L'università non serve solo per trovare un lavoro, deve insegnare a fare network

Abbiamo corsi di studio eccellenti ma siamo in coda alla classifica europea per laureati: dobbiamo tenerci stretto il nostro lato umanistico e smettere di dividere spazi e menti maschili e femminili.

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Non è un paradosso, ma una buona notizia in un periodo pieno di incertezze aggravate dal Covid : l’università non serve solo per trovare lavoro. «Prima di tutto è il luogo di contatto tra discente e docente, ovvero tra chi ha voglia di imparare un metodo e chi gli mette a disposizione le sue conoscenze. Il compito principale è la trasmissione del sapere. Viviamo in un mondo in cui tutto è a portata di click, ma la capacità di leggere quell’enorme quantità di dati ce la può insegnare solo un maestro. Il reale apprendimento spetta, poi, allo studente». È il pensiero di Eliano Diana, professore di Chimica inorganica all’Università degli Studi di Torino.

I dati però sono amari: il distanziamento tra noi e l’Europa è ancora troppo elevato. Lo dice l’ultimo rapporto Istat: in Italia ci sono il 19,5% di laureati contro il 33,2 europeo. E siamo in fondo alla classifica anche se prendiamo in considerazione i giovani tra i 25 e i 30 anni: secondo Eurostat nel 2018 la media europea era del 40,7%, quella italiana del 27,8%. Peccato, perché Strategia Europa 2020, ovvero gli obiettivi che si era data l’Ue per far crescere l’occupazione, aveva messo tra i suoi punti chiave anche quello di portare almeno al 40% il tasso dei laureati. I Paesi nordici ci sono riusciti, ma anche l’Irlanda (56,3%), l’Olanda (49,4%), il Regno Unito (48,8%), la Francia (46,2%) e la Spagna (42,4%). Tanto per citare i migliori. Che non siamo certo noi, in coda alla classifica con la Romania. Di nuovo peccato.

Anche perché secondo AlmaLaurea, il consorzio inter-universitario che rappresenta 76 atenei e circa il 90% dei laureati italiani, nel 2019 il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo era al 74,1% tra i laureati di primo livello (89% dopo cinque anni) e al 71,7% tra quelli di secondo livello (86,8% a cinque anni).

27,8% i laureati italiani tra i 25 e i 30 anni nel 2018. Siamo in coda alla classifica europea

«La riforma 3+2, triennale e magistrale, partita con le migliori intenzioni, ovvero creare un sistema dell’istruzione superiore europea omogeneo e quindi garantire una competizione ad armi pari, non è riuscita ad avvicinarci ai numeri degli altri Paesi. È stata un fallimento, credo anche dal punto di vista lavorativo», aggiunge Diana.

E allora torniamo al punto di partenza: l’università non serve solo per trovare lavoro. E che non sia un ufficio di collocamento lo pensano anche gli studenti come Vittoria, 26 anni, neo laureata in Design for fashion system al Politecnico di Milano, che conferma: «È vero, ho acquisito un metodo. E soprattutto un modo di operare in gruppo, le consegne individuali ormai sono rare. Il lavoro si impara più negli stage».

Certo ci sono corsi diretti a una professione: Medicina, Ingegneria, Agraria e Veterinaria. Ma gli studi universitari devono favorire lo sviluppo di competenze trasversali, autonomia di giudizio, abilità comunicative e soprattutto la capacità di creare connessioni. E le connessioni si creano anche con l’interdisciplinarietà.

17,7% la percentuale di ragazze nei corsi Stem 2018. Qui siamo sul podio europeo al terzo posto

«Lo dico ai ragazzi durante le lezioni: forse nessuno di voi diventerà un topo da biblioteca, ma io vi sto regalando un grande manuale di storia e di bellezza che vi permetterà di fare voli pindarici tra il passato, il presente e il futuro, trovare fili e collegarli tra loro, partendo da Leonardo da Vinci, passando per Antonio Sant’Elia fino a Rem Koolhaas. Perché oggi non ci interessa avere solo buoni costruttori, ma uomini colti», racconta Maria Vittoria Capitanucci, che insegna Storia dell’architettura al Politecnico di Milano.

«Negli ultimi 10 anni ci eravamo diretti verso un’iperspecializzazione. Ora recuperiamo il nostro umanesimo». Una conferma che arriva anche dai dati: secondo l’Osservatorio Talents Venture, nel 2017-18 quasi 122.000 studenti frequentavano un corso Alph (Art, Literature, Philosophy and History, ndr), il valore più alto degli ultimi cinque anni. Nello specifico, a trainare sono i corsi di Filosofia e di Storia: i dati del Miur dicono che gli iscritti a Filosofia sono passati da 4.574 nel 2016 a 4.878 nel 2019 e quelli di Storia da 3.551 a 4.089.

«Oggi si sta addirittura discutendo di introdurre Filosofia all’interno di scuole tecniche, perché sviluppa capacità logiche. Il riscontro arriva anche dagli studenti stessi che la scelgono per i loro 12 crediti liberi. Teniamocelo stretto il nostro lato umanistico perché è apprezzato ovunque, persino tra i ricercatori», conclude Diana.

Una riflessione che cammina di pari passo con quella delle ragazze nei corsi Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr): la quota nel 2017-18 (il 17,7%) era ai massimi da 10 anni, dicono i dati del Rapporto Gender Gap dell’Osservatorio Talents Venture. Incoraggiante anche scoprire che l’Italia è terza in Europa, dietro Regno Unito e Polonia. Imbarazzante constatare, però, che le performance accademiche delle donne sembrano non essere premiate né a livello occupazionale né salariale.

«È comunque una bella notizia in un mondo in cui bisognerebbe smettere di dividere spazi e menti maschili e femminili. Accorciamo le distanze: insegniamo loro semmai a lavorare in team, a creare network, perché oggi lavorare da soli è praticamente impossibile. E soprattutto insegniamo a gestire la competitività prima che escano persone incapaci di attutire gli urti», dice Capitanucci. Che conclude: «Il futuro appartiene a questi giovani, ma è globale: un tempo eravamo in 10, oggi siamo in 10mila con la stessa idea. Meglio confrontarci per attuarla insieme. Per il nostro bene. Il Covid in questo senso ci ha dato un vero scossone».

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