Mia madre è un’attrice di teatro, una cantante e una pittrice. Potrei definirla un enfant prodige che ha mantenuto tutte le sue promesse, un’artista che si esprime in varie discipline e la cui arte non conosce confini, o semplicemente potrei dire che mia madre vive una vita creativa considerata del tutto normale all’interno di una comunità di persone altrettanto creative. Non si tratta di una comunità utopica di ex figli dei fiori o di fricchettoni attempati, mia madre è ospite di una residenza sanitaria per anziani, in altre parole vive in una casa di riposo. Quando lo dico, la prima reazione che registro in alcune persone è un misto di sensazioni nella direzione della compassione, molti sono dispiaciuti per me e alcuni si immaginano un limbo in cui pazienti in pigiama passino il tempo a vegetare e ad annoiarsi in attesa di morire. Ammetto che era anche il mio di stereotipo prima di entrare in questa realtà. Ora mi viene spontaneo rassicurarli e dire che se mia madre vive in una residenza sanitaria per anziani ovviamente la premessa è che ha necessità di assistenza, come tutte le altre persone ospiti più o meno autosufficienti, ma preso atto di questo, sento il bisogno di condividere e spalancare una finestra su un mondo lontano dai cliché in cui vedo l’anzianità come una nuova frontiera di vita. Ovviamente posso parlare della mia di esperienza in relazione a mia mamma e alle persone che vivono nella comunità assieme a lei e dico che in quasi 10 anni ho conosciuto molti anziani che mi hanno davvero sorpreso: chi si telefona regolarmente con il primo amore della propria vita, quello dei 16 anni, e chi di amori ne vive di nuovi e anche nuove gelosie; chi, tra le più anziane, il giorno in cui gioca la squadra del cuore è imprigionata in uno stato di ansia che sfocia in una gioia incontenibile e in ripetuti “gooooooool“ urlati a qualsiasi ora o nel ripiegarsi in un mutismo inconsolabile e perdurante; chi nel periodo natalizio in cui porto mia madre a passare il Natale con me non riesce a trattenere un tono di rimprovero e mi rivolge un disarmante

“me la porti via” a cui cerco di replicare consolando con “ma te la riporto presto”

chi, informatissima su notizie e gossip, dice che Achille Lauro ci ha deluso al Festival di Sanremo la prima sera quando si è tolto il mantello rimanendo nella mise effetto nude look e alla mia curiosità del perché ci abbia deluso mi viene risposto “ma perché non era nudo veramente” con garbo compassato e civettuolo al tempo stesso. Sono grata a queste persone e a quello che hanno voluto e vogliono condividere con me, mi fanno bene e mi riempiono il cuore, perché mi mostrano che la vita non invecchia mai anche se il resto sì.

E in questo periodo sono doppiamente grata a queste persone perché sono loro, assieme agli operatori sanitari, gli unici a poter essere fisicamente vicini a mia madre. Con il Coronavirus non ho più potuto andare a trovarla molto prima che venisse indetto il blocco totale, la struttura di cui è ospite ha deciso di applicare misure ferree in materia di contenimento del virus, nessuno al di fuori dei medici e degli infermieri ha potuto e può entrare, il resto della struttura lavora da casa; tutte le attività che gli ospiti svolgono con personale esterno, come nella maggior parte delle RSA (animazione, esercizi di allenamento mnemonico e motorio, teatroterapia, arteterapia e musicoterapia - ecco svelata l’artisticità di mia madre -) sono sospese. L’ultima volta che l’ho vista è stato più di un mese fa, ho dovuto richiedere un appuntamento rispettando la fascia oraria assegnatami, all’entrata mi hanno misurato la temperatura e poi abbiamo parlato sedute a un tavolo, ma a distanza di un metro e bardate di guanti e mascherine e a parte questo è stato un incontro del tutto normale. In questa situazione la residenza sanitaria ha lodevolmente messo a disposizione dei parenti un servizio Skype per comunicare con gli ospiti e, fugato il dubbio di mia madre: "ma con Skype sei tu che mi puoi vedere o sono io a poterlo fare?", quando ci siamo viste entrambe, ha detto "è bellissimo!" con così tanto trasporto che mi ha commosso, e poi dopo che ci siamo fatte una bella chiacchierata ha aggiunto "sembra di stare assieme in cucina a parlare". Ho già usato Skype, ma farlo con mia mamma è stata una vera prima volta, bellissima anche per me; questa approssimazione che più si avvicina al vedersi dal vivo è stata un balsamo, ogni volta che ci vediamo, vorrei l’onda di una ola da stadio per esprimere quanto sono felice e mi arrangio a inscenare una ola monoporzione, un convulso shekerare di braccia all’inizio e alla fine del collegamento.

Non mi lamento di non poter vedere mia madre, la priorità è che sia al sicuro

e che stia bene e non indugio a chiedermi quando potremo vederci di nuovo, perché non lo possiamo sapere, e neanche lei -come in un tacito accordo- accenna mai all’argomento. Solo a volte mi affiora l’immagine di una struttura blindata per uccellini delicatissimi e sento tenerezza e sgomento. Chiedo a mia madre ogni giorno come si sente, se è preoccupata e se sono preoccupati gli altri ospiti e mi dice che si sente bene fisicamente e prevalentemente anche di umore, è consapevole della assoluta gravità di questa situazione e si auspica che tutti prendano alla lettera le restrizioni che bisogna seguire ed è consapevole anche di essere una delle categorie più a rischio perché è una ruggente ragazza più che ottantenne. Mi dice anche che in questo frangente si considera fortunata a vivere circondata - anche se a un metro di distanza - da ospiti, medici e infermieri che sente amici e a cui vuole bene e di cui si fida sul piano umano e professionale (e io a mia volta mi fido sinceramente delle persone che sono vicine a mia madre ed è l’unica cosa che posso fare) e che si sente infinitamente grata di vivere in una RSA che sta proteggendo la salute dei suoi ospiti così responsabilmente, al contrario purtroppo delle sciagurate notizie di questi giorni di alcune case di riposo.


E sottolinea che vivere in una struttura comunitaria al cui interno sono tutti inclusi, tutti possono contare sul fatto di essere ugualmente importanti e protetti aggiunge una forza in campo in più e fondamentale per affrontare questa situazione; penso che la tranquillità che mi mostra e che vede negli altri ospiti sia alimentata molto da questa forza.

Mi sa che siamo un po’ tutti come mia madre in questo periodo perché dobbiamo passare pressoché tutto il nostro tempo nello stesso luogo

che per noi è la casa, lei non si può muovere e noi ben poco, e siamo un po’ tutti come mia madre in questo momento perché andiamo nella direzione di sperimentare un senso di comunità per molti di noi nuovo a cui mia madre è avvezza, ovviamente con le sue specifiche. Sentiamo che abbiamo bisogno di solidarietà e di inclusione: il condominio in cui risiediamo, quello che ci sta di fronte, la nostra rete online, gli amici e la famiglia, chi continua a lavorare per curarci e per fare andare avanti le cose, il mettere in condivisione strumenti di cui possiamo beneficiare in questa quarantena, tutto va verso una dimensione collettiva. Se qualcuno definisce questo secolo come self person era, l’era dell’io individuale, in questo momento ci stiamo orientando naturalmente nella direzione di un NOI inedito nelle sue componenti inclusive e trasversali; quello di cui abbiamo bisogno ora è un sentirsi tutti vicini e solidali come possiamo. Lo scorso sabato a mezzogiorno mi sono affacciata alla finestra per applaudire i nostri medici e infermieri e nella casa di fronte c’era una signora anziana, i nostri sguardi si sono incrociati e l’ho salutata con la mano e lei ha ricambiato il mio saluto e mi è venuto spontaneo ricercare il suo sguardo e mandarle un bacio, perché no? È stato bello, perché non farlo sempre? Mi ha ringraziato del bacio e poi ha detto a tutti “grazie della compagnia” e mi si è stretto il cuore. Molte persone che abitano in condomini dove vivono anziani soli si stanno rendendo disponibili a fare loro la spesa; è un nuovo modo di considerare e di includere un perimetro di umanità con cui relazionarsi che non coincide unicamente con la propria casa e di capire come si può contribuire a essere di aiuto.


Gli anziani sono identificati a ragion veduta come una delle categorie maggiormente a rischio virus, “ma il rischio in questa emergenza è anche quello di depersonalizzarli e di congelarli in questa immagine di fragilità, oscurando le risorse che possiedono, risorse che derivano dalla loro storia di vita, dalla forza maturata con l’esperienza e dalla capacità di resilienza, che sarebbe utile poter mettere in campo e a disposizione di figli e nipoti” come mi dice la dottoressa Alessandra Genovese, psicologa che si occupa di psicologia dell’invecchiamento da 20 anni e consulente presso la RSA dove è ospite mia mamma. (La dott.ssa Genovese, nel clima di solidarietà e condivisione degli strumenti, si è offerta di mettere a disposizione di chi legge le sue competenze dando la possibilità di contattarla per ottenere pareri su come gestire i risvolti psicologici dell’emergenza nella relazione tra figli adulti e genitori anziani, in fondo all’articolo trovate i suoi contatti). Per alimentare questo scambio con gli anziani, classi di bambini delle elementari fanno visita regolarmente agli ospiti della struttura in cui vive mia mamma e sono sempre invitati a fare domande -quelle che gli vengono in mente- sulla loro storia.

Mia madre si è sentita rivolgere una domanda meravigliosa: “Ma voi c’eravate al tempo dei romani?”

e dopo aver detto no con rammarico si è sentita chiedere: “E al tempo di Gesù?”. In un certo senso sembra davvero che negli ultimi decenni sia passato un mondo intero di vicissitudini e di cambiamenti epocali ed è per questo che la storia personale degli anziani è un patrimonio da tutelare e da divulgare ancora più prezioso. Mia madre mi rammenta che la penultima ultima volta che l’Italia ha vissuto un coprifuoco è stato durante la Seconda Guerra Mondiale e che quando c’erano i bombardamenti tutto il condominio in cui viveva si trasferiva nel rifugio sotterraneo. Quando è finita la guerra il 25 aprile del 1945 lei aveva 9 anni e si ricorda che la gente ballava nei cortili e per le strade in un’onda infinita di gioia e commozione. Proseguendo la sua vita, si è ritrovata un po’ a prendere una specializzazione in resilienza e continua a mantenersi in allenamento: era arrivata da poco nella RSA in cui vive e quando le hanno proposto di partecipare al laboratorio di teatro interpretando il ruolo del gatto con gli stivali della fiaba omonima, ha detto sì come se fosse l’unica risposta normale da dare; aveva il suo piccolo copione di battute sul comodino e una disposizione a provare una cosa che non si sarebbe mai sognata di fare prima piena di dedizione e di apertura.

Ho visto spesso mia madre accogliere qualsiasi cose le capitasse con la risorsa magica della dedizione

Che fossero problemi gravissimi di salute, notizie improvvise o tragiche, nuove esperienze piacevoli o insolite, ha riservato a tutti lo stesso trattamento di un padrone di casa molto ospitale, gentile e disponibile. In questo periodo quello che mi ripete spesso, non per autoconvincersi, ma perché trabocca di questa verità è che “anche nelle situazioni più drammatiche c’è sempre qualcosa di buono che aspetta di essere scoperto, anche se piccolo piccolo” e io non ho dubbi che sia vero. Cerco di applicare questa caccia al tesoro al qualcosa di buono che aspetta di essere scoperto possibilmente ogni giorno e oggi l’ho preso alla lettera perché mi sono persa a guardare con occhi nuovi piccoli particolari di casa mia o del mio balcone pieno di cactus che non avevo osservato finora perché non c’era mai tempo e ho battezzato questa pratica microturismo in casa e sono sicura ci sono altre sorprese da esplorare in giro per le stanze. Ci scambiamo impressioni e mentre mia madre mi dice che, non essendo più occupata nelle attività della struttura che sono sospese, ha più tempo per leggere e per mettere in ordine la sua stanza piena di ritagli di giornale, io devo ammettere che pulire il pavimento della cucina tutte le mattine mi da una grande gioia, ma la prima cosa che faccio appena alzata è sparare musica dance talvolta imbarazzante e ballarla a tutto spiano perché la musica è la mia terapia e la mattina mi permette di scrollarmi come se fossi un tappeto impolverato; e le confesso anche che qualche giorno fa, quando non ce la facevo più a stare in casa - sono andata a fare la spesa, ma non mi è bastato - , ho avuto un’intuizione su come poter incanalare la mia smania e, in un orario non di musica collettiva, alle 20,30, sono spuntata sul balcone al buio e ho diffuso nell’etere un bel pezzone epico alla Vangelis e in certi momenti in cui non potevo non cantare, l’ho fatto e dopo mi sono sentita più calma;

ho sentito il bisogno di offrire all’aria una canzone come una preghiera sghemba.

Oltre ad allenarmi a trovare il buono nelle situazioni più drammatiche, ho anche un altro desiderio, più forte - giuro che poi non ne ho più di così fondamentali -, quello di condividere con mia madre il giorno in cui potremmo dichiarare la fine di questa emergenza: vorrei farla affacciare in strada a vedere tutta la gente che gioirà e ballerà e sentirle dire l’aggettivo che riserva alle cose eccezionali “Magnifico, magnifico” come un mantra. E se per qualsiasi motivo che ora non posso sapere, mia madre non potesse affacciarsi in strada, ci sarà sempre con me a festeggiare la bambina di 9 anni che ballava la fine della guerra assieme a tutti nell’onda di gioia senza fine.

Voglio esprimere sentitamente tutta la mia vicinanza e solidarietà ai figli e ai parenti di anziani in case di riposo che sono venuti a mancare in questo periodo. Questa è la mia testimonianza reale di ciò che sto vivendo ora e non è mia intenzione in alcun modo urtare la sensibilità di nessuno.

Dott.ssa Alessandra Genovese psicologa presso lo Studio di psicologia e psicoterapia SYSTEMA di Milano, contattabile via mail genovese.alessandra@libero.it

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