Com'è cambiato il senso del pudore

Due scrittrici, madre e figlia, chiacchierano di spiagge, intimità condivise, bikini slacciati, corpi più o meno scoperti e finestre senza tende. E incrociando ricordi e riflessioni, ci parlano di tutte noi.

Saint-Tropez Beach
Slim AaronsGetty Images

Elvira. Chi aveva paura del sole? Sfilavamo il reggiseno e ci stendevamo sulla sabbia, ignare, a prenderlo tutto senza protezioni. Il sole baciava i belli, ma non solo. Soprattutto baciava le ragazze emancipate, e se sganciavamo mezzo bikini non era tanto per mostrare ma per dimostrare. Autonomia, rivendicazione, libertà. Il sole del post Sessantotto ardeva su di noi, e il tema era scottante in tutti i sensi: da una parte i conflitti coi familiari, contrari a queste audacie (e infatti alla Sicilia preferivamo le isole più libertarie, le Eolie o Mykonos), dall’altra le scottature, anzi le ustioni, causate dagli intrugli disgustosi che spalmavamo sulla pelle, a base di birra e olio di oliva, per acciuffare tutti i raggi. Usavamo pure una crema un po’ inquietante che veniva dall’America, con una mucca stampata sulla latta: era un lubrificante per mungere, e ti arrostivi in poche ore.

Viola. Io invece ho sempre odiato il sole: sono stata una bambina riservata, associavo il sole ai miei compagni di scuola che schiamazzavano in cortile, a quel tipo di comunicazione che non mi apparteneva. Restavo in classe a scrivere: tutto il contrario che scoprirmi al sole, mi coprivo con l’ombra e con la parola scritta. Il mare, il costume da bagno, i corpi nudi, erano quelle cose che accadevano d’estate un po’ per costrizione. Non volevo andarci, non volevo scoprirmi,
volevo stare chiusa in stanza con un quaderno e l’aria condizionata.

Elvira. Be’, avevi la pelle troppo bianca, e al sole ti veniva il mal di testa. Ricordi quanti cappelli avevi, di tutti i colori? Se sposto lo sguardo più indietro, e ripenso ai corpi nelle spiagge in quegli anni tempestosi, io li rivedo con tenerezza: non erano ancora tonici e sodi, le palestre erano luoghi noiosi e penitenziali (specie per aspiranti intellettuali), e i seni piccoli con vaga forma a pera - ma questo forse è un ricordo distorto. Andava di moda il seno piccolo, e chi aveva la terza misura lo comprimeva sotto i capelli lunghi. Il seno liberato aveva un valore in sé, e sfuggiva ancora indipendente al mercato dell’abbondanza, anzi averlo grosso era talmente out da causare complessi spaventosi - una mia compagna del liceo ricorse al chirurgo per la riduzione, ci crederesti? È qui che si infiltrava una vergogna subdola di mostrarsi, che potevi (o preferivi) scambiare per pudore, ma era invece la paura di avere un corpo inadeguato, non allineato con il modello unico, davvero ristretto, univoco, della moda allora in vigore.

Viola. Be’ era così fino a qualche anno fa, adesso finalmente vediamo attrici appena più morbide nel ruolo di seduttrici. Pensa a Bryce Dallas Howard, per esempio. È bella e non è magra. Ma in effetti, in Black Mirror, fa la parte della donna goffa e disadattata. C’è ancora molta strada da fare. Tu forse non puoi capire: sei sempre stata magrissima, dunque non ti sei mai posta davvero il problema di cosa coprire e cosa scoprire. Io ho un corpo normale. Ma cos’è, poi, un corpo normale? La mia generazione è stata bombardata dal ritornello della canzone di Cristina Aguilera, quella sull’essere belli comunque, in ogni corpo, ma resta il fatto che a cantarla era una taglia 38.

Elvira. Io ricordo invece un’altra canzone, che diceva: “E adesso spogliatiii come sai fare tuuu”! Tu non eri ancora nata quando quell’urlo di Riccardo Cocciante piombò sulla nostra pelle con spudorata ebbrezza. Era il 1974, io ero appena ragazzina ma quell’implorazione, anzi una supplica imperiosa, accompagnò per anni i nostri vestiti che volavano sulla sabbia (o sul tappeto di casa) al ritmo di quella canzone, con la “Bella senz’anima” seduta fiera sulla “seggiola” per ascoltare “senza interrompere”. Be’, la seggiola, a dire la verità, era un buffo arcaismo già allora, ma si chiudeva un occhio per esigenze fonetiche. A non chiudere gli occhi erano semmai, da zone opposte, i garanti della censura Rai e le femministe più ostinate, e la frase incriminata era quella, col suo imperativo peccaminoso: “E adesso spogliati come sai fare tu”. E noi ragazze ci chiedevamo, invidiosette e avide di imparare: come si spoglia costei?

Viola. Io non ho mai riflettuto molto su quanto mostrarmi e quanto celarmi. Porto sempre gonne lunghe e camicie accollate vittoriane. Non perché penso che l’intelletto debba essere l’unico orpello degli scrittori, figuriamoci. Forse la prima volta che ho riflettuto sul pudore è stata all’università. Il primo ideogramma cinese che ho imparato era “luna”: rappresenta graficamente una luna velata dalle nubi. Ovvero sembra dirci: la luna è luna solo se nascosta da qualcosa. È poi l’estetica orientale: si può apprezzare solo ciò che si nasconde.

Elvira. Be’, la soglia del pudore è labile e incandescente. Infatti qualche sindaco italiano è stato colto dalle caldane di agosto e ha vietato con curiose ordinanze le “impudicizie” sul lungomare di gambe e seni in libertà. Oggi ci sembra un sentimento vintage, ma la categoria del pudore è anche un trucco degli uomini per controllare le donne, un esercizio di potere personale e istituzionalizzato, persino imposto per legge nei Paesi islamici.

E l’abbiamo interiorizzato, nei secoli, anche tu.

Viola. Io no. “Succinto”, “pudore” sono parole che guardo da una certa distanza, con sospetto, come dietro la teca di un museo. Io uso come vestiti le vecchie sottane e camicie da notte comprate nei mercati, ma devono essere larghe, lente.

Elvira. Sicuramente il pudore ha prodotto una sua estetica, anche suggestiva, al di là di conformismi e divieti. Al tempo delle “Belle senz’anima” non c’erano brand di intimo con pizzi e strass accessibili a tutti i cassetti, e le ragazze usavano biancheria di infinita modestia, in cotone bianco e prudente, o nell’inquietante color carne, nell’ossessione di mimetizzarla. Il reggiseno si metteva poco, ma era infamante mostrarne anche solo le bretelle sotto i vestiti, e non solo per cattivo gusto: era una specie di oltraggio al pudore, di spiraglio sull’intimità. E non parliamo del pizzo della sottoveste che sbucava da un orlo! Era più che un infortunio, era una catastrofe dello stile!

Slim AaronsGetty Images

Viola. Io invece adoro il pizzo che deborda da ogni cosa. È interessante: prima il pizzo era legato all’intimo, alla tenebra, all’erotismo, al lutto, adesso è sdoganato alla luce del sole con jeans e sneakers. Prima era l’ultimo strato che separava il giorno dalla notte, la socialità diurna dall’erotismo trasgressivo. Io vestirei solo di pizzo, ma non perché lo trovo sensuale. Non mi piace spogliarmi, non mi piace guardare il mio corpo, non mi interessa: mi identifico con i vestiti e le stoffe che ho scelto, non con la pelle che non ho scelto. Il corpo è una cosa come un’altra, una cosa che mi è capitata.

Elvira. Per me è al contrario, ogni corpo ha la sua storia, ha solcato il tempo e i sentimenti, e dal mondo viene attraversato - occhi che ti guardano, mani che portano schiaffi o carezze. Tutto è segno, documento, siamo un palinsesto: la cicatrice del volo in moto, il dente spezzato vent’anni fa, l’orma dell’acne adolescente, l’osso rotto nella caduta da cavallo, l’impronta rosa della bruciatura. E le rughe, l’asimmetria di un seno, di un occhio. Il corpo urta, sbatte, smussa gli angoli per incastrarsi, si leviga e si inspessisce da quando viene al mondo, si bagna di pioggia e si asciuga al sole, il corpo ha memoria del dolore e della gioia. Ogni corpo è una scrittura compiuta addosso. Nella sua unicità è un valore assoluto, irriproducibile, con una sua sacralità, legata alla natura e alla nostra biografia. E per questo lo vorrei difeso dalle violazioni, dal consumo sociale, onnivoro e predatorio.

Viola. Adesso, con Internet, sembra al contrario aver valore tutto ciò che è esposto, che è reso subito immagine collettiva senza tenere niente per sé. La bellezza è tale solo se può essere interamente consumata dallo sguardo (e poi, con la stessa distrazione, scartata). Pensa a Instagram: le foto panoramiche, le stories che invadono a tutto volume lo spettatore con una scena provvista di tutto, movimento e volume, adesivi e scrittura, musica.

Elvira. Ecco, questa è per me mancanza di pudore. Quella di chi espone e consegna ai padroni di Google e Facebook pezzi della sua vita, intimi e privati. Mi turba l’assenza di pudore e vergogna, unita al senso di impunità, dei nostri governanti, nelle loro parole, nella postura arrogante o in quel sorrisetto standard. Lo sai, non uso i social come diario intimo e trovo arduo e miracoloso oggi potersi nascondere, conservare un varco di mistero.

Viola. Però forse i social, in questo senso, hanno fatto anche del bene: la sovraesposizione rende ogni corpo degno di essere mostrato, al di là della prova bikini e dei difetti che il filtro bellezza non riesce a camuffare. È la celebrazione dell’esistere, in senso zen, assoluto: io ci sono, è questo che importa, con le mie imperfezioni e la mia audacia di metterle in vista. I selfie ci rendono tutti più strani e deformi, eppure la condivisione è più importante del giudizio estetico: mettere tutto in comune, anche la bruttezza.

Elvira. C’è una cosa che devo dirti allora. In Sicilia davanti a casa abbiamo l’Etna o il mare, spettatori innocenti, ma a Roma stiamo in centro e senza tende, e tu ti svesti senza chiudere le imposte, e io ne soffro. Probabilmente perché sono tua madre, e sento il tuo corpo in parte legato al mio.

Viola. Non sono esibizionista, lo sai, ma il mio corpo lo sento di solito come un’appendice dei pensieri, come una cosa. Mi è indifferente se lo guardano o no. E comunque nel palazzo di fronte non si vede mai nessuno. E poi sei tu, mamma, quella che va in giro scollata e con le gonne corte!

Elvira. Be’ sì, dobbiamo pur giocare, scherzare col nostro corpo! Per questo amo lo stile pop, nell’arte e nei vestiti, l’ironia e i colori forti. È la sfida della leggerezza contro la gravità. E la vivo anche nella scrittura, io credo nella leggerezza calviniana. A volte il meno è più. O no?

Un ritratto della scrittrice Elvira Seminara.
Marta Di Grado
Elvira Seminara Giornalista, scrittrice e pop artist, vive tra Catania e Roma. Il suo ultimo romanzo, Atlante degli abiti smessi (Einaudi), ha dato vita a una mostra itinerante. Ha due figlie: Marta (che è l’autrice di questo ritratto) e Viola Di Grado.

Un ritratto di Viola Di Grado.
Andrej Russkovskij
Viola Di Grado Nata nell’87, ha vissuto a Kyoto, Leeds e Londra. Ha esordito a 23 anni con il romanzo Settanta acrilico trenta lana che ha vinto numerosi premi. È appena uscito il suo nuovo libro Fuoco al cielo, la storia di un amore assoluto nel luogo più radioattivo del pianeta (La nave di Teseo).

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