Nahuel Pérez Biscayart

Chi è l’ATTORE che ci ha fatto viaggiare a 120 battiti al minuto? Un argentino poliglotta e LIBERO che RIDE volentieri, consiglia di praticare i sogni lucidi, dice cose molto ESPLOSIVE sul Papa

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Getty Images

Usciti dalla sala dopo aver visto e dolorosamente metabolizzato 120 battiti al minuto, il film di Robert Campillo sull’Aids ai tempi di Mitterand, abbiamo tutti cercato con Google chi fosse questo Nahuel Pérez Biscayart mai visto prima.

Bravo eh, bravissimo. E chiaramente arrivato a uno di quei momenti topici per un attore, in cui la sua faccia inizia a pulsare su uno schermo e su un altro, e unendo i puntini voilà, ecco manifestarsi una nuova costellazione, la sua, che si conquista un cielo in - ternazionale.

31 anni, argentino figlio di un fotografo poi architetto e poi commerciante equosolidale e di una psicoanalista, un ruolo nel 2008 in La Sangre brota di Pablo Fendrik passato a Venezia e in Au fond du bois di Benoît Jacquot, in Francia è in sala proprio ora con Au revoir là-haut di Albert Dupontel e tornerà a gennaio al fianco di Gael García Bernal in Si tu voyais son coeur di Joan Chemla.

Noi invece lo rivedremo a partire dal 16 novembre nei panni di Alfonso di Van Worden, guardia Vallone al servizio di Re Carlo, in una trasposizione cinematografica del Manoscritto trovato a Saragozza.

Il film, che affronta con coraggio la complessità narrativa, la sensualità e il gusto per il picaresco, il filosofico e il magico del romanzo di Jan Potocki, si intitola Agadah, è diretto da Alberto Rondalli e vede nel cast tra gli altri Pilar Lopez De Ayala, Alessio Boni, Caterina Murino, Marco Foschi.

Comunque, quando abbiamo detto a Nahuel che volevamo sapere più di lui che dei film ci ha gridato «I love youuuuuu!!!» e queste sono occasioni che vanno sfruttate.

Iniziamo proprio dall’inizio. Se dovesse mostrarci una foto, un fermo immagine della sua infanzia?

Estate. Io, la mia famiglia e gli amici saltiamo da una scala di legno direttamente in una piscina con degli ombrelli aperti in mano.

Sembra sia andata bene da bambino, no?

Mi sono divertito molto. Sono cresciuto a Parque Chas, un quartiere di Buenos Aires.

È a 15 minuti di metropolitana dal centro ma è molto isolato ed è strano, se lo guardi dall’alto ti accorgi che tutte le strade sono concentriche: assomiglia a un cervello.

Era bellissimo camminare e perdercisi. Cuocevamo le patate per la via, facevamo fuochi, festeggiavamo il Capodanno insieme ai vicini fuori, in strada.

Era una vita molto comunitaria, le porte delle case aperte, andavi a trovare gli amici semplicemente girando la maniglia.

Ora tutto è cambiato naturalmente, è pieno di macchine, le porte sono chiuse a chiave e abbiamo un governo pessimo che sta uccidendo l’industria cinematografica e la cultura.

Un modo di rendere la gente povera ancora più povera.

Togliamoci il dente. Si è fatto conoscere con un personaggio gay. È gay?

Queste domande intime... Non credo che alla gente interessi sul serio, non all’interno di un’intervista come questa (ah ah, ndr).

Ma ne approfitto per incoraggiare il sesso. È molto importante e ne facciamo sempre meno.

Assurdo, perché è l’unico momento in cui ci incontriamo veramente fuori dalle nostre teste o da quel che vediamo nei film, che è destabilizzante e ti fa pensare che hai una vita sessuale di merda perché lì tutto funziona in modo perfetto, tutti hanno sempre un’erezione, tutto è così liiiiiiscio.

E che ci dice della sensualità, che è diversa dalla sessualità e in Agadah funziona da vero fil rouge?

Ogni cosa piacevole e sensuale può essere una diversione, cioè un modo per scappare dalle cose, oppure può richiamarti nel presente.

A me pare che oggi in generale tutti pensino a mangiare, scopare, ai corpi, ma niente accade nella realtà.

Il mondo è una costruzione mobile fatta di attimi, ma noi occidentali la riempiamo di “amici”, sensazioni ottenute da oggetti, immagini erotiche, pezzetti di vita che vuoi mostrare e che non rappresentano affatto ciò che fai.

Nulla che esista. Io provo ad affrontare la vita in un modo fisico ma è dura, sei continuamente spinto verso il consumo di prodotti, brand, sensazioni generate dal possesso e che non hanno niente a che vedere coi tuoi sentimenti interiori.

Una cosa a cui non può rinunciare?

Imparare. È un’azione intrisa di speranza che ti dà la possibilità di cambiare la tua realtà. Penso che siamo fatti per questo e che sia l’unica vera spinta verso l’evoluzione.

Per Agadah, in Puglia, ho dovuto imparare a cavalcare in dieci giorni, ma se vuoi lo fai, come con le lingue (al momento parla spagnolo, francese, inglese, portoghese e ci ha detto «io se vuoi parlo italiano!» per l’intervista, ndr).

L’unica cosa che fatichiamo a imparare noi esseri umani è a piacerci gli uni gli altri. Così scambiamo le differenze tra di noi per dei pericoli.

Agadah, con i suoi racconti a scatole cinesi e le digressioni filosofiche ci ricorda come può essere complessa e stratificata una storia proprio quando con la tecnologia tutto si semplifica, non trova?

Ah ma nel film ce n’è un sacco di tecnologia, per fare gli scheletri che si muovono, gli incantesimi... Dipende da come si usa.

So per esempio che James Ivory aveva in mente uno Shakespeare in 3D, lo vorrei vedere.

Il problema della tecnologia credo sia più il fatto che se la usi solo in una prospettiva di entertainment induce una dipendenza dallo stimolo, che non è mai sufficiente, mai abbastanza, e allora via che si aggiunge il 3D, e musiche e suoni che fanno tremare, immagini che ti saltano addosso.

E si inizia da bambini. I film di Walt Disney sono sempre stati mainstream, ma quando ho visto Alice nel paese delle meraviglie non so, era fantasia, fantasia pura, lisergica.

Adesso che gli fai vedere? Macchine e non persone, competizioni. La stessa roba confezionata per gli adulti. È triste.

Cos’è la fantasia?

Ciò che nasce quando sei libero e ludico, quando ti lasci alle spalle tutte le cose che ti hanno insegnato.

La creatività è una questione di intimità con se stessi che possiamo incoraggiare.

C’è chi viene ispirato da un momento particolarmente doloroso, io preferisco lasciarmi guidare dagli incidenti, dagli errori.

Del resto la maggior parte di ciò che fa chiunque, non solo gli attori, è accidentale, un sintomo che non può controllare.

Non sappiamo davvero chi siamo e non sappiamo mai davvero cosa mostriamo al mondo, ed è questo che ci rende speciali, interessanti.

È la materia su cui dovrebbero lavorare i registi: guidare le parti che non sai maneggiare, vedere qualcosa di te che tu non vedi.

Lei è un consumatore di serie tv?

La settimana scorsa sentivo di questa serie, ne parlavano tutti, Got di qua, Got di là, e poi ho capito che era GOT, Game of Thrones, e sa una cosa? Devo avere iniziato con la serie sbagliata.

Era qualche anno fa a Madrid con amici. Mi chiesero «Hai visto Games of Thrones?» e io ho detto no.

Così a mezzanotte mettono su il primo episodio e partono teste tagliate, gente a cavallo che calpesta altra gente... Dopo dieci minuti ho detto «ragazzi ma come cazzo fate ad andare a letto dopo aver guardato questa roba? Io proprio non posso, non so, sono sensibile».

Voglio dire come si fa, la sera, ti siedi sul divano e... Ohhh, rilassiamoci un po’, guardiamoci un po’ di sangue pittoresco che spruzza in giro.

Lo so che dovrei essere più disponibile a guardare belle serie, mi aiuterebbe a curare il trauma.

A proposito di traumi, ce l’ha un brutto sogno ricorrente?

Quando viaggio molto, sogno sempre di perdere gli aerei o le coincidenze, o a volte di cadere dalle scale e spiaccicarmi, ma non è molto interessante no?

Per il resto, apro le braccia e volo un sacco. Proprio l’altra notte ho avuto un sogno lucido, ha presente? Quando sai di stare sognando e fai quello che vuoi?

Mi capitava da bambina.

Ma può farlo risuccedere, basta leggere come si fa e poi, in modo naturale, diventi conscio dei sogni.

Puoi iniziare a definire la realtà, fare domande ai personaggi, che poi ti rispondono e quindi ti metti a giocare col tuo inconscio.

Cosa farà a Natale?

(Uno, due, tre secondi di silenzio seguiti da una risata grassa e incredula, ndr)

Non mi interessa il Natale! Lasciamolo nelle chiese o nelle case, ovunque voglia la gente!

Sono contro una religione che detti una qualunque regola nella mia vita intima e per me il Natale significa quello.

Parlando agli italiani può suonare detestabile, lo so.

Ma no, adesso abbiamo Papa Francesco e...

P-a-p-a F-r-a-n-c-e-s-c-o??? Posso dirle molto bene chi è Papa Francesco.

Se vuole le racconto cosa ha detto quando si discuteva del matrimonio gay in Argentina, che era una guerra del diavolo contro Dio e le famiglie.

E poi gli chieda cosa faceva durante la dittatura mentre era parte della Chiesa.

Qui da noi ha detto cose che suonavano rivoluzionarie...

Come si fa a essere progressisti stando in una delle istituzioni più violente del mondo? È solo una strategia di marketing.

Sì le ha dette, ma lei vede dei cambiamenti veri? Io no.

Certo avevano bisogno di dimostrare che sono umili e umanitari tenendosi stretti le banche più grandi del mondo.

Si chiama face washing.

Ma per un dinosauro come la Chiesa non ci vuole più tempo per cambiare?

Sì, sì, è il motivo per cui in Argentina la destra sostiene che c’è bisogno di più tempo, così rimanda i cambiamenti.

E funziona.

Abbiamo un presidente che non ha detto niente di politico e ha vinto. Ha detto parliamo, beviamo insieme.

Le signore lo trovavano bello, ai comizi si lanciavano palloncini.

Bergoglio come Mauricio Macri?

È lo stesso meccanismo. Basta che cambi l’immagine di qualcosa e puoi rinnovare il tuo intero parco clienti.

Lei dove se la va a cercare la spiritualità?

Di mattina presto camminando da solo con me stesso.

Ma le assicuro che ne troverebbe molta di più che in Italia e in Argentina se andasse a farsi due chiacchiere tra i popoli dell’Amazzonia, o tra i gauchos.

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