Fermatevi 5 minuti a fissare le fotografie di Bruce Davidson

Una mostra si avventura nelle pieghe più profonde della natura umana e della società toccate, dalla fotografia documentaria sincera e sentita dal grande fotografo Magnum

Bruce Davidson, Circus, nano, pagliaccio, Magnum Photos
Bruce Davidson, Circus, 1958, Gelatin silver print, printed no later than 1965, 7 1/4 x 4 7/8 inches © Bruce Davidson, Courtesy Howard Greenberg Gallery/Magnum Photos

Toccare le pieghe più profonde della natura umana e della società, resta un proposito ambizioso per molti, ma uno dei tratti distintivi della fotografia documentaria di Bruce Davidson. Resta il cuore di sei decenni d'indagini ai margini del sogno americano, condotte da un figlio della periferia di Chicago (Oak Park, 1933), frequentando per anni la gente del circo e una gang di Brooklyn, condividendo giorno e notte il disagio degli abitanti dell’East Harlem e il viaggio dei diritti civili con i suoi attivisti. Progetti fotografici che puntano all'anima più vibrante di ogni individuo, entrando in intimità con la loro natura e la nostra. Il circo a tre piste di un grandioso piccolo clown e quello della vita che ha spettacoli per ognuno di noi. Sono le quattro serie che hanno segnato l'impegno personale e la profonda onestà del fotografo, insieme al contributo che continua a fornire alla celebre Magnum Photos e alla street photography, ad animare il progetto espositivo Bruce Davidson, Subject: Contact, in mostra alla Howard Greenberg di New York (fino 15 giugno 2019).

La mostra offre una selezione di stampe vintage dei diversi progetti e i relativi provini a contatto che ne approfondiscono il processo di editing. Espone la prova più evidente del profondo legame del fotografo con i protagonisti degli eventi politici, sociali e culturali che hanno segnato il XX secolo. Non potrebbe nascondere neanche se volesse, la sensibilità documentaria capace di annullare le distanze, anche dalla fotografia artistica più in sintonia con la poetica della vita.

Ogni immagine tradisce quel talento che a dieci anni sceglie una macchina fotografica come compagna di gioco e a ventiquattro la rende fedele compagna di vita. Prima come freelance per la rivista LIFE, poi per la famosa cooperativa fotografica Magnum Photos, invitato nel 1958 dallo stesso Henri Cartier-Bresson. Quello che non è cambiato mai è il genuino interrasse e la sintonia che Bruce Davidson instaura con gli individui che vivono ai margini e al limite, come la gente del circo che documenta frequentando a lungo tre diverse realtà circensi americane.

Una vera antologia del controverso spettacolo della vita, pieno di domatori di Re e regine dell'arena, artisti del volo senza ali e dell'insolito che riesce a farci sorridere anche delle nostre paure. La serie Circus (1958) che trova il suo fulcro nel racconto viscerale e poetico del clown Jimmy Armstrong. Un piccolo uomo destinato a diventare un grande amico di Davidson e il protagonista carismatico del suo spettacolo che non nasconde le crepe del trucco, della pelle e del carattere di chi è consapevole della natura più controversa della verità.

«Nessuno, neanche il mondo intero, avrebbe potuto impedirgli d’essere se stesso. Se davvero era un clown, allora doveva esserlo fino in fondo, da quando apriva gli occhi al mattino, fino a sera, quando li richiudeva. In stagione e fuori stagione, a pagamento o per il semplice piacere… senza cerone, senza trucco, senza costume […]. Essere così totalmente se stesso che si sarebbe vista solo la verità, che ora gli bruciava dentro come un fuoco» - Henry Miller, Il sorriso ai piedi della scala

Bruce Davidson, Brooklyn Gang, 1959, Gelatin silver print, printed c.1965, 8 1/2 x 12 7/8 inches
© Bruce Davidson, Courtesy Howard Greenberg Gallery/Magnum Photos

Prima di documentari e cult cinematografici come I guerrieri della notte (The Warriors) di Walter Hill, dobbiamo a Bruce Davidson anche uno dei primi focus sul quotidiano duro e turbolento degli adolescenti che vivono la strada della Grande Mela, insieme alla controcultura destinata a influenzare in molti modi il presente (e la scena hip-hop). Frequentando per mesi un gruppo di adolescenti ribelli chiamati The Jokers, nel 1959 prende vita Brooklyn Gang e il suo primo libro fotografico.

Lo stile personalissimo porta il fotografo a occuparsi anche di moda per Vogue (dal 1961 al 1964), ma la sua vocazione innata per il sociale, nel 1961 lo spinge a salire su un autobus per il Mississippi insieme a un gruppo di Freedom Riders, arrivando al cuore pulsante del Movimento per i diritti civili. Pronto a far parte di qualcosa che si prepara a cambiare il mondo, come attivista e fotografo, inizia il viaggio di Time of change, con l'obiettivo puntato sulla folla che marcia fino al Lincoln Memorial di Washington per condividere il sogno di Martin Luther King.

Bruce Davidson, Time of Change, 1961, Gelatin silver print, 6 3/8 x 9 1/2 inches
© Bruce Davidson, Courtesy Howard Greenberg Gallery/Magnum Photos
Bruce Davidson, Time of Change, 1963 (provini a contatto)
© Bruce Davidson, Courtesy Howard Greenberg Gallery/Magnum Photos

Davidson fotografa i leader più noti del movimento dei diritti civili, insieme ai volti anonimi destinati a cambiare quello della lotta. Segue anche la marcia di Selma guidata da Martin Luther King fino a Montgomery, immortalando gli scontri turbolenti che l'hanno resa uno dei momenti più importanti della lotta per i diritti civili dei neri americani, spingendo Lyndon Johnson a promulgare il Voting Rights Act che vieta le discriminazioni elettorali su base razziale. Anche per questo, nel 1963 a presentare i progetti di Davidson in una mostra personale, è il Museum of Modern Art di New York, la città dove ha scelto di vivere e lavorare.

Frequentando giorno e notte le strade degradate e gli abitanti dell'East 100th Street di Harlem, tra il 66 e il 68 l'obiettivo di Davidson ne documenta con empatia disagio e povertà, insieme alla profonda dignità. Oltre 1.000 fotografie scattate per due anni, con una fotocamera di grande formato, nutrono la serie East 100th Street, una delle sue pubblicazioni più importanti e una nuova mostra al MoMA nel 1970.

Bruce Davidson, East 100th Street, 1966, Gelatin silver print, printed c.1966, 7 1/2 x 9 1/2 inches
© Bruce Davidson, Courtesy Howard Greenberg Gallery/Magnum Photos

Questa mostra alla Howard Greenberg di New York si ferma qui. Non contempla molte altre immagini che profumano di vita vera, spingendosi dai pascoli scozzesi alla movida madrilena, dalla parata di star che immortala nello stesso scatto Simone Signoret e Marilyn Monroe, a quella dal volto anonimo che affolla la metropolitana di New York. Consiglio di approfondire tutto quello che è successo dopo, tra premi importanti e nuove ricerche, tenendo conto che questa mostra è un buon inizio, ma lo spirito più giovane dell'ultraottantenne ha ancora molto in serbo, oltre al nuovo libro Bruce Davidson: Unseen, pubblicato da Steidl nel 2020. Approfittatene.

«Così ho fatto quello che volevo fare, ho visto tutto, miseria, celebrità, le persone belle, quelle malvagie, la generosità e l'odio. Ma penso di essere andato oltre la mia visione.... Nel cuore della mia vita, nel cuore della vita di altre persone. Forse questa è la cosa più importante che ho fatto» - Bruce Davidson

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