Decisamente questa sarà la mostra tra le più viste degli ultimi 12 mesi

Come una generazione di artisti africani e della sua diaspora, sta usando l’estetica fashion visivamente impegnata per ridefinire la loro identità personale e culturale insieme a quella dell’essere umano globale

Namsa Leuba, Cocktail, moda Africa, fotografe diaspora
Namsa LEUBA , Untitled III 2011, from the series Cocktail (pigment ink-jet print, 110.0 x 81.0 cm) courtesy of the artist / MONASH GALLERY OF ART for Fashioning black identity. Africa and the African diaspora

Potete provare a mescolare la giusta dose di cultura antica e società contemporanea, per estrarne l’espressione più vivace e dinamica di entrambe. Provateci, ma non garantisco un Cocktail frizzante quanto quello realizzato da Namsa Leuba per WAD Magazine 53 nel 2012. Riappropriandosi di codici e simboli appartenenti alla cosmogonia africana e occidentale, la fotografa e art director, nata nella Svizzera del 1982 da madre guineana musulmana e padre svizzero protestante, stabilisce un dialogo con le sue origini e l’identità di donna della diaspora di un mondo globalizzato. Un cocktail di fotografia documentaria e artistica, ritrattistica e fashion, dal turbante che abbraccia culture e tradizioni di tanti popoli insieme ad archetipi senza tempo, alle sneakers che ne accompagnano il lungo viaggio nel mondo, senza troppe distinzioni di genere, età, cultura, religione o latitudine. Rinfrescante, quanto il valore della spiritualità che guida la collaborazione di Delphine Diallo con Jojo Abot e la conversazione universale della collettiva Fashioning black identity: Africa and the African diaspora dell’australiana Monash Gallery of Art (fino al 9 febbraio 2020), intenta a esplorare come sei artisti africani, usano le coordinate fotografiche di moda e ritratto per ridefinire la loro identità personale e culturale, insieme all’immaginario dell’Africa e della sua diaspora.

Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, Installation MONASH GALLERY OF ART
Courtesy Monash Gallery of Art (MGA)

Delphine DIALLO and Jojo ABOT - Installation, Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, Monash Gallery of Art (MGA)
Courtesy Monash Gallery of Art (MGA)
Atong ATEM, Dit 2015 (pigment ink-jet print, 81.0 x 110.0 cm)
courtesy of the artist / MONASH GALLERY OF ART for Fashioning black identity. Africa and the African diaspora

La casa australiana della fotografia accoglie nei suoi spazi espositivi della città di Monash, alla periferia sud-est di Melbourne (nello Stato di Victoria), sei obiettivi che affrontano le sfide di essere donna, uomo, nero, africano ed emancipato, con la libertà di costruire l’immagine di se insieme a un nuovo modo di guardare l’Africa. Libero da pregiudizi, cliché e colonialismi di stampo occidentale, mai dalla memoria aperta al cambiamento, dal Mali delle prime mise-en-scène in studio di Seydou Keïta, al patrimonio sud sudanese rivisitato insieme alla ritrattistica tradizionale, dalla giovane artista di Melbourne Atong Atem, con la complicità di giovani della diaspora africana che vivono in Australia. Tessuti etnici e abiti contemporanei, per abbigliamento che si nutre di tutto e parla una lingua universale, con una naturalezza che non fa più esotico, come i corpi dipinti dei guerrieri di Ferré (1993), o i Masai di Galliano per Dior (1997).

L’allestimento espositivo, dinamico e colorato come la selezione degli scatti, concedendo la stessa libertà allo sguardo, offre gli stimoli di una generazione di fotografi, profondamente ispirati dal valore artistico, storico e sociale dell’opera antropologica di Seydou Keïta. Ritratti in bianco e nero, ma con tutti i cromatismi di una comunità che aspira a ridefinire la propria identità. In anni di transizione che portano il Mali a liberandosi definitivamente dal colonialismo francese (dal 1960), l'intero paese si reca nel piccolo studio di Banaco, dove Keïta lo lascia libero di scegliere cosa indossare e come farsi ritrarre, davanti ai pochi fondali a disposizione del figlio di un falegname che smette di seguire le orme del padre quando lo zio gli regala una Kodak Brownie Flash.

Seydou Keïta Installation, Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, MONASH GALLERY OF ART
Courtesy Monash Gallery of Art (MGA)

L'eredità di Seydou Keïta è raccolta dall’approccio personale alla fotografia di studio africana di Leonce Raphael Agbodjelou, con il ritratto dell'energia dinamica del contemporaneo e le relazioni (e contraddizioni) che intrattiene con modernità e tradizione. I muscoli guizzanti dei suoi Musclemen in mostra, spiccano tra le texture vivaci dei tessuti colorati, con i quali immortala l’energia dei culturisti e l’oggettivazione del corpo maschile nero nel XXI secolo (esaltata dai fiori di plastica). Ritratti che continuano a esplorare la generazione dei figli della Porto-Novo dove è nato (1965) e continua a vivere, diventando fondatore e direttore della sua prima scuola fotografica e tra i fotografi di spicco della Repubblica di Benin. I tessuti della tradizione restano gli stessi usati nello studio mobile del padre, Joseph Moise Agbodjélou, fotografo di fama mondiale dal quale apprende i rudimenti della fotografia e forse, anche quello che pochi sanno insegnare e ancora meno mettere a frutto.

Leonce Raphael AGBODJELOU, Untitled 2012, from the series Musclemen (pigment ink-jet print, 118.9 x 84.1 cm)
courtesy of the artist and Jack Bell Gallery (London, United Kingdom) /Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, MONASH GALLERY OF ART

Leonce Raphael AGBODJELOU, Omar Victor DIOP, Installation, Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, MONASH GALLERY OF ART
Courtesy Monash Gallery of Art (MGA)
Omar Victor DIOP, A Moroccan man (1913) 2014, from the series Diaspora (pigment ink-jet print, 110.0 x 110.0 cm)
courtesy of the artist and MAGNIN-A (Paris, France) / MONASH GALLERY OF ART for Fashioning black identity. Africa and the African diaspora

Nato a Dakar nel 1980, Omar Victor Diop fa qualcosa di analogo, fotografando stili di vita, moda e società dell'Africa moderna, insieme al loro legame con la storia dell'arte occidentale e i tesori dell’islam. Il viaggio nel tempo della sua Diaspora, guardando negli occhi quella di Namsa Leuba e Atong Atem, rappresenta quella di tanti schiavi liberati dalla storia, insieme alle ambizioni dei giovani africani di oggi. Ritratti e autoritratti in costume d’epoca, mentre quel pallone da calcio, oggetto di tante brame è molto più di un gioco con la palla. Anche per la collettiva Jeux de balles, jeux de ballons (fino al 15 marzo 2020) che ospita il progetto del fotografo senegalese al Musée de Tessé, di Le Mans, tra i più antichi di Francia (inaugurato nel 1799).

I ritratti dei rifugiati UNCHR in Camerun di Hopeful Blues, esposti vicino a quelli della Banako di Seydou Keïta, continuano le riflessioni erranti di Omar Victor Diop con quelle 'velate' sui viaggi migranti che attraversano il Mediterraneo e il contemporaneo. Come lui stesso afferma «Il mio lavoro vuole incoraggiare la memoria collettiva illuminando capitoli di Storia che sono stati scritti male. I ritratti non si rivolgono a un pubblico specifico. Mi piace pensare che queste fotografie contribuiscano a una conversazione universale, che sollecitino una riflessione su come possiamo usare il passato per ripensare i rapporti nel presente».

Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, Installation, MONASH GALLERY OF ART
Courtesy Monash Gallery of Art (MGA)

una grande riflessione sulla sacralità del mondo, per l'artista franco-senegalese Delphine Diallo, dietro il trucco, le maschere, i simboli e le trasformazioni, con le quali da corpo, anima e tutto l’attivismo dell’arte, alle eroine mitiche che raccontano storie universali. Il flusso di energia spirituale che anima la sacralità del quotidiano del progetto in mostra, Manifestations of a god, condiviso con l’eclettica artista ghanese Jojo Abot insieme alla ricerca del divino, invita nello spazio sacro delle espressioni d'identità, comunità e spiritualità.

L’intenso lavoro introspettivo condiviso dalla due artiste, insieme all'esperienza visiva che estendono anche alla musica e tutta la fusione culturale 'afrobeats' e jazz del video di Jojo Abot, invita a reinventare il proprio SELF interiore e il mondo che occupiamo ogni giorno. Invita a non disconnetterci dall’energia femminile e maschile posseduta da tutti i generi. Gli stessi temi tribali comuni a molte tribù del mondo intero, dal Ghana di Jojo Abot e il Senegal di Delphine Diallo alla nostra Sardegna, esplorando ulteriormente le sfumature di differenze e somiglianze umane. Una prospettiva più globale del nostro essere umano interiore, per una ricerca di forza e dignità, spinta oltre il genere e il colore della pelle, le influenze puramente estetiche e le illusioni, mutevoli, limitanti e incapaci di definirci.

Delphine DIALLO and Jojo ABOT, Manifestations of a god - Fiaga 2016 (pigment ink-jet print, 110.0 x 81.0 cm) courtesy of the artists
courtesy of the artists / MONASH GALLERY OF ART for Fashioning black identity. Africa and the African diaspora

Jojo Abot, Installation, Fashioning black identity. Africa and the African diaspora, MONASH GALLERY OF ART
Courtesy Monash Gallery of Art (MGA)
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