A Vicenza (ri)nasce il Museo del Gioiello

È stato inaugurato il terzo biennio dello spazio, primo in Italia. Stavolta è curato da Alba Cappellieri e allestito da Patricia Urquiola in nove sale nella Basilica Palladiana. Incontriamo Patrizia di Carrobio, curatrice della sala dedicata alla Bellezza.

image
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.

Esiste da 4 anni, ma cambia veste ogni due. E il nuovo biennio è appena nato con la direzione e la curatela di Alba Cappellieri e l'allestimento dell'architetto e designer Patricia Urquiola: è il Museo del Gioiello di Vicenza, primo del genere in Italia, creato da un'idea di Italian Exhibition Group Spa in partnership con il comune veneto.

La felice intuizione di Cappellieri, storica del gioiello è stata quella di suddividere le aree espositive all'interno della Basilica Palladiana, seguendo non un criterio cronologico, ma tematico: nove sale (Simbolo, Magia, Funzione, Bellezza, Arte, Moda, Design, Icone e Futuro) permettono di ammirare collane, bracciali, anelli, amuleti e talismani.

Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.


Ogni sala è curata da un esperto del settore, che spiega i motivi delle sue scelte in un video visibile su dei monitor. L'intero impianto è dinamico: il fatto di mutare ogni due anni è una scelta voluta perché il museo possa diventare «un cammino nella conoscenza», afferma l'attuale curatrice.
Abbiamo scelto di incontrare Patrizia di Carrobio, che da anni, dalla sua base a New York, viaggia per il mondo per comprare e vendere pietre e monili di pregio destinati a una clientela internazionale. A lei il compito di curare la sala dedicata alla Bellezza, «che è un soggetto estremamente soggettivo, e quindi suscettibili di interpretazioni personali», afferma sorridendo.

La spilla a tre colori Rickshaw (1850) realizzata in Oriente con la tecnica dello shakudo ovvero molto rame e poco oro, è un oggetto che apre un mondo: fa sognare l’Asia e altri tempi.
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.

Ecco, per l'appunto, il sorriso: è questo il criterio che Patrizia ha scelto per esporre solo spille e orecchini di varie epoche e di differente valore, unificate però da una sola missione. Stupire, meravigliare, suscitare empatia. «Il gioco suscita il sorriso e il sorriso abbellisce il volto. Questo lo so e così ho scelto di dare alla “mia” Sala della Bellezza un’atmosfera ludica. Mi sono divertita a scegliere i gioielli da esporre e spero che i visitatori si divertiranno nel guardarli. L’ispirazione si trova ovunque se sai osservare il mondo e tutti questi raffinati manufatti lo testimoniano. Ecco, dunque, accanto alla spilla a fiocco dell'800, gli orecchini a tamburello - tecnicamente non preziosi - realizzati oggi, a mano dal marchio Amle».

Spilla a fiocco in diamanti della fine 800.
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.
Orecchini a tamburello in corallo e pelle, realizzati e dipinti a mano, Amle.
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.

«Gli animaletti di Van Cleef & Arpels» continua Patrizia, «rappresentano un’epoca, gli anni Cinquanta-Sessanta. Il gioielliere prese un soggetto comune, un animale domestico, trasformandolo in un manufatto singolare. C’era anche parecchio business in questa decisione: la serie spinge il cliente a comprare per formare una collezione, un po’ con lo stesso criterio dei charm da aggiungere a un braccialetto. Si contrappongono alla coppia di spille a forma di Croce di Malta del nobilissimo Fulco di Verdura per Chanel».

Spilla Teddy Bear degli anni 50, Van Cleef and Arpels.
Patrick Gries
Orecchini a forma di croce di Malta, Fulco di Verdura.
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.

«Ci si imbatte nelle creazioni di Sabba, firma di Alessandro Sabbatini, autore soprattutto di orecchini e anelli, unici nell'impiego delle pietre, dalle semi-preziose più comuni alle preziosissime, e dei metalli, oro, platino, ma anche titanio, utilizzando una manifattura antica per gioielli squisitamente contemporanei. Dialogano con gli orecchini-geranio in alluminio di JAR, che sta per Joel Arthur Rosenthal, definito il Fabergé dei nostri tempi, attentissimo - fatto ormai sempre più introvabile - anche al retro dei gioielli che sarebbero meravigliosi da indossare perfino al contrario».

Orecchini a stella in diamanti e turchesi, Sabba.
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.
Orecchini a forma di foglia di geranio in alluminio, JAR.
Courtesy Museo del Gioiello, Vicenza.

Perché ha voluto esporre esclusivamente orecchini e spille?
L’orecchino, insieme con l’anello, è il gioiello che oggi si porta di più, ma è raro che un anello sia divertente; magari ci emoziona, simboleggia tappe della vita, ci rallegra durante la giornata guardarlo sulle nostre mani, mentre l’orecchino si presta a infinite trovate. Quando poi è pendente e dondola, come un’altalena incorporata in chi lo sfoggia, già dichiara il suo spirito lieto.

Le spille, nelle quali io credo moltissimo, sono un po’ fuori moda, ma hanno tutte le potenzialità per ritornare alla ribalta e possono essere estremamente giocose, piene di fantasia. Si possono portare più spille alla volta, anche di stile diverso fra loro. Appuntandole dove si vuole, al di là del canonico bavero della giacca: su una manica, sul bordo dell’abito, in testa, al polso, al collo, su una scarpa. Una spilla ti cambia il look!»

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Cultura