Quando sono felici fateci caso

Capire cosa provano davvero i bambini non sempre è semplice. Ma a darci una mano c'è Le emozioni dei nostri figli, una guida ragionata al loro (e nostro) mondo interiore.

Full Length Of Boy Jumping On Bed At Home
Miljana Smikic / EyeEmGetty Images

Sarà triste, contento, preoccupato? Ce lo chiediamo spesso quando si tratta dei nostri figli e non sempre riusciamo a capire quello che hanno dentro. O a maneggiare reazioni esplosive – l’ennesimo no, l’ennesima rispostaccia – che a volte potrebbero nascondere altro, magari un’emozione che non ha trovato un modo diverso di manifestarsi. Perché quello che sentono e sentiamo è un universo complesso con cui bisogna prendere confidenza. Di questo tratta Le emozioni dei nostri figli (DeAgostini) di Fabio Celi, psicologo, psicoterapeuta e docente, un libro che ci aiuta a entrare in contatto con il mondo interiore, e che grazie a esempi, letture, film (segnateveli!) ci aiuta a capire come far emergere le loro emozioni nascoste e gestirle insieme.

Professor Celi, una curiosità. Una volta, al contrario di adesso, si parlavo molto poco di sfera emotiva. Come mai questo cambiamento? Direi essenzialmente per due motivi. Il primo è che l’organizzazione attuale della nostra società, molto compressa nei tempi, stipata di impegni, rende più difficile la libera espressione delle emozioni. Un bambino di oggi ha la giornata zeppa di attività, quello degli anni 60 se ne andava in cortile e lì c’era modo di litigare, giocare, chiacchierare, perdere tempo. Il secondo perché si sono attenuati i bisogni primari – mettere insieme il pranzo con la cena – e questo tende ad aumentare l’attenzione sui secondari. Le emozioni sono un po’ il caviale dell’alimentazione, lo tiri fuori quando il resto c’è.

E quindi? Quindi siamo in una condizione in cui ci potremmo permettere di esprimerle ma non abbiamo tempo e condizioni sufficienti.

Ma è il tempo che ci manca o questa capacità si è via via affievolita? Be’ c’è da dire che aver avuto a lungo poco tempo ha indebolito l’abilità: qualunque funzione non esercitata si atrofizza. È come un muscolo che non viene utilizzato.

Perché l’educazione emotiva è importante? Perché quando non c’è, è probabile che l’emozione venga repressa, non riconosciuta, non espressa, non accolta e questo tende a produrre guai. Un ribollimento di cui né il genitore né il figlio hanno consapevolezza e che nel bambino rischia di trasformarsi in sintomo. Mi spiego: l’incapacità di dire “sono preoccupato perché vado male a scuola” può produrre - e sottolineo può - come effetto che il bimbo si creda miope e dica di aver bisogno degli occhiali.

Da dove partire? Dalla consapevolezza. Dobbiamo riflettere sul fatto che riconoscerle e tirarle fuori è importante, non è una perdita di tempo, né una moda. E poi dobbiamo fare nostro il “conosci te stesso” socratico. È impossibile far affiorare ciò che prova un altro, a maggior ragione se è tuo figlio, se non hai lavorato su di te.

E come si fa? Con l’allenamento. Bisogna cominciare a guardarsi dentro, a riflettere, a prendersi degli spazi per soffermarsi sul qui e ora, sul minuto fa, sulla giornata.

E con i bambini? Ci sono degli strumenti che ci possono aiutare: il linguaggio del corpo, le filastrocche, i giochi, guardare un film insieme - il cartone Inside Out è fantastico. Ma alla base di tutto c’è la condivisione del tempo. Posso stare con lui per imboccarlo ed è importante, ma si può stare insieme per il piacere di stare insieme e in questo c’è lo scambio.

Ci sono emozioni che nei nostri figli facciamo più fatica ad accettare? La rabbia e la tristezza: ci è difficile riconoscere che è umano avere anche emozioni negative. Non li vogliamo vedere soffrire. E allora ci tappiamo gli occhi e non li vediamo più né stare male, né stare bene.

Ce n’è qualcuna cui rischiamo di non dare il giusto peso? A volte quelle positive perché si danno per scontate, ed è un grandissimo errore. I momenti di gioia e condivisione vanno raccolti come pepite d’oro.

Cos’altro non dovremmo dare per scontato? Che le loro emozioni si autoregolino, che siano in grado di riconoscerle e di esprimerle, o il fatto stesso che le esprimano. Se non ci diamo peso, in qualche modo passiamo loro che questa cosa non ci interessa un granché. Ed è un peccato, perché quando un adolescente schizza fuori dalla camera - in cui stava facendo i compiti - e vuole farci ascoltare una canzone, noi dovremmo sentirla. Dopo gli ricordiamo che deve studiare, ma in quel momento sta cercando di condividere qualcosa, non si può ignorare. Bisogna prenderlo al volo perché se no non si ripeterà.

Un punto importante? Nel profondo, e so che sto toccando un tema complesso e foriero di fraintendimenti, l’accettazione. Un essere umano che non sia minimamente in grado di accettare quello che prova o i messaggi, i pensieri che la mente continuamente gli manda, molti dei quali negativi, che non sappia ascoltarli ma anche lasciarli scivolare senza aggrapparcisi o combatterli, non sarà in grado di aiutare un altro essere umano più piccolo e inesperto a fare altrettanto. E a creare una relazione empatica. Una cartina di tornasole di quello che dico è la frase del tutto in buona fede, lungi da me l’idea di giudicare, di un genitore che davanti a un’espressione negativa del figlio esclama: “Questo non lo voglio neanche sentire dire”. A volte ingenuamente mettiamo il tappo.

E cosa succede? Che lui questa cosa non ce la dirà più, ma il dolore non viene dall’esprimere, viene dal provare. È un po’ come pensare di risolvere il fastidio che mi causa il fischio della pentola a pressione togliendo la valvola. Se faccio così c’è il rischio, non è detto che succeda ma è un rischio, che quello che c’è sotto scoppi. Questo non significa che poterne parlare risolve tutto, ma certo avere un padre, una madre che ti invitano a spiegare, e ti ascoltano, aiuta.

È un tema su cui insiste molto: ma starli a sentire è così difficile? Credo sia difficile proprio ascoltare. Ci viene da dire la nostra. L’ascolto vero è fatto di tempo, tanto silenzio, di un po’ di accettazione e di capacità di rimandare indietro - mi sembra di aver capito questo, mi stai dicendo che… - quello che ci viene detto.

Un consiglio pratico: mio figlio pianta un capriccio del settimo grado della scala Ritcher. Come mi dovrei comportare? La domanda è insidiosa perché dipende dall’obiettivo. Se il mio scopo - e sia chiaro, non c’è niente di male - è affrontare in modo specifico il problema comportamentale allora ci vuole fermezza, autorevolezza e un equilibrato rapporto di dosaggio premio-punizione. Ma se è comprendere, ci vorrebbe un momento, uno spazio dedicato a questo perché può capitare, io non voglio assolutizzare, che un capriccio sia un modo inadeguato per esprimere un bisogno, un pensiero, una necessità, un’emozione che non ha trovato canali alternativi. Allora bisognerebbe cercare di capire, poi sia chiaro torno a mettere la regola, ci mancherebbe altro.

Nel suo libro si sofferma molto sul circle time, sull'importanza del sedersi intorno a un tavolo e cercare di trovare tutti insieme la soluzione a un problema. Ma quando se ne deve discutere in modo democratico e quando invece è bene imposi? Il risultato ideale del circle time - ci sediamo e vediamo dov'è il problema - sarebbe arrivare a una soluzione condivisa. E se ci si arriva è meglio perché le regole condivise hanno più probabilità di essere accettate, interiorizzate. Quando però ci accorgiamo che non ce l’abbiamo fatta, quello è il segnale che l'autorevolezza di chi ha più autorevolezza deve prendere il sopravvento. Anche i cavalieri della tavola rotando avevano un re (o una regina). Ma tra un Lancillotto sedicenne e un re cinquantenne l'autorevolezza è quella del re che ha anche la responsabilità di portare avanti tutto. E proprio questa responsabilità è diventata più difficile di questi tempi per inesperienza, paura di sbagliare, di perdere il figlio. E quindi tendiamo ad accondiscendere. Ancora una volta perché non riconosciamo un'emozione - la paura di perderlo è un'emozione che va riconosciuta, come va riconosciuto che si tratta di una cosa comprensibile e perdonabile. Però se ogni tanto invece di farci guidare dalla paura ci facciamo guidare dalla consapevolezza che quando gli diciamo che alcune compagnie sono inadeguate forse gli facciamo del bene, questo lo aiuterà e ci aiuterà.

Una nota di speranza: ce la possiamo fare? Be’ ce l’hanno un po’ sempre fatta tutti. Forse oggi è un briciolo più difficile: da una parte ci mettiamo più attenzione e siamo più critici, dall’altra abbiamo meno tempo e meno esperienza.

Courtesy DeAgostini
. Continuate ad approfondire il tema con il libro Le emozioni dei nostri figli di Fabio Celi (DeAgostini, € 14,90).

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