La scuola che vorremmo ce la insegna un film coraggioso

Le lezioni da remoto della pandemia ci hanno costretto a guardare in faccia la scuola, e il docu di Valerio Jalongo L'acqua l'insegna la sete può indicarci come deve cambiare.

collage di classe da l'acqua l'insegna la sete di valerio jalongo
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Chissà che effetto vi farebbe se, un giorno qualunque, suonasse alla vostra porta il prof delle superiori, l'unico a cui credevate, si sedesse al tavolo della cucina, tirasse fuori un tema che avete scritto a 15 anni e ve lo facesse leggere davanti a un caffè. Chi eravate allora? Cosa siete diventati adesso? Una questione che può far venire da piangere.

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Forse più che un caffè ci vorrebbe un grappino, insomma roba forte. E roba forte è L'acqua l'insegna la sete - Storia di classe, iniziato nel 2004 tra i banchi dell'Istituto Tecnico Roberto Rossellini di Roma e finito da poco. Protagonisti i ragazzi della I E di allora - a cui venne data in mano una macchina per riprendersi tra una lezione e un intervallo-, il loro professore di italiano, Lopez, e tutti i saliscendi della vita che hanno portato dalla scuola al proprio destino. Il film (una coproduzione svizzera-italiana Aura Film, Rsi Radiotelevisione svizzera, Ameuropa International con Rai Cinema) in concorso al Festival Visions du Réel e poi da maggio su piattaforma digitale (doveva uscire in sala), sarà visibile online, gratuitamente, sabato 25 aprile su rts.ch, srf.ch e rsi.ch a partire dalle ore 17 e per 24 ore. In questo periodo strano di pandemia e scuola molto remota che bisognerebbe reinventare, abbiamo sentito l'esigenza di fare una chiacchiera con il regista, Valerio Jalongo (La scuola è finita, Il senso della bellezza), che è anche professore part time di linguaggio cinematografico per l'appunto all'Istituto Professionale Rossellini.

Perché si è imbarcato in un film così impegnativo?
Ho fatto il classico e non ho messo piede in un istituto professionale fin quando non ho iniziato a insegnarci dentro. La cosa che negli anni mi ha colpito e anche un po' shockato è stata l'enorme quantità di ragazzi che veniva respinta nei primi due anni. Circa il 50%. Ripetevano le classi due o tre volte finché non abbandonavano. Negli ultimi 15 anni è una situazione che riguarda circa 3 milioni di persone. Di cui non rimane traccia né nella scuola né nell'immaginario perché in un paese ipocrita come il nostro anche nei film e nelle serie raramente si vedono realtà simili. In questo tipo di scuole, in cui entrano più della metà degli studenti italiani, la selezione costituisce una modalità standard, perché il ragionamento è: se si è iscritto, perché dovrei accettare che non sia interessato alla materia? Ma l'acqua l'insegna la sete, dice Emily Dickinson. Tu gli parli dell'acqua ma loro non hanno sete. Puoi punirli per questo? I professori non sanno cosa c'è dietro un problema di condotta o di profitto, le famiglie sono le prime a nasconderlo. E il gap diventa incolmabile. Quindi ho capito che solo seguendo i ragazzi per 15 anni per osservarne la traiettoria, sarei riuscito a far emergere una verità su quel che dà veramente la scuola. Con l'aiuto di uno di quei pochi professori che credono che un bravo insegnante debba spendersi nelle scuole di periferia, non del centro storico. Non so cosa debba fare d'altro, la scuola pubblica, se non pareggiare le differenze di partenza.

La pandemia e l'interruzione delle lezioni tradizionali hanno accelerato una riflessione sulla scuola italiana, il suo modo di essere e la sua funzione. Lei come riflette?
Ognuno di noi è stato anche uno studente. Mi ricordo già allora, vedevo tutti questi compagni pieni di vitalità e qualità. Anche se non erano le più apprezzate scolasticamente, erano doti umane o potenzialità da valorizzare, che venivano lasciate inerti. Ora trovare le chiavi per aiutare ogni ragazzo diventa una grandissima urgenza, in un mondo sempre più complesso, anzi minaccioso, la conoscenza può costituire la differenza tra la vita e la morte. E' troppo semplice dire state a casa che poi tutto andrà bene. No, non andrà bene, noi stiamo stanando questi virus nei recessi delle giungle, stiamo distruggendo il pianeta, quello che sta succedendo si ripeterà. Quindi avere dei giovani consapevoli, che capiscono il mondo, non ne sono spaventati e non scelgono delle vie di fuga dalla realtà è un tema fondamentale non solo per il singolo ma per la comunità, la democrazia. Cosa vota un cittadino che non capisce cosa sta succedendo?

Ma se le chiedessi i tre capisaldi con cui rifonderebbe la scuola?
Intanto eliminerei completamente la bocciatura. La scuola deve essere in grado di entrare in dialogo con ognuno. Che senso ha bocciare un ragazzo che a casa ha una madre che spaccia, un padre che non esiste? La scuola ogni volta che boccia e rispedisce un ragazzo per strada, fallisce. Il che non vuol dire che non debba mettere uno studente di fronte alle sue responsabilità. Ma per esempio, il sistema anglosassone permette di modulare le classi, personalizzare il percorso. Se sei bravissimo in una materia invece di annoiarti con gli altri vai in una classe di livello più avanzato. Se hai bisogno di lezioni aggiuntive perché sei dislessico hai diritto di avere lezioni aggiuntive uscendo dalla tua classe e andando in un'altra. E non potrai mai leggere venti pagine per un'interrogazione standardizzata. La classe monolitica è un'idea ottocentesca. Aveva senso allora, ma adesso ogni studente ha una storia completamente diversa e riuscire a trovare qualcosa che unisca tutti è un'impresa. La scuola deve capire chi ha di fronte e offrire, oltre alla dimensione di gruppo, di classe, una formazione più modulata.

Funzionerebbe?
Con uno dei miei due figli ha funzionato completamente.Li ho iscritti per due anni al liceo classico e poi volevo far provare loro un sistema diverso, una scuola pubblica inglese. Quando il più piccolo, che anche se non me ne ero accorto aveva una grande propensione per le cose tecniche, è entrato e ha visto un laboratorio - perché nelle nostre scuole ormai non si sa cosa siano - è impazzito. Ha capito che nella scuola poteva esserci qualcosa che lo elettrizzava, e non se ne è più voluto andare, è rimasto lì.

E poi cosa ci vuole?
Che gli insegnanti si aggiornino continuamente, raccolgano gli stimoli. Molti sono fermi al paleolitico. E poi i ragazzi non vogliono uno che ripete la pappardella ma uno che testimoni con la sua passione che quello che sta dicendo è appassionante.

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Cosa l'ha stupita di più, girando il film?
Vedere quanto i ragazzi si siano reinventati. Su 29 uno solo lavora nel campo del cinema. Magari ci sono classi in cui ce ne sono di più, ma questo ti fa capire che la scuola va ripensata non come il mezzo per imparare un mestiere. E la testimonianza di Lopez è proprio questa. Non puoi avvilire la scuola, come negli ultimi anni, da discorsi che dicono togliamo l'arte, a cosa serve la musica mettiamo materie utili... Se il film è riuscito, lo si deve alla bellezza di questi ragazzi. Non possono essere considerati delle persone di successo secondo uno stereotipo ma sono umanamente tutti molto ricchi e interessanti, anche quelli che hanno fallito a livello scolastico. Il messaggio di Lopez lo hanno recepito profondamente. Quando con lui siamo andati a ripescarli, non si ricordavano i temi che avevano scritto ma le emozioni sì, e la fiducia nel professore che ha permesso loro di scrivere quei temi. Di avere, come è accaduto con le telecamerine che gli diedi in mano per tre anni, una voce. Lo strumento per raggiungere la propria voce: questa è la scuola.


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