Le elezioni americane secondo il punto di vista dei Millennial

Il punto di vista di chi si trova a vivere (dall'interno) la vera politica USA per la prima volta

Le elezioni americane secondo i Millennial
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DOPO ESSERE STATI STUDIATI PER DUE DECENNI, gli esponenti della generazione nata negli anni 80 si accomodano al potere. Negli Stati Uniti la millennial del momento è l’anchorwoman che ha messo le mani su ben due trasmissioni giornaliere della Cnn dedicate alle elezioni. Si chiama Kate Bolduan, ha 33 anni e ha un passato da co-conduttrice del programma mattutino At This Hour con John Berman. Il colosso tv ora l’ha scelta per condurre anche State of The Race che, dal lunedì al venerdì (in onda alle 20.30 italiane) ha la missione di esplorare i lati oscuri delle elezioni Usa. Ficcante e volitiva, Bolduan adora la politica, dei cui corridoi si è occupata per anni come corrispondente della Capitol Hill unit, dove seguiva il ciclo legislativo e gli eventi congressuali. Nel 2013, a soli 29 anni, è stata la più giovane anchor della storia della tv per mattinieri con New Day.

Tra i vari motivi che ne fanno una perfetta rappresentante della sua generazione c’è l’adesione a uno stile di vita molto tradizionale: è cresciuta in un frutteto di Goshen, Indiana, in una famiglia moderna che non le ha impedito di costruirsi un saldo matrimonio con Michael David Gershenson, un potente immobiliarista. Con il quale ha una figlia di 2 anni, Cecelia. Anche la “fedina mondana” è limpidissima, nessun “affair” l’ha colpita da quando si è trasferita a New York. Le abbiamo chiesto di farci da guida per questa controversa tornata elettorale e per un’elezione senza precedenti: tra 2 candidati divisivi, malvisti e considerati poco moderni dai più ma anche molto riveriti dalle élite.

Un candidato non-politico, slogan scorretti a colpi di Twitter, molte provocazioni e poco dialogo sulle leggi. La neutralità è a rischio in queste elezioni? No, non credo. Donald Trump è stato votato da 14milioni di cittadini alle primarie. Elettori che hanno lo stesso diritto ad essere rapprentati (in qualunque formato, analogico digitale o social) nei media. Lui parla a una larga fetta del paese. Ed è qualcosa che non tutti nel mio ambiente riconoscono o accettano.

Il New York Times sostiene che solo il 9% degli Americani hanno scelto Hillary Clinton e Donald Trump come candidati. Calcolato in base alla popolazione totale di 324 milioni, al netto di 103 milioni di non aventi diritto al voto (bambini, residenti, criminali) e 88 milioni di adulti che scelgono di non votare. Come la vede? Da giornalista e cittadina sono sorpresa da una percentuale così bassa, anche se in genere si vota di meno nelle primarie. Lì la differenza la fanno i fedelissimi che stanno agli estremi, di sinistra e destra. Poi, nelle elezioni vere si conf luisce verso posizioni più equilibrate e possibiliste. Quest’anno però, essendo i 2 candidati tra i più malvisti di sempre, c’è meno margine per convincere gli indipendenti. L’aff luenza sarà più determinante che mai in questo caso.

Verso la notte dell’8 Novembre: quali saranno i 5 momenti clou? Primo, i programmi di viaggio dei candidati. Hillary Clinton andrà nel Trump Country? Ovvero osserverà le elezioni da Pennsylvania e Michigan, stati voluti da Trump? O invece sarà Trump a invadere il Clinton Country, ossia Florida e Virginia? Anche dai viaggi si capirà chi gioca in attacco o in difesa. Secondo: l’Ohio. Qui lo spoglio chiude alle 19 (l’una del mattino in Italia). Nessun repubblicano ha mai vinto la Casa Bianca senza l’Ohio e l’ultimo democratico è stato John F. Kennedy nel 1960. Poi c’è il voto ispanico: nel 2012 Mitt Romney ottenne solo il 27 per cento del voto ispanico. E questo è rimasto uno dei punti chiave della rinascita repubblicana. Ancora, c’è da valutare l’impatto degli indipendenti, come Evan McMullin o altri che verranno. Inf ine i “Color Games”: la Clinton può davvero rendere le tradizionalmente repubblicane Arizona e Georgia di colore blu (quello Democratico)? In tal caso ci sarebbe una rivoluzione nelle mappe elettorali per anni a venire. Sa chi è stato l’ultimo democratico a vincere in entrambi gli stati? Suo marito Bill.

Durante questa campagna spunta anche l’ombra di Wikileaks. Per lei Julian Assange è un collega e Wikileaks una vera testata di news? Non penso di avere titoli per definire chi deve essere considerato giornalista e chi no. Il concetto di news organization è molto fluido oggi. I blogger hanno un peso da non sottovalutare. Comunque, le dirò, se Assange non entra nel mio computer diciamo che sì, lo posso considerare un collega (ride).

Lei e’una millennial con due palchi mediatici quotidiani. I media ormai sembrano dipendere dai social, sia come fonte che come distribuzione delle news. Può diventare un problema? Io vedo Twitter come un mezzo per seguire gente che stimo e di cui mi fido, come fonte di news e sopratutto di analisi, che posso approfondire o controbbattere. Non vado in onda con Twitter, nel senso che non lascio che sia il corso polemico o speculativo di un tweet a dettare la linea della mia trasmissione. E, sì, in quanto millennial ricevo costanti solleciti da Cnn a essere più presente sui social. Perché, nel bene o nel male, la conversazione si è spostata lì. Il fatto è che ogni show ha un social media director ed una digital person e io invece ci tengo a scrivere di mio pugno. È una faccenda delicata: in molti cercano di captare le mie preferenze politiche. Per me la giornata perfetta è quando online mi danno della fascista e della comunista nello stesso giorno.

Il fatto che Hillary Clinton sia un candidato con decadi di presenza pubblica mina la rilevanza storica di una sua elezione come prima donna presidente? Ci sono varie scuole di pensiero. Quelli che dicono: «Sarebbe un fatto storico, punto», quelli che: «Non voto per lei, ma rimane un fatto storico» o quelli che: “Voto per lei, ma avrei preferito un’altra donna Presidente ». Nessuno ha torto perché il voto è una scelta intima. Per me è un fatto storico.

E Trump? Ha alterato il dna del Partito Repubblicano, secondo lei? Anche Obama è parso nostalgico di Mitt Romney e John McCain, quasi fossero nemici “accettabili”. Donald Trump ha alterato lo stampo della tradizionale campagna elettorale. E lo ha fatto con successo. Ha battuto 16 contendenti senza spendere un dollaro e generando controversie continue che non hanno bloccato il suo obiettivo (almeno fino alla nomination). Ha sdoganato anche un linguaggio molto diretto che di solito è inviso ai politici. Dopo la sconfitta del 2012 i repubblicani hanno dovuto farsi una sorta di “autopsia” per rimettere insieme i propri pezzi. Si sono imbarcati in un processo che prevedeva, tra l’altro, un’apertura maggiore verso le minoranze. Ma la sensazione adesso è che se alla fine Trump risultasse vincente, tutto il lavoro fatto in questi quattro anni finirà archiviato.

Kate McKinnon su Saturday Night Live le ha fatto l’imitazione. Evento che vale come diploma di successo popolare. Che cosa ne pensa? Oh, l’ho talmente amata che mi sono fatta regalare il “gobbo” (il testo che i protagonisti della trasmissione leggono in diretta, ndr) dallo staff che lavora per Snl. E l’ho appeso in ufficio, perché è geniale. Recita così: «Bentornati ad At This Hour, io sono Kate Bolduan. Ho il cervello da Msnbc ma i capelli da Fox, quindi eccomi qui alla Cnn.

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