Benevento, il sud che ancora fatica a decollare

Le storie di cinque ragazzi raccontano sogni infranti e difficoltà di trovare lavoro: c'è chi ha preso la laurea ma fa il magazziniere, chi spera di partecipare ad Amici di Maria De Filippi, e chi emigra (13 ragazzi su cento).

Benevento
Daria Addabbo

Fino al sabato di Pasqua di quest’anno non avevo mai dormito nel paese dove è nata mia madre. Forchia è un posto minuscolo (1223 abitanti) nella Valle Caudina, in provincia di Benevento: una strada, una farmacia (dedicata a Padre Pio), una sagra delle ciliegie e un bar affacciato sulla vallata. La vita entra ed esce da una sola strada, la via Appia, o statale 7, che a est porta verso Benevento e a ovest verso Caserta, e poi da lì a Napoli, all’Autosole e al resto d’Italia. È l’unico comune del Beneventano a confinare con l’area metropolitana di Napoli: praticamente la campagna e la provincia iniziano qui. Era passato un mese dalle elezioni del 4 marzo, la data in cui l’Italia è cambiata per sempre, con un’onda che ha viaggiato dalle estremità verso il centro del sistema. La prima sera a Forchia un cugino e uno zio mi hanno detto: «Andiamo a fare un giro». Siamo andati a fare un giro, destinazione: un bar sulla statale. Un bancone, quattro tv, un angolo slot, un’agenzia di scommesse. In Campania si spendono dieci miliardi di euro all’anno in gioco d’azzardo, qui la raccolta media annuale supera i 400 euro, ad Arienzo (dove c’è il bar nel quale mi hanno portato) si arriva a 1.037 euro (su un reddito imponibile medio di 13mila). A Forchia il Movimento 5 Stelle aveva appena preso uno sbalorditivo 59% alle elezioni.

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Un bar sulla statale 7, nei pressi di Forchia.
Daria Addabbo

A luglio sono tornato di nuovo: mi sembrava un buon punto di partenza per capire come era partita quell’onda, e provare a farlo con gli occhi di chi è giovane e non se ne è andato. Secondo l’ultimo rapporto Svimez, il Sud si sta svuotando: 1 milione e 883mila residenti in meno in 16 anni, la metà, appunto, giovani. Un problema anche per chi resta, perché non può, non vuole o non riesce ad andare. Come si cresce e come si vede il futuro in un angolo d’Italia che, come ha scritto Sergio Rizzo su la Repubblica, «sta morendo»?

Il nostro reportage nel beneventano.
Daria Addabbo

«I miei compagni sono rassegnati, chiedono: “Professore, perché devo studiare se tutto è un magna magna?”, ma io dico: “Intanto tu studia”».
Dalla strada lo striscione non si legge. È un lenzuolo bianco con vernice rossa, calato dalla finestra di una palazzina, come una scritta di protesta da una casa occupata. Invece dice: «Un sogno che diventa realtà per la nostra campionessa». La destinataria si chiama Giovanna ed è tornata nella notte da Rimini. La zia e la mamma ci spiegano: ha vinto due medaglie d’oro ai Campionati italiani di danza sportiva. Ha 15 anni e gli occhi calmi di chi ha deciso di andarsene dalla valle e di farlo ballando. «Quando aveva tre anni, Giovanna mi ha comunicato che avrebbe fatto la ballerina e la veterinaria», dice il papà, Gerardo. Lavora alla Tta, la «super fabbrica» di Airola dove si fanno le scocche in carbonio dell’Alfa e della Ferrari. Ogni tanto le vede passare sulla provinciale, dal balcone, e si chiede di chi siano. «I ricchi ci sono anche qui, ma stanno nascosti bene». Era un ottimo ciclista dilettante, avrebbe potuto fare il professionista, ma la vita è andata altrimenti. Alla figlia ha trasmesso l’attitudine da atleta: tornare con i piedi sanguinanti, allenarsi ogni giorno, piangere, ripetere. «Lo studio però lo ha preso dalla mamma». Ragioneria a un chilometro da casa, la migliore della classe, tra le migliori della scuola. «I miei amici hanno già deciso che le cose andranno male, siamo ragazzi e non vediamo più nessuna speranza, io non capisco». La rassegnazione lei non saprebbe nemmeno come fingerla. Sulla strada verso la scuola ascolta i rapper Sfera Ebbasta e Ghali. «Progetti nel futuro lontano? Vivere a New York e fare la ballerina. In quello meno lontano? Il provino ad Amici, l’anno prossimo».

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Giovanna, 15 anni, non si arrende e sogna una vita da ballerina a New York.
Daria Addabbo

«Ho votato Movimento 5 Stelle ma ho sbagliato a non fare la cosa che avevo deciso fin dall’inizio, un c**** grande così sulla scheda elettorale».
Francesco ed Eros
sono fratelli, si somigliano tanto che fatichi a distinguerli. Francesco ha 25 anni, Eros 20. Francesco ha lavorato in un autolavaggio («Tutto a mano, niente di automatico»), poi da un gommista, ora nel magazzino di una farmacia ad Aversa. Eros lavora in un bar sulla statale, su tre turni. «Quando faccio la notte, prima arrivano i pescatori, poi gli sgozzatori di polli, gli ultimi sono gli operai». La politica scivola naturale nel discorso: «Quelli prendono 35 euro al giorno per non fare niente, io 25 per faticare tutta la notte», dove quelli sono i rifugiati dei meme di Salvini, propaganda efficace quando la puoi usare come un metro per misurare la tua vita e trovare subito quello che non va. Da queste parti c’è stato un grosso scandalo legato all’accoglienza: cinque arresti, 36 indagati, il «re dei rifugiati» finito ai domiciliari, coinvolte forze dell’ordine e funzionari pubblici. Qui la retorica leghista e quella grillina si sono saldate, come se fossero già di un solo partito. Francesco ed Eros hanno votato entrambi 5 Stelle, e il primo è già deluso: «Di Maio si è fatto raggirare da Salvini, ma mi piacevano le sue idee sul lavoro. Il mio politico ideale è un po’ Trump, ma senza il muro, e un po’ Berlusconi».

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Per chi è giovane, nei piccoli paesi del beneventano gli svaghi sono pochi: il centro commerciale, i negozi del quartiere, una partita a calcetto, la pizzeria e le solite chiacchiere da bar.
Daria Addabbo

Hanno quella forza di gravità che vedi addosso ai ventenni di queste parti che non sono andati via. La sera prendono la macchina e vanno a Montesarchio, Caserta, Napoli («Una sera siamo partiti senza sapere dove andare e siamo arrivati a Roma»), ma poi tornano nel paese, dove dalle 8 di sera è tutto spento. Potrebbero ottenere i passaporti australiani (il papà è nato lì, figlio di migranti, prima di tornare anche lui), Francesco dice che quest’anno forse lo fa davvero. «Ma prima voglio vedere Cristiano Ronaldo con la Juventus dal vivo». Se andasse davvero a Torino sarebbe già il posto più lontano da casa dove è stato in tutta la sua vita. Bruno, il papà, scuote la testa quando sente per l’ennesima volta dell’Australia: «Non lo farà mai». Non hanno mai preso l’aereo, Eros se ne è appena tatuato uno di carta sul braccio, insieme a un astronauta.

Un centro commerciale, luogo di aggregazione per i ragazzi.
Daria Addabbo

«Abbiamo ereditato dai grandi il pessimismo, l’idea che tanto in Italia è tutto inutile».
La statale 7 è un catalogo di bar, bingo, sale scommesse, edifici mai finiti, capannoni, campi, parrocchie, santi e madonne affacciati sulla strada. Se hai vent’anni, è weekend e non sai dove andare, è probabile che tu finisca in uno dei centri commerciali grandi come piccole città che hanno riempito il (poco) spazio extra-urbano alle spalle di Napoli. Alessia, Giulia e Giulia di anni ne hanno 15, i genitori le accompagnano sapendo di lasciarle in un posto sicuro. Fanno il classico, Alessia vuole diventare neurochirurgo, Giulia anche (ammette che Grey’s Anatomy può aver inciso), l’altra Giulia sogna di diventare magistrato. Mi dicono che i genitori preferirebbero una carriera «nei corpi», dove corpi sta per militari, carabinieri, polizia, guardia di finanza, strada più pratica e veloce per ragazze sveglie e studiose, e poi un futuro con più certezze, che qui non abbondano. «Medicina è lunga, ma è quello che voglio di più», ribadisce Alessia. Altrimenti c’è la passione per il canto, e il provino con Amici, che, come Giovanna la ballerina, vorrebbe fare presto. «Per i miei genitori anche quella è una strada più veloce e concreta di medicina», e detto non come la battuta che sicuramente era, suona strano e reale. Discutiamo di futuro, migranti, accoglienza: mancano anni prima che votino, ma anche per loro la politica oggi significa parlare di Salvini. Alla Giulia che vuole diventare magistrato non piace, ma ne condivide l’idea di fermare «l’invasione che ci sta impoverendo tutti». Nasce un dibattito, sul chiudere porti e salvare naufraghi, e alla fine tutte concordano su un fatto: la scuola in realtà non le sta preparando a farsi un’idea sulle cose che contano, a essere cittadine.

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Alessia, Giulia e Giulia frequentano il liceo classico e hanno tante aspettative, ma temono un futuro incerto.
Daria Addabbo
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«Prima programmavo tutto, perché avevo grandi piani, ma non è servito a niente. Ora non ho più grandi piani, ma so accontentarmi di un sorriso al momento giusto».
Anche Giovanna ha studiato tanto. Serve ai tavoli di un pub affacciato sulla piazza del mercato di Airola, comune poco più grande di Forchia. La sera i ragazzi giocano a calcio e beach volley, stanno a centinaia nel piazzale, poi come se si fossero dati un segnale poco prima di mezzanotte spariscono tutti, prendono la macchina e si avviano a proseguire la notte altrove. Anche per Giovanna, 27 anni, è un segnale: che la serata si avvia alla fine. Lei di lavori ne ha tre: la maestra d’asilo le mattine, ripetizioni i pomeriggi, il pub nel week­end. Ha studiato al linguistico di Montesarchio. Aveva una passione, i libri di Harry Potter, e un sogno, viaggiare come medico missionario. Dopo le superiori è andata a studiare a Pisa, l’esperienza da fuorisede è durata meno di un anno: sua madre si è ammalata, lei è tornata a casa, si è iscritta a Benevento e lì è andata in blocco, come se avesse iniziato ad avvertire la forza di gravità. O il sospetto che non sarebbe cambiato molto.

Tra i problemi del nostro Sud, dice l’ultimo rapporto Svimez, c’è che il 13% dei giovani tra i 15 e i 34 anni ha deciso di emigrare.
Daria Addabbo

Alla stessa università si è laureato il fratello, 110 e lode in Economia. «Fa il magazziniere in fabbrica, con contratti a chiamata, a volte anche di 15 giorni». Lei lavora 50 ore a settimana e per il resto si prende cura della famiglia. «Essere donna è un dono per gli altri, ma a volte è una maledizione, a noi si chiede sempre qualcosa in più». Nemmeno lei ha mai preso un aereo, Pisa è rimasto il posto più lontano da Airola che abbia mai visto. Come tanti (qui il 42-43%) ha votato 5 Stelle, dopo un’infatuazione per il Pd di Renzi. «Voleva cambiare l’Italia, ha pensato solo ai suoi. Il Sud ha bisogno di una cosa: meritocrazia, che chi ha studiato, si è impegnato, ha dei valori, sia aiutato a emergere. L’unica realtà che ha le idee e la voglia di combattere questa battaglia è il Movimento». Mi saluta, comincia il turno della sera. Non ha rinunciato all’idea di viaggiare, scoprire il mondo, e poi conoscere qualcuno e avere dei figli. Gli ultimi dieci anni della sua vita sono andati in modo diverso da come li immaginava al liceo di Montesarchio: «Ma i frutti arriveranno, la vita non toglie mai significato a nulla».

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