Sikkim, lo stato himalayano convertito all’agricoltura biodinamica

Nella Giornata della Terra una storia unica, quella di una valle con modello agricolo non basato sullo sfruttamento, bensì sull’interconnessione tra uomo e natura.

india   sikkim   tenzing lepcha, a 39 year old farmer and environmental activist working in his field where he grows a wide variety of vegetables and fruits
Matilde Gattoni

In india, il distretto di Dzongu è ancora immerso nella nebbia quando il cinguettio degli uccelli segna l’inizio di un nuovo giorno. Mentre l’umidità evapora, svelando un cielo blu intenso, i boschi risuonano della miriade di cascate circostanti. Il sole si vedrà da queste vette solo tra qualche ora, rivelando la maestosa silhouette innevata del terzo monte più alto al mondo.

«Il Kanchenjunga è la nostra montagna sacra», spiega Tenzing Lepcha, 39enne agricoltore e attivista ambientale. «I Lepcha, che danno origine al mio cognome, sono un popolo creato dalle nevi. Quando qualcuno di noi lascia questo mondo, la sua anima torna alla montagna». I primi abitanti di questa terra incantata, erano soliti chiamare il Sikkim Nye-mae-el, “paradiso”. Un nome che sembra perfetto per questo stato di 610mila anime, incastonato tra i picchi dell’Himalaya.

Qualche anno fa Tenzing aveva sentito il richiamo della sua terra e così abbandonò una promettente carriera calcistica (e i comfort della vita cittadina), per tornare a Dzongu e dedicarsi all’agricoltura. «Il mondo industrializzato è sempre affascinato dal mito del progresso, ma oggi anche gli occidentali stanno tornando alle loro radici», spiega dalla veranda di legno circondata da orti rigogliosi e alberi carichi di mandarini. Tenzing è stato tra i primi attivisti a incoraggiare i giovani locali a riabbracciare la terra e avviare la vendita della frutta locale. Oggi, quest’uomo dallo sguardo mite e risoluto è una delle personalità più rispettate della regione e l’esempio concreto della via alternativa allo sviluppo intrapresa dal Sikkim.

Le raccoglitrici di tè nella tenuta Temi, gestita dal governo.
Matilde Gattoni

Nel 2016 è diventato il primo stato al mondo con una produzione agricola interamente sostenibile. E con l’obiettivo dichiarato di preservare il fragile ecosistema himalayano, la sua ricca biodiversità e la salute degli abitanti. È stato il punto d’arrivo di un percorso cominciato nel 2003, durante il quale la legge ha gradualmente eliminato l’uso di fertilizzanti chimici, pesticidi e formato i contadini locali ai princìpi della lotta biologica.

Viste le ridotte dimensioni e la quantità limitata di terra arabile, il Sikkim non sarà mai in grado di sfamare milioni di persone, ma il suo modello non è basato sullo sfruttamento, bensì sull’interconnessione tra uomo e natura. Il che potrebbe assicurarci un futuro più roseo, proprio nel momento in cui il mondo cerca un’alternativa alle coltivazioni intensive.

L’esempio del Sikkim spinge a ridefinire il nostro modello di sviluppo. Stando alle amministrazioni locali e a una recente ricerca dell’Università del Sikkim, la rivoluzione biologica ha già contribuito all’aumento della fauna locale e del numero di insetti, specialmente api e farfalle, oltre a favorire il ringiovanimento del suolo.

Una pianta di yacón, super food originario delle Ande, dalle tante proprietà.
Matilde Gattoni

Come vantaggio secondario, la svolta della biodinamica ha contribuito all’aumento del turismo verso questo regno, stretto tra Nepal, Bhutan e Tibet. Annesso all’India nel 1975, il Sikkim è oggi abitato da diverse comunità Bhutia, Lepcha, Nepalesi e Tibetane, e vanta un’impressionante varietà di lingue e culture. Gli isolati templi indù, monasteri buddisti e chiese cristiane sparpagliati tra le foreste testimoniano una spiritualità che fonde le religioni più diffuse ai tradizionali culti animisti. I Lepcha delle foreste venerano ancora il sole e gli altri elementi naturali, dedicandogli preghiere e offerte durante gli eventi più significativi della vita di ognuno, dai matrimoni ai funerali. Ogni clan deve il suo nome a un preciso elemento naturale, una montagna, o un lago oggetto di rispetto e preghiera durante tutta la vita.

Lasciare la capitale Gangtok e perdersi nella natura è il miglior modo per esplorare il Sikkim. I visitatori possono alloggiare in case messe a disposizione dalle famiglie e vivere così un assaggio dell’autentica vita rurale. Un’esperienza che prevede di trascorrere giorni tra il lavoro nei campi e l’esplorazione di valli sinuose percorse da fiumi trasparenti e antiche città imperiali. La sera, le famiglie e i loro ospiti si radunano attorno al fuoco per bere un sorso di birra tradizionale servita in tronchi di bambù, e gustare cene a base di frutta e verdura a km zero.

In una soleggiata domenica invernale, Tenzing ci conduce lungo un sentiero ripido immerso nella giungla, fino a una radura occupata da poche case, dove decine di invitati provenienti da villaggi lontani ore di cammino si sono radunati per assistere a un matrimonio.

Eleganti ragazze vestite in coloratissimi dumdyam, lunghi abiti tradizionali in seta o cotone, servono cibo e bevande agli ospiti, mentre il boongthing, il tradizionale sacerdote Lepcha, benedice gli sposi bruciando incenso e pezzi di ghee, il burro chiarificato indiano. Gli ospiti attendono pazientemente la fine del sermone per congratularsi con i novelli sposi e regalare loro una sciarpa di seta simbolo di buon augurio. Man mano che gli invitati escono dalla casa degli sposi al ritmo dei canti tradizionali, si formano circoli danzanti che si protraggono fino al pomeriggio inoltrato.

Arrivati alla fattoria modello, di proprietà di Azing Lepcha, conosciamo questo timido e instancabile contadino di 57 anni, la cui storia è un bell’esempio dei vantaggi portati dalla nuova agricoltura. Nel 2003, Azing ha ereditato dal padre cinque acri di terra coltivati a mais. Il suolo era stato impoverito dall’applicazione di fertilizzanti chimici sin dagli anni 70. Azing decise così di avviare un frutteto, piantando ananas, alberi di guava e papaya, banani e manghi. Gli inizi non sono stati facili: «Nessuno sapeva della mia attività», spiega. «L’unico modo per farmi conoscere era vendere la frutta al mercato più vicino. Per quattro anni ho faticato a sfamare la famiglia». Ad Azing venne poi l’idea di utilizzare il surplus di frutta per produrre vini analcolici. L’idea è piaciuta e si è subito creato un piccolo ma crescente flusso di turisti, ospitati all’interno della fattoria.

Oggi Azing riceve più di 300 turisti al mese. La sua frutta è acquistata dai migliori hotel di Gangtok, e la sua storia dimostra le enormi potenzialità di un modello basato esclusivamente sui metodi di coltivazione naturale. «Il 20 per cento del mio raccolto viene mangiato da insetti e animali, ma la cosa non mi preoccupa», spiega. «Gli animali nutrono la foresta, che a sua volta fornisce concime per la mia terra. Tutto è interconnesso, in natura».

Dopo aver smesso di curare le palme da ananas, Azing ci fa strada verso una cucina rustica, dove ci attendono tre pentole fumanti. Il pranzo è frugale: qualche cucchiaio di riso accompagnato da fagioli, lenticchie e una zuppa di verdure - ma il cibo è talmente saporito da dare l’impressione di gustare questi ingredienti per la prima volta. Il profumo degli ortaggi diventa un richiamo all’epoca in cui questi cibi riconnettevano l’uomo alla grandezza del pianeta.

Una pausa per la merenda dopo il lavoro nella risaia.
Matilde Gattoni

L’amore viscerale che i locali provano verso la natura è il risultato di un lungo sforzo di adattamento diventato poi una vera e propria filosofia di vita. In Sikkim i villaggi sono molto distanti l’uno dall’altro, e durante la stagione dei monsoni le frane possono isolare interi distretti per settimane. Quest’autarchia forzata ha insegnato ai locali come interpretare al meglio il linguaggio degli elementi. È compito degli anziani insegnare ai giovani le virtù della pazienza e dell’osservazione attenta del mondo circostante, dai più complessi cicli naturali ai comportamenti degli animali e delle piante. Queste conoscenze formano un patrimonio inestimabile che è parte dell’identità di ogni singolo Lepcha. Nessuno può considerarsi uomo senza averle apprese.

I contadini locali sanno che il momento migliore per la semina coincide con la migrazione delle gru dal collo nero verso il Tibet, mentre lo sbocciare di alcuni fiori particolari segna il periodo in cui le trote risalgono la corrente dei fiumi per deporre le uova. I Lepcha della foresta sanno distinguere le piante commestibili da quelle medicinali, e sanno come cucinare le radici velenose in modo da renderle innocue: «Non abbiamo bisogno di mercati, perché sappiamo riconoscere i frutti che la natura ci mette a disposizione», spiega Tenzing orgoglioso. «Li conosciamo sin dai tempi dei nostri antenati, e sapremmo cavarcela anche se dovessimo rimanere isolati dal resto del mondo».

La cura dei campi non è l’unico modo scelto da Tenzing per dedicare la vita alla protezione della natura. Negli ultimi 12 anni, lui e altri attivisti locali hanno condotto una tenace resistenza contro la costruzione di una serie di dighe che avrebbero alterato per sempre gli equilibri tra le montagne e il corso dei fiumi. La loro vittoria, avvenuta al prezzo di arresti e violenze, è l’esempio di che cosa significhi anteporre l’amore per la propria terra al profitto personale.

Gli occhi di Tenzing brillano di entusiasmo e paura mentre pensa alle sfide future. Sa bene che la difesa del pianeta è una battaglia quotidiana che non va mai data per scontata: «Non posso obbligare i più giovani a seguire il mio esempio, l’impulso deve venire da loro stessi. Quello che posso fare è mostrare loro la via che era stata aperta dai nostri antenati, e che io e i miei compagni abbiamo deciso di seguire. Spero che le nuove generazioni sentano di dover fare lo stesso».

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