Perché il crimine ci prende così tanto?

Patiti della cronaca nera, inchiodati alle serie tv come CSI e alle trasmissioni tipo Chi l'ha visto. Una criminologa, un esperto di palinsesti tv e un cronista di lungo corso ci spiegano il perché.

Crime Scene - Crimine
ncognet0Getty Images

Siamo diventati tutti un po’ investigatori, abbiamo appreso perfino il loro linguaggio: parliamo di luminol, di prove dna-compatibili, tracce ematiche, cani da pista di sangue. E i nostri figli sognano di diventare profiler. In Europa noi italiani siamo i più appassionati di cronaca nera e ne consumiamo dosi massicce grazie a tg, speciali di approfondimento, serie televisive, quotidiani. Lo confermano i dati dell’Osservatorio Agicom sul primo bimestre 2019, secondo i quali è la criminalità il tema più trattato dalle pagine social delle testate giornalistiche. Mentre è secondo soltanto alla disoccupazione nell’informazione in tv e in edicola. Purtroppo è anche l’argomento più rielaborato e rilanciato dai siti di fake news.In un’epoca dominata da ansie e incertezze, sembra che le storie di sangue e sesso aumentino il loro appeal. E siano le uniche capaci di sedarci.«Il delitto sposta l’attenzione, ci evita di pensare a problemi più vicini e pressanti come il lavoro, la sicurezza, la crisi. Il paradosso è che alla fine tutto questo è liberatorio», spiega la psicologa e criminologa Isabella Merzagora, che ha appena pubblicato per Cortina La normalità del male. «L’interesse per stupri e omicidi è in continuo aumento, e non risparmia i dettagli più scabrosi, intimi, in una sorta di pornografia del crimine che nulla aggiunge alla ricerca della verità. Nelle tribune televisive tutti si sentono auto-rizzati alla disamina pubblica delle prove, sfiorando spesso il processo sommario. E il rispetto perle vittime diventa un optional. Francamente indecente».

A un certo punto tutto è cambiato. E l’attenzione sui delitti e i femminicidi è ormai quasi una addiction: «Il caso-svolta è stato quello di Anna Maria Franzoni», dice ancora la criminologa. «Nelle mie lezioni universitarie cito sempre il delitto di Cogne: sui giornali e in tv ha avuto un’audience tale che dal 2002 in poi ogni caso giudiziario, prima coperto al massimo da 3 o 4 notizie, è diventato argomento per una cinquantina di articoli a testata. Ecco perché oggi abbiamo l’impressione di un’escalation delittuosa, anche se, in realtà,
gli omicidi sono costantemente in calo. E in misura minore anche i femminicidi dei quali, però, oggi si parla molto di più di un tempo».

Ma questi eventi eccezionali ci prendono molto più dei problemi di tutti i giorni: «Crediamo che la maggior parte dei nostri affanni quotidiani - la disoccupazione, l'aumento dei prezzi - sia irrisolvibile. Per i crimini invece, come nella trama di un buon giallo, confidiamo sempre in una soluzione. Esemplare in questo senso il caso di Yara Gambirasio, in cui per la prima voltasi è parlato di test del dna: da lì in poi la fede nella prova scientifica è diventata assoluta. Sortendo l’effetto di una specie di ansiolitico».

Nei quotidiani è un fatto noto, conferma Piero Colaprico, cronista e giallista oggi a capo della redazione milanese de la Repubblica: «Oltre il 70%dei lettori legge la “nera”, le altre sezioni hanno molti meno appassionati. Forse perché in questa cronaca si distinguono ancora i fatti dalle chiacchiere», riflette il creatore del Maresciallo Binda, presto in libreria con un giallo su Piazza Fontana, nella collana che celebra i 90 anni del Giallo Mondadori. «Se un giovane impazzito prende un fucile e spara a una classe del liceo, quello è un fatto. Se vedi un uomo asserragliato nel suo negozio che spara al ladro e lo uccide, quello è un fatto, con tutto il suo carico di violenza, di sangue. Se senti la politica parlare di legittima difesa, quella è una chiacchiera». O forse i fatti a volte stimolano anche le nostre peggiori fantasie: «Solo l’orrore riesce a tenermi inchiodata al divano», dice Chiara, studentessa universitaria. «Niente chat, meme o telefonate. Il cervello è lì. Per un’ora sei impegnato a rabbrividire, al massimo puoi twittare per condividere l’ansia con gli altri appassionati».

Sempre più spesso però dalla fiction si passa all’identificazione. Molte si focalizzano su femminicidi e violenze familiari per paura che possa capitare anche a loro. «Ma per una donna che vive e lavora in Italia, la probabilità di essere vittima di questi crimini è irrilevante, dal punto di vista statistico», riflette Isabella Merzagora. «Certo, la statistica non tiene conto delle emozioni. E non consola le vittime».

Chi crea i palinsesti televisivi sulle emozioni invece ci campa. Un dato per tutti: se fino a 5 anni fa Fox Crime era l’unico canale tematico, ora ce ne sono 4. Luca Bersaglia, direttore esecutivo Entertainment di Fox Italia, spiega: «Il genere crime continua a crescere prima di tutto perché soddisfa il nostro bisogno di controllo e in qualche modo ci rassicura: è vero, ormai siamo tutti agenti del Ris. Del resto i programmi più tradizionali sono fatti per assecondare questo meccanismo. Per esempio, con un temporary channel dedicato alla Signora in giallo, abbiamo triplicato gli ascolti. Ma l’altro meccanismo è il bisogno di emozioni forti, di adrenalina. Quindi non è un caso se il genere in asce-sa è il true crime, serie tv basate su storie vere che mescolano realtà e fiction. Con il pretesto della narrazione documentaristica non risparmiano dettagli crudi, pruriginosi, raccapriccianti». Ancora una volta, lo stesso paradosso dell’ansia seguita dalla rassicurazione. Come sporgersi sull’orlo del precipizio e poi ritrarsi all’ultimo istante. Dopo la vertigine, è subito sollievo.

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