Autunno dell’anno Duemila. Ultima ora di un sabato qualsiasi in un liceo classico della riviera ligure. Quattro ragazze con il twin-set in cashmere e morbidi capelli avviluppati in lunghe trecce imposte dalle madri, da sciogliere tatticamente all’inizio dell’intervallo, si scambiano velocemente un biglietto. È scritto a matita e passa di mano in mano creando traiettorie scomposte da un banco all’altro attraverso la classe. I compagni sbirciano disinteressati. Cose da ragazze, dicono. All’interno c’è un elenco di possibili combinazioni per non ritrovarsi vestite uguali la sera stessa, il sabato sera. Nome, freccia disegnata e accanto un look. Questa è la combinazione, il messaggio in codice. Ognuna controlla cosa indosserà l’altra, precede la prossima che scriverà e le ruba l’abbinamento che una volta indossato non verrà riproposto più. Nessuna dev’essere vestita uguale all’altra, ma soprattutto deve essere diversa dal sabato precedente. Hanno solo diciassette anni, ma pensano che da lì a poche ore gli occhi saranno puntati su di loro.

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Se avessero avuto Instagram avrebbero passato gli ultimi minuti prima del suono della campanella con gli occhi incollati sul cellulare nascosto sotto il banco, scorrendo le immagini del proprio profilo per controllare le foto della settimana precedente. Le loro, quelle della compagna di banco e quelle della ragazza più in vista della sezione A che ha sempre il look giusto, sempre diverso. Avrebbero fatto proprio come le diciassettenni di oggi. E forse anche come le loro madri.

Un recente articolo sul tabloid inglese Evening Standard racconta di uno studio condotto nel Regno Unito su un campione di duemila persone: una su dieci scarta un look dopo averlo postato tre volte sui social. Una su cinque getta i propri vestiti piuttosto che darli in beneficenza (ma questa è un’altra storia...). Lo studio è circoscritto e grida volutamente allo scandalo, ma racconta anche molto di quanto la tecnologia stia, in realtà, solo assoggettando usi e costumi atavici, soprattutto italiani, oggi amplificati da un profilo su Instagram o Facebook. Soprattutto quando si parla di immagine: quella che mostriamo, certo. Ma anche quella che crediamo gli altri percepiscano di noi. A qualsiasi età.

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La tecnologia sta, in realtà, solo assoggettando usi e costumi atavici

«Sono attenta a cosa gli altri vedono di me, mi capita di pensare a quante volte ho postato un vestito, stupendomi di me stessa», dice Cecilia, 40enne milanese doc. «Uso poco i social, sono solo su Facebook e non posto molto. Di amici virtuali ne ho pochi ma buoni. Quando pubblico so esattamente chi mi sta guardando. Quest’estate ho comprato un abito a righe, che è diventato la mia divisa. Lo indosso in una foto che ha molti like. Quando mi sono accorta di indossarlo anche in una nuova foto che avrei voluto postare mi sono fermata. Questa parte di me mi ha fatto tenerezza, e mi ha anche divertito. Il motivo è un po’ buffo. E se mi succedesse qualcosa di grave e finissi ricordata sui siti con quelle orrende foto sgranate che si usano per raccontare un efferato fatto di cronaca, per giunta due volte con lo stesso vestito?».

Qui si torna al punto di partenza. La domanda che ci si pone è sempre la stessa: cosa penseranno gli altri di me? «Credo che si tratti della comunità che ti scegli e delle regole che la governano. La stretta cerchia di amici virtuali è il tuo paesino, dove vuoi mantenere un po’ di decoro. È una cosa da “signorine”, uno di quei consigli che ti davano le zie. Anche online noi italiane ubbidiamo ancora a una sorta di tradizione al decoro, oggi trasferita sui social».

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«Noi italiane ubbidiamo ancora a una sorta di tradizione al decoro»

Chi se ne occupa per lavoro, soprattutto quando si tratta di Instagram, ne è ancora più convinta. Mariangela, cresciuta in Sardegna e oggi social media manager, gestisce progetti per grandi aziende dalla moda alla cultura e usa il proprio profilo Instagram quotidianamente. «Se indossare lo stesso abito non crea problemi a Kate Middleton perché dovrebbe crearli a me? Certo, è un’operazione di marketing. Ma è anche un esempio molto utile per le ragazze di oggi, che hanno paura di essere costantemente giudicate. Purtroppo è un tipo di ansia che ritrovo anche in donne adulte. Pubblico mie foto e video in continuazione. Non mi importa di apparire più volte con lo stesso abito. Voglio invece che il mio profilo sia sempre coerente con me stessa e le mie passioni. Se in quella foto mi piaccio la pubblico e magari la ripubblico anche».

La differenza tra influencer e la maggior parte degli utenti è fondamentale. La percezione di chi ha milioni di seguaci è fuori da queste logiche che però governano il 90% dei social. «Per chi ha pochi seguaci, ma fedeli, i social sono la nuova piazza», continua Mariangela. «Quella sotto casa, che frequentavamo da ragazze, e dove si ci conosceva tutti. Una piazza che può essere cosmopolita quanto lo siamo noi, così come in fondo siamo provinciali. Purtroppo, nonostante sia virtuale, sta diventando un luogo molto omologato e governato dal giudizio e dalle aspettative altrui. Ne siamo tutti vittime e carnefici. Una cosa però è certa: se si è davvero sicuri nella vita lo si è anche sul web. Se usi i social per te stessa devi piacere a te prima di tutto. Mi sono liberata dalla schiavitù della provincia scegliendo Milano. Perché dovrei portarmela dietro anche sui social? Chi da ragazza si sentiva libera di indossare ciò che voleva, probabilmente lo è anche oggi online».

Il salto generazionale è la chiave del discorso. Chi non ha vissuto quel passaggio tosto, amaro e severo quanto fondamentale che è l’adolescenza senza una connessione internet non può per ovvie ragioni fare nessun confronto, e quindi avere un pensiero critico. Nicoletta, manager nella comunicazione e madre di una 18enne, è molto lucida sulla nuova generazione: «Lavoro per una grande azienda del lusso e ho quindi accesso ad abiti che normalmente non indosserei. Uso molto Instagram e mi vesto per me stessa: anzi, per me pensare ai follower ha un effetto opposto. Amo mettere più volte lo stesso outfit, anche per dimostrare che ciò che ha un valore deve e può essere indossato ancora. Spesso sono capi di mia madre, che valgono molto, per me anche affettivamente. Sono fiera siano arrivati fino a me. La maggior parte delle ragazze di oggi però ragiona in un modo diverso. Trasmettere questo è diventato molto più difficile. Mia figlia, che vive a Londra, compra abiti diversi a basso costo, su Asos, così da avere ogni weekend un look diverso che sarà fotografato e pubblicato sui suoi social o su quelli degli amici. Purtroppo è un meccanismo inevitabile. Li vedo però così fragili, così preoccupati del giudizio degli altri da decidere di esporsi meno».

Evidentemente quella piazzetta italiana delle sere d’estate, con i suoi sguardi e le sue regole non scritte, spesso dure e senza sconti, è sempre qui con noi. Forse ancora di più di prima.