A Prato, c’è un museo che parla mille linguaggi. Grazie alla sua direttrice, Cristiana Perrella

Quando si è determinate e con le idee chiare nulla è impossibile. La storia della rinascita del Centro Pecci.

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OKNOstudio

“Non sono un’amante delle fiere. Solitamente ci vado più per incontrare persone che per vedere un’arte commerciabile, che non mi interessa”. Parla molto schiettamente Cristiana Perrella, quando la incontriamo a Frieze London, la prestigiosa fiera d’arte del mondo UK. Sediamo su dei cubi in compensato bianchi, buttando un occhio agli stand circostanti. Le fiere si assomigliano un po’ tutte, tantissime opere d’arte galleggiano un po’ sterili in mezzo a pareti di un bianco abbacinante, rinforzato da un’illuminazione led intensissima. Non possiamo che accodarci al pensiero di Cristiana, che dell’arte ha una visione piuttosto diversa.

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Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato
Fernando Guerra

Di origine romana, classe 1965, la curatrice è passata sotto le luci della ribalta all’incirca all’inizio dell’anno, quando è stata nominata direttrice del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato. Una notizia giunta con non poca sorpresa, visto che la selezione si è svolta tra una rosa di nove candidati, italiani e stranieri, tutti dotati di curriculum da capogiro. Ma anche Cristiana non è da meno: tra i suoi incarichi si annoverano il Museo RISO di Palermo, la Fondazione Golinelli di Bologna, la 16a Quadriennale di Roma e il museo MAXXI di Roma. Memorabile, la recente collaborazione alla mostra TV70, curata da Francesco Vezzoli in Fondazione Prada a Milano, una ricca retrospettiva per celebrare la tv italiana degli anni 70 e i cambiamenti storici passati per lo schermo televisivo di quell’epoca.

Il museo immaginato. Storie da trent’anni di Centro Pecci
OKNOstudio

“In genere sono poco conflittuale, mi piace ascoltare tutti e contestualmente portare avanti le mie idee. Spero che questa mia indole serva a spianare conflitti” ha dichiarato la stessa direttrice per un’intervista ad Artribune. La sua nomina è stata accolta da tutti con un sospiro di sollievo, dopo i dissapori intercorsi tra museo e amministrazione comunale (quest’ultima, considerata troppo invadente). Conflitto che si era riflettuto sul Pecci, da tempo in uno stato di perdita -di visitatori, ma anche economica- che invocava il bisogno di un nuovo inizio.

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Wu Tsang, Into a Space of Love, 2018 (video still)
Wu Tsang

La sua energia indomabile e la positive attitude che la contraddistingue l’hanno ricompensata, portando a buon fine i mille progetti avviati dall’inizio del suo mandato. A cominciare da Il museo immaginato. Storie da trent’anni di Centro Pecci, la mostra che celebra il trentennio di vita del museo esponendo opere d’archivio, ricordando avvenimenti del passato, ma, soprattutto, ponendosi nuovi obiettivi per il futuro (tra i promemoria, scritti sul muro: fare più mostre su artiste donne e su artisti non-occidentali!).

“Alla fine degli anni ‘80, aprire un museo di arte contemporanea in Italia, progettandolo appositamente con un architetto, era un’idea del tutto rivoluzionaria!” ci racconta Cristiana “Il Centro Pecci ha avuto fin dall’inizio una propensione all’innovazione e al futuro, oltre a una grossa attenzione verso Prato, città industriale.” Ma in questo lasso di tempo il mondo circostante è cambiato profondamente: oggi non vige più quel clima di benessere e ricchezza che l’industria garantiva negli anni 80. Prato è tra le città più multietniche d’Italia, con un quarto della popolazione di nazionalità cinese. La sfida del museo è diventata quindi quella di parlare una pluralità di linguaggi, rispecchiando il suo tessuto urbano. In che modo? Rilanciando la multidisciplinarietà che da sempre lo caratterizza. E questo Cristiana Perrella lo ha capito bene, tanto da farne il punto cardine della propria visione museale.

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Josh Blaaberg, Distant Planet, 2018 (video still)
Josh Blaaberg

Da quando è entrata in carica infatti è riuscita a ristabilire i numerosi servizi del Centro Pecci: ad esempio, ne ha reso di nuovo agibile il teatro all’aperto, organizzando una programmazione di concerti che ha fatto ballare i visitatori per un’intera estate. Ha riattivato il cinema, riaperto il bar e messo a disposizione un ristorante con prezzi accessibili a tutte le tasche. Perché un museo non è fatto solo di mostre d’arte, ma anche di spazi complementari che possono farci sentire a casa. Il mese di novembre ruoterà proprio attorno al cinema, con una rassegna molto speciale: Second Summer of Love (da segnarsi in agenda!), la programmazione di tre film d’artista commissionata da Gucci e Frieze. Si alterneranno quindi le proiezioni dei film di Wu Tsang, Josh Blaaberg e Jeremy Deller, a raccontare il cambiamento della scena musicale avvenuto tra gli anni 80 e i 90 (gli stessi in cui nacque il museo).

Jeremy Deller, Everybody in the Place, An Incomplete History of Britain 1984-1992, 2018 (video still)
Jeremy Deller

Fu il primo vero trionfo del pluralismo, e di nuove frontiere dell’arte e della moda che, partite da Londra e New York, invasero la nightlife; locali come Taboo e Kinky Gerlinky diventarono il quartier generale di notti di trasgressione e eccessi fino a quel momento sconosciuti al mondo. Aprirono inoltre la strada a nuove identità, in particolare gender, che tra quelle luci stroboscopiche potevano sentirsi finalmente liberi di essere se stesse. “È una scena a 360 gradi” afferma Cristiana Perrella in un’intervista per l’emittente radiofonica Controradio “mi interessava presentarla perché si accosta molto all’approccio del Centro Pecci, che vuol essere un luogo per più linguaggi, non solo per l’arte visiva."

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