Cosa possiamo imparare da Clarissa Dalloway di Virginia Woolf

E perché, come racconta Francesco Pacifico nel memoir letterario Io e Clarissa Dalloway, da qui comincia una nuova educazione sentimentale per ragazzi.

Courtesy Marsilio

Ci sono libri che arrivano subito, si fanno strada in modo imperioso, quasi prepotente e ci colpiscono con la potenza di una folgore (a me è successo con Dance dance dance di Haruki Murakami). E ce ne sono altri che hanno bisogno di un dopo, di un secondo tempo (la vita - vivaddio - è piena di secondi tempi e possibilità nuove), come è accaduto a Francesco Pacifico con La signora Dalloway di Virgina Woolf - «Clarissa Dalloway mi ha conquistato da grande, come i secondi matrimoni quelli felici. La conoscevo già da tempo ma non mi era mai piaciuta» - e da quel punto del nostro essere adulti nel quale ci raggiungono avviano una rivoluzione permanente.

(Breve sinossi tutt'altro che esaustiva sotto forma di parentesi: La signora Dalloway, uno dei romanzi più noti di Virginia Woolf, pubblicato nel 1925, narra la giornata di Clarissa Dalloway dalle 10 del mattino alla festa organizzata per la sera. Accanto a lei ci sono altri personaggi, il marito Richard e un suo vecchio corteggiatore Peter, rientrato dall'India, che le fa una visita inaspettata, il tutto in un flusso narrativo che intreccia presente, passato, realtà e ricordi).

Questa riscoperta illuminante è al centro del suo Io e Clarissa Dalloway (Marsilio, € 12), un memoir/riflessione/critica letteraria che è anche un percorso di crescita e consapevolezza e che ci parla della sua prima educazione sentimentale, modellata su Julien Sorel protagonista de Il rosso e il nero di Stendhal da cui ha imparato «come ama il giovane sensibile» che «desidera con tutte le forze e conquista con strategie napoleoniche», delle prime schermaglie amorose con tanto di tattiche messe in atto con gli amici (le "poste scientifiche", appostamenti organizzati sotto casa di una ragazza che piaceva a uno di loro per incontrarla in modo truffaldino), della donna femminista di cui si è innamorato (che è diventata la sua seconda moglie) e che l'ha riportato a Virginia Woolf e pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, ci racconta anche come è passato da Julien Sorel a Clarissa Dalloway, e qual è l'importanza di questo romanzo che apre le porte a un diverso modo di sentire, ci mette a contatto con i desideri, rivela l'essenza del maschio nella nostra società, cambia i punti di vista e traccia una nuova educazione sentimentale per ragazzi (come recita il sottotitolo).

Quando hai capito che l’educazione sentimentale maschile e quindi anche la tua, andava cambiata e perché LSD (La Signora Dalloway, come la chiami nel libro) è stata così importante?
Ero un maschio progressista, perfino anarchico, ma di quelli che devono avere l'ultima parola, che non te la danno mai vinta. Quindi parlando con le femministe mi veniva sempre da dire sì però... Sposando una femminista - e una buona, preparata e generosa - ho avuto lentamente accesso a quel sapere esoterico che si chiama "privilegio epistemico". È il privilegio di chi si trova in una situazione svantaggiata. Chi non ci si trova, al contrario, è svantaggiato dal punto di vista della conoscenza. Un marito che dice alla moglie: "vabbè ma resta un po' di più in maternità, che ci torni a fare al lavoro, che ti frega, prenditela comoda" ha uno svantaggio appunto epistemico. Solo una donna può dirgli che questione complicata è sentire su di sé la responsabilità quotidiana del neonato... Sono un gran sostenitore dell'imparare a fare pippa, come si dice a Roma, dell'imparare a non avere l'ultima parola. Le più grandi scoperte si fanno così.

Davvero l'uomo non viene educato a utilizzare tutti i «suoi tentacolini emotivi»? E perché?
Sì, mi è venuta questa immagine scrivendo e vedo che risulta molto comprensibile... Nella mia esperienza, il maschio è educato a "funzionare", non ad allargare la sua capacità di sentire il mondo. E non sembra per niente essere un dato biologico, ma solo uno stile. Uno dei miei più cari amici, anzi quello che con una giusta dose di sentimentalismo posso chiamare il mio migliore amico perfino in un'intervista, una volta mi illuminò indicando tre donne, diciamo sulla trentina, che parlavano al ristorante sedute a un tavolo vicino al nostro. Mi disse: «guarda come parlano, guarda i corpi, le facce. Lei sta raccontando una cosa, guarda come sono attente le altre due, come sono rivolte verso di lei, come accolgono quello che sta dicendo». Io sono fortunato, in questo senso, i due uomini che frequento di più sono esattamente così. Siamo la gang androgina. I tentacolini, una volta stimolati, ti fanno anche scoprire quei principi un po' da L'Arte della guerra di Sun Tzu, per cui non devi per forza sempre occupare la situazione di forza. Puoi perdere, puoi stare sotto, puoi avere solo la penultima parola, puoi non essere protagonista... Quando la vita emotiva è meno costretta, puoi occupare posizioni varie senza sconvolgimenti esagerati.

Perché senza Clarissa Dalloway, come racconti, non avresti capito niente di quello che dicevano le femministe alla metà degli anni Dieci e perché la tua seconda moglie non ti raccontava più gli affari suoi?
Woolf ha trovato un personaggio, Clarissa Dalloway, una donna di mezza età che ama organizzare feste, con cui raccontare cos'è una vita in cui si riesce a fare i conti con i desideri propri e degli altri. Mettendola a confronto con altre vite, quelle dei suoi uomini amati, Peter e il marito Richard, che sono persone che reagiscono in modo molto nevrotico ai desideri propri e altrui. Clarissa non ha motivazioni per ciò che desidera. Vuole fare una festa. Tant'è. Peter e Richard pensano che sia frivola. Woolf non ti vende il desiderio come chissà cosa. È solo la voglia immotivata di celebrare la vita. Questo mi ha insegnato. Clarissa è la Gandhi delle frivolezze e delle passioni.

Ma ancora oggi una volta conquistata una donna non sapete più cosa fare? Da dove dovrebbe partire la rivoluzione?
La rivoluzione potrebbe partire dalla sensazione che, come scrivo nel libro, più che di conquiste si dovrebbe parlare di raffinate operazioni diplomatiche. Mentre scrivevo ridevo pensando che se invece dell'immagine bellica ci fosse l'immagine di gruppi di eleganti spie di paesi avversari che si studiano a vicenda bevendo martini si potrebbe ripensare tutto il gioco amoroso come qualcosa di più, non so, alto e sexy.

Il punto è saper fare i conti con i desideri propri e degli altri? Perché per gli uomini è così difficile?
Qui diventa un discorso quasi circolare, e ti cito True Detective, il tempo è un cerchio piatto... Per me se vieni educato a comandare, a vincere, a conquistare, non puoi fare i conti con i desideri. Non collabori, prevali. Devi vincere. L'uomo è Ronaldo, la donna è Messi. Ronaldo soffre perché ha un pallone d'oro in meno di Messi. E ne ha 5! L'amore in presenza di desideri liberati potremmo immaginarcelo come un luogo dove Messi e Ronaldo hanno in tutto 11 palloni d'oro e ne sono molto felici.

Su cosa si dovrebbe basare una nuova educazione sentimentale per ragazzi?
Non so come può succedere per il singolo ragazzo. Io ho provato a dare un libro per quel tipo di persona che capisce le cose se gliele dice la letteratura. Non so. Forse in generale può cominciare se fai notare ai ragazzi quanto è noiosa la trafila del fare i maschi con le femmine. Infatti poi si finisce nelle vignette de La Settimana Enigmistica, la coppia di mezza età che battibecca. Perché cresciamo con la fissa di fidanzarci? il mondo è tanto interessante, perché quest'ansia di fare quelle tre mossette asfittiche, innamoramento, conquista, paralisi dei desideri? A chi fa bene? A noi no.

Una curiosità: tornando indietro le faresti ancora le poste sotto casa della ragazza che piaceva a uno dei tuoi amici?
Nel libro le poste sotto casa sono il simbolo del tentare di "conquistare con l'inganno", di infiltrarsi nella vita di una persona senza il coraggio di mostrare il proprio desiderio. Perciò in quel senso no, non ho più quel tipo di testa. Voglio che chi deve cercare dentro di sé cosa prova per me possa anche vedere cosa porto io, non glielo voglio nascondere. Certo, giocare a carte scoperte è noioso, ma insomma c'è una via di mezzo.

E qual è?
Quella del fare della seduzione un dialogo e non una cosa di attacco e difesa.

Musacchio Iannello
Francesco Pacifico è nato a Roma, dove vive, nel 1977. È editor de Il tascabile, traduttore e scrittore (tra i suoi libri ci sono Storia della mia purezza e Le donne amate). Da un paio d'anni ha un suo podcast Archivio Pacifico - lunghe conversazioni con persone che hanno lasciato il segno catalogate a futura memoria, incontri tutti da ascoltare.

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