C'è un nuovo paradiso dove aprire una start up: la Silicon Wadi, in Israele

Qui le start up nascono (anche in spiaggia) da piccole idee visionarie. Ne sono partite già 1200: il requisito è avere meno di 35 anni e per le donne c'è ancora spazio

Tel Aviv Startup nation
Simone Bergamaschi/Parallelozero

Piena di vita, in espansione continua e allo stesso tempo vicina a Gerusalemme, raggiungibile con un bus che a metà strada è perquisito dai militari. È questo che rende Tel Aviv davvero unica, a suo modo. Poi metteteci quell’euforia che si respira in strada e tra le persone: in ragazzi e adulti che sfrecciano su monopattini e bici elettriche, nei locali aperti fino a tardi, nei parchi dove c’è chi testa con degli sconosciuti un servizio digitale non ancora lanciato sul mercato (in gergo, pilot). O alla fine del lungomare con più wifi pubblici al mondo, pieno di gente che lavora al computer sui gradoni, gioca a beach
volley o si allena nella palestra a cielo aperto dove tutto, a un certo punto, cambia all’improvviso. La folla diminuisce, il rumore incessante delle palline e dei racchettoni entra in sottofondo e a comandare sono le onde. Andando verso la città vecchia di Jaffa, Tel Aviv diventa dei surfisti, di tutte le età. Alcuni smettono i panni da uomini d’affari, si fanno guidare dal vento e si prendono il loro tempo.

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Che poi, prendersi il proprio tempo per mandare avanti un’idea e darle dei confini netti è qualcosa che a Tel Aviv sembra che chiunque possa fare. Non solo perché lo dicono i numeri del Centro per la ricerca sociale ed economica: quasi 1200 startup, su un totale di 4 mila in Israele, 430 mila abitanti scarsi e un’area di 52 km quadrati.

Basta iscriversi gratis a un meetup della Silicon Wadi, dove wadi sta per valle, anche pochi minuti prima dell’inizio, per trovarsi dentro il Mindspace e conoscere un investitore. Con un badge da attaccare sul petto si entra in una stanza grande, circondata da vetrate e con un tavolone colmo di cibo e bevande. Si inizia con il networking, quasi che mettere in contatto i presenti sia la cosa più importante, per poi passare la palla a chi dovrà presentare i progetti.

Dopo un momento di incertezza iniziale, eccolo che si avvicina: belloccio, vestito di nero, con il sorriso ampio di chi sa dove vuole arrivare. Si presenta senza tergiversare: Firdavs Abdunazarov, anni 24, viene dalla Silicon Valley, è qui per conto della Rothenberg Ventures, che investe in startup della realtà aumentata, intelligenza artificiale e così via. Perché Israele? «Sono molto avanti dal punto di vista tecnologico e oltre al lavoro c’è tanto da fare, a ogni ora del giorno e della notte». Incontrare Firdavs in giro per la città, infatti, non sarà difficile: Tel Aviv è piccola e se frequenti spesso il centro può capitare che ti ritrovi ancora.

Di meetup ce n’è un po’ ovunque. Certo, a volte bisogna fare i conti con l’ebraico: se tutti parlano inglese alla perfezione, la lingua di casa la fa spesso da padrona e può capitare di partecipare a eventi in cui non capisci nulla. Chi vuole vivere qui è meglio frequenti una scuola di ebraico, i cosiddetti ulpan.

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Gruppo di lavoro sulla start up Watch and Give
Simone Bergamaschi/Parallelozero

A metà tra un coworking e un acceleratore, The Library, dentro l’Electra Tower, è una scoperta. Entri e ti imbatti in una libreria colorata per passare a una grande sala a vetri. In fondo, ragazzi seduti intorno a tavoli neri che lavorano al computer e chiacchierano. Sono le quattro del pomeriggio, il sole si sta abbassando sul mare e qualcuno chiude la tapparella elettrica mentre il direttore Guy Margalit ci guida in una stanza dove campeggia la scritta Think e una filastrocca di Dr. Weiss. Polo color crema, jeans e sneakers, racconta: «Una volta era solo una libreria, ora è un hub di innovazione per sostenere startup che, con le loro tecnologie, possono migliorare la qualità della vita della città. A fronte di una cifra esigua (circa 71 euro al mese) gli startupper possono restare fino a 8 mesi. Partecipano a meetup, workshop e pilot per testare la loro idea sul campo. Se ci pensi, è un rapporto win-win, entrambi vincono. Il servizio è per i residenti, ma basta lo sia anche un solo membro del team, che deve essere minimo di 2 persone, massimo 5, di età tra i 18 e i 35 anni».

Qualche piano sotto c’è l’Urban Place, di giorno ufficio, la sera spazio per feste tradizionali come quella di Purim. All’Urban Place sperimentiamo quello che un po’ avviene in tutta Tel Aviv: ti basta conoscere qualcuno per arrivare da qualche parte o incontrare una determinata persona. Per partecipare al party ci limitiamo a dire chi siamo al citofono, che abbiamo parlato il giorno prima con Shivi, la community manager, e subito dopo siamo con un bicchiere in mano a far casino insieme ad altri sconosciuti. E così più volte riusciamo a entrare nella Borsa di Tel Aviv e persino a infilarci a un evento dedicato al
Fintech senza che nessuno ci chieda nulla.

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Una delle contraddizioni di questa città: militari ovunque, controlli a tappeto quando devi prendere un treno e poi riesci a entrare in palazzi privati senza dover esibire neanche un documento. Quanto al mettere in connessione la gente, pare abbia a che fare con la struttura orizzontale dell’esercito, per cui un sottoposto può rivolgersi al suo comandante senza essere rimbalzato.

«Le persone sono più importanti dello startup system». A dirlo sono Shaï Douillet e Jeremie Abihssira, 29 e 25 anni. Si sono conosciuti un anno fa a un meetup e hanno dato vita a Watch and Give, oggi Boon. Today, che fornisce una tecnologia per cui ogni volta che metti un like a un contenuto aziendale, lo condividi e sostieni una campagna di crowdfunding legata a buone pratiche, come piantare alberi o costruire una scuola. Paga l’azienda che sostiene la campagna, in ottica di responsabilità sociale d’impresa.

Così come succede a chi trova subito una sintonia, i due quasi si assomigliano, capelli neri, camicia bianca e passione che dà chiarezza ai progetti. «Vogliamo che la pubblicità abbia un impatto positivo», dicono mentre siamo a qualche piano di distanza dal Library, dove lavorano, in una delle terrazze nascoste di questa torre. Seduti a un tavolo sotto un pergolato, mentre si accendono le luci dei palazzi e Tel Aviv comincia a vestire i panni della notte, raccontano la loro storia con quell’orgoglio di chi ha fatto già un po’ di strada: «Sono arrivato dalla Francia dove ho cercato lavoro per un anno e l’ho trovato qui in due settimane, in un’agenzia di pubblicità dove ho imparato molto, finché ho deciso di buttarmi in quest’avventura», racconta Shaï. Anche Jeremie viene da lontano: «Ho vissuto fino a 19 anni a Tahiti, poi a Bordeaux per arrivare a Tel Aviv. È una città cara e devi per forza condividere l’affitto però ne vale la pena». Entrambi aggiungono: «La gente è diretta. Se il tuo progetto non ha le potenzialità, te lo dicono senza giri di parole».

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Charles Clore Park, dove c’è la connessione più efficiente di Tel Aviv
Simone Bergamaschi/Parallelozero

Per raggiungere i ragazzi di Cool Cousin invece bisogna arrampicarsi fino a Jaffa. È tra le strade acciottolate che profumano di caffè al cardamomo, in un capannone da fuori spoglio e grigio, che una volta varcata la soglia sembra di trovarsi in un altro mondo. Colori, scatole ovunque, fili aggrovigliati alle pareti, bottiglie di liquori sparse, un salvadanaio a forma di maiale: una festa in garage, con gente in pantaloncini, camicia hawaiana e Converse che, piedi sul tavolino, lavora su un divano sformato. Eppure Cool Cousin potrebbe rivoluzionare il modo di viaggiare, grazie a una piattaforma digitale con guide locali che condividono i posti del cuore e al lancio della propria criptomoneta, il cuz. «Tutto è iniziato con una campagna politica che alcuni di noi hanno portato avanti insieme», dice Nadav Saadia, cofounder. «Ci siamo trovati bene e ci siamo ampliati, siamo in 17, e vogliamo poter pagare le persone della nostra piattaforma».

Ci sono pari opportunità? Le donne sono tutt’altro che protagoniste. «Solo il 5% di loro ha ruoli da leader», precisa Merav Oren che nel 2015 ha dato vita a Wmn, network, community e coworking che si rivolge a donne ceo o founder. «Gli uomini però possono entrare», si affretta a dire. Merav, Jenny, Efrat, Tamar e le altre sono molto unite tra di loro. Quando parlano stanno sedute in cerchio e si guardano per infondersi un po’ di coraggio. Cosa che fanno ogni giorno tramite la chat e con incontri continui. «Ho ideato Wmn in un momento in cui, a seguito di un cancro, avevo tempo per pensare. Mi sono chiesta: “Cosa manca al coworking e alla mia anima?”».

«Sono arrivata qui per amore», dice Jenny Drezin, accento americano fortissimo, capelli lisci biondi e tubino nero «e ho fondato una startup, Sidekix, di 7 persone in cui sono la sola donna. Quello tecnologico è un settore maschile, hai bisogno di gente uguale a te, specie quando cerchi finanziamenti». E Merav, con i suoi pantaloni colorati, i ricci neri e l’esperienza ventennale da imprenditrice, non ha intenzione di fermarsi: «Stiamo per lanciare una piattaforma digitale per tutte le donne del mondo alla guida di startup. La sfida è la stessa: renderle più protagoniste e farlo con tutti i mezzi che la tecnologia ci offre. Quel che conta è sentirsi parte di qualcosa, ovunque ci si trovi».

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