un presagio: "Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate."

Francesca Woodman November has been a slightly uncomfortable baroque, 1977-78 Gelatin silver estate print 20.3 x 25.4 cm 8 x 10 in
© Charles Woodman Courtesy Charles Woodman, and Victoria Miro, London/Venice

Tutte le opere esposte nella galleria del sestiere di San Marco, nascono dal contesto culturale italiano che ha dato vigore alla ricerca esistenziale di Francesca Woodman, attraverso l'esplorazione artistica di una confusione di cose delicate, fragili, emozionanti, pronte a scavare nelle viscere di ogni spettatore, perpetrando un desiderio senza tempo della fotografa. Un dialogo intenso, ospitato al momento anche dalla Tate Liverpool (fino al 23 settembre 2018) insieme a Egon Schiele.

"Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza"

Francesca Woodman, Self-deceit #5, Rome, Italy, 1978 Gelatin silver estate print 20.3 x 25.4 cm, 8 x 10 in
© Charles Woodman Courtesy Charles Woodman, and Victoria Miro, London/Venice
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