La fine del lockdown è un nuovo inizio, e lo racconta un film che si intitola "Buio" e ci mostra la luce

Tre sorelle rifugiate in casa per difendersi da un sole impazzito, un padre che le chiude dentro, la ricerca della libertà: il thriller apocalittico di Emanuela Rossi con Denise Tantucci ha qualcosa di familiare con la pandemia di oggi.

Quando Emanuela Rossi ha diretto Buio (in streaming su mymovies dal 7 maggio, una data significativa per le cronache della fase 2 in Italia), che racconta della quarantena infinita di tre sorelle in una villa di campagna, la nostra quarantena di queste settimane non esisteva ancora come concetto. Nel film, che per comodità chiameremo thriller apocalittico ma come spesso accade quando sono le donne a impugnare il cinema di genere, è un'altra cosa, le ragazze se ne stanno barricate in casa, tapparelle abbassate.

La luce non riesce a entrare nemmeno da piccoli spiragli, e mentre il padre resta fuori dalla mattina alla sera con la maschera antigas per procacciare il cibo, e torna raccontando di quanto il sole sia impazzito e uccida chi non vuole rintanarsi - guarda caso soprattutto le donne -, Stella, Aria e Luce cercano di crescere ugualmente. Ma non è facile, e gli integratori che assumano coi miseri pasti non bastano a segnare nuove tacche sullo stipite della porta. Di più non ci sentiamo di aggiungere perché va scoperto durante la visione, ma la preveggenza di Emanuela Rossi (coregista della serie tv Non uccidere) merita un approfondimento con un'intervista, anche perché il suo indiscutibile fiuto per l'attualità si è esteso anche al casting: per interpretare Stella, la sorella maggiore nonché il personaggio principale, ha scelto Denise Tantucci, che durante le riprese è stata chiamata da Nanni Moretti per un provino per il suo nuovo film Tre piani, che sarebbe dovuto andare a Cannes più o meno adesso, ed è stata scelta.

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Perché ha fatto un film su una quarantena quando ancora non esisteva la pandemia?
Sono marchigiana, e sono cresciuta in una famiglia di sei figlie femmine e molto tradizionale, con un'educazione molto religiosa, e per il tipo di bambina che ero, piena di vita e scatenata, ho provato questo senso di soffocamento. A questo si è aggiunta, da quando è nata mia figlia che ora ha 10 anni, l'ansia per i mutamenti climatici. Soprattutto mi angoscio d'estate, sempre più caldo un anno dopo l'altro, e ogni volta mi dico che andrà a finire che con questo caldo non usciremo più, resteremo sempre chiusi dentro. Insomma Buio nasce da una doppia sensazione di soffocamento, e le due cose secondo me sono anche legate. L'idea delle ragazzine chiuse è stata sfruttata, ma mi piaceva mettere l'accento sull'idea del fuori minaccioso rispetto al dentro.

Come si fa a maneggiare la paura come materia costruttiva e creativa, e non solo come mezzo di entertainment?
Intanto devi essere sincero. La paura non è una cosa che puoi suscitare per finta, se sei un baro non funzioni. Mi ha colpito moltissimo che quando ho dovuto iniziare a lavorare concretamente sulla paura e ho scavato nella mia infanzia alla ricerca delle emozioni più forti che ho provato, non sono emerse quelle dovute a miei fatti personali, ma le sensazioni derivate dai film di Hitchcock che vedevo da bambina, i noir americani. Come se quei ricordi fossero addirittura più importanti della mia stessa biografia. Forse perché erano riusciti a rendere molto bene ciò che provavo io. Dunque sono partita da lì, da quel linguaggio, con cui avevo ripreso confidenza nei due anni della serie tv Non uccidere. Ho studiato al Dams, mi sono nutrita di film d'essai, ma trovo che ultimamente il cinema d'autore sia diventato troppo ripetitivo, e sia in lavori di genere che si possa trovare nuova ispirazione. Naturalmente in Italia questo tipo di crossover è visto malissimo, c'è ancora molto snobismo nei confronti del film di genere.

Cosa succede se si gira un film con tante femmine?
Questo film è tutto dalla parte delle ragazze, si capisce dalla prima scena. Ma quando è arrivato Valerio Binasco (che interpreta il padre, ndr), apriti cielo. Personalità forte, colto, meraviglioso, rischiava di polarizzare su di sé tutta l'attenzione perché è incredibile come sul set, quasi per una legge fisica, tutto tenda ad andare dalla parte del maschio, tutto spinge dalla sua parte e io mi sono trovata a dover difendere la marcia al femminile che avevo inserito all'inizio, aggiustando di continuo l'inquadratura della macchina verso le ragazze.

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Cosa le ha fatto scegliere Denise Tantucci?
Mentre guardavo la serie Sirene con mia figlia, l'ho notata per qualcosa di familiare che mi comunicava, poi ho scoperto che è marchigiana come me. Ha un viso classico che ricorda le eroine degli anni 40 e volevo un riferimento a quel tipo cinematografico. E infine ha un distacco suo, naturale, che aiutava molto a costruire il personaggio di Stella.

A chi è dedicato Buio?
Pensavo di rivolgermi alle donne e infatti lo dedico alle ragazze che resistono. Ma presto mi sono resa conto che in generale questo film parla a chiunque è stanco di una situazione che non va bene, di uno sfregio alla natura che non può essere più perpetrato, di un patriarcato per sua natura predatore, che crede di poter arraffare tutto quello che ha intorno. Forse i giovani, quelli del Friday for Future, lo possono capire di più, ma in generale chi crede che qualcosa di diverso sia possibile. E la canzone finale della rapper Dexa, ragazza nella vita scampata a un compagno violento, che ha scritto questo testo in una notte di rabbia, ne è l'emblema.

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