Il razzismo made in Italy e la moda che lo batte: la parola a Stella Jean

La stilista italo-haitiana racconta com'è crescere a Roma con la pelle scura, scoprire che per la figlia nulla è cambiato. E come la soluzione contro il razzismo parta dalla scuola.

stella jean
Eugenio D'Orio

C’è chi parla di integrazione, Stella Jean la disegna. Poi la fa sfilare in passerella trasformandola in oggetto del desiderio da indossare. Italo-haitiana, prima stilista nera membro della Camera della Moda Italiana, si è fatta strada mescolando le camicie a righe come quelle di suo padre, torinese, ai wax africani coloratissimi e ai dipinti naïf di Haiti. Intrecciando la sua moda con progetti di sostenibilità e impegno sociale, ha sempre cercato di mostrare ciò che faceva piuttosto che se stessa, ma il 7 giugno scorso, in occasione della manifestazione per George Floyd a piazza del Popolo a Roma, ha preso il microfono e si è fatta sentire forte e chiaro mentre leggeva l’articolo 3 della Costituzione e invitava gli italiani a pensare al razzismo di casa loro, prima che a quello americano. Non ne ha potuto fare a meno perché per lei e i suoi figli color nocciola (Grande di 16 anni, e Mirella di 13, avuti con il mercante d’arte Filippo Brando Sprovieri) fino a qui non è stata una passeggiata.

Come è cresciuta nell’Italia degli anni Ottanta?

Vivevo in un quartiere e in una scuola di Roma dove ero l’unica nera. Capirai, una famiglia-zebra con padre biondo e mamma ebano. Ci additavano per strada, ci rivolgevano improperi e insulti di qualsiasi tipo.

Da bambina ero costantemente messa di fronte al fatto molto complesso che c’erano regole di educazione che i miei mi avevano insegnato come fondamentali e che dovevo riservare agli altri, ma gli altri non erano tenuti a riservarle a me.

Da ragazza non è andata meglio.

I momenti più difficili non sono mai stati quelli in cui una singola persona mi ha attaccato, ma quando la collettività è rimasta zitta. Penso a uno sputo che mi arrivò addosso in un autobus nel silenzio generale. Ti devasta: sei nata qui, senti di appartenere a questo Paese, ma non c’è nessuna empatia da parte sua.

E i suoi genitori? Come fronteggiavano la situazione?
Mia madre pensando di proteggermi mi iscrisse a un istituto religioso. Un giorno mi trovai il banco pieno di svastiche e insulti. Mi rivolsi a chi era lì per tutelarmi: la preside, una suora nello specifico. Le dissi cosa era successo e chi era stato, perché lo sapevo. Si girò e prese da un ripiano un Glassex blu e uno straccio e me li porse. Questo è stato l’insulto più pesante che abbia mai ricevuto. Anche per il simbolismo che nasconde: «Cancella via, non è successo niente». Uscita dalla presidenza corsi nell’aula dei ragazzi che avevano compiuto il gesto, presi il gesso e iniziai a scrivere sulla lavagna BASTA, BASTA, BASTA.

Come si superano esperienze del genere?
Ho iniziato a desiderare di andarmene, vedevo la Francia come la terra promessa, piena com’era di coppie miste e multiculturalità. Ma poi pensai che era un atto di resa. Che quelli che sarebbero venuti dopo di me si sarebbero ritrovati nella stessa condizione e avrebbero potuto anche darmene la colpa, perché non avevo fatto niente. È un po’ lì che è nata la voglia di raccontare la storia del bianco e del nero che si uniscono. Non ho iniziato a fare moda per un impulso estetico. Con qualcosa di bello nato dalla mescolanza puoi fare breccia. Perché se ti è piaciuto quello che hai visto, forse vorrai saperne la storia. Lo faccio nei Paesi in via di sviluppo grazie alle Nazioni Unite: dopo aver vissuto con le comunità locali e le artigiane, racconto la loro storia, che con il tocco italiano diventa portabile per chiunque.

Da stilista si è sentita discriminata?
Finché ho parlato di multiculturalità in senso lato, tutto era attraente e le persone si sono dimostrate curiose. Mi ha colpito il cambiamento di reazione quando, in seguito a episodi di aggressioni anche fisiche a ragazze sempre più giovani accaduti in Italia prima dell’estate scorsa, ho capito che non potevo più raccontare solo in maniera romanzata le belle storie del mondo, ma dovevo sfruttare il potere della moda per far capire che in Italia abbiamo un problema. C’è un razzismo che si veste in maniera elegante, sa di buono, ha i denti bianchi ma può essere feroce come quello più becero. Passa attraverso il negazionismo, come ho notato facendo quest’ultima campagna sociale che ha coinvolto le ragazze aggredite. Ho fatto dire loro le frasi meno violente, ma che danno da pensare e rivelano un’ignoranza abissale: «Per essere nera sei carina». «L’italiano lo parli bene».

Ai suoi figli è andata un po’ meglio, ci si augura. O no?
Mio padre era un bianco, mia madre una nera, entrambi ben saldi nelle proprie origini e fieri, non hanno provato cosa significa sentirsi stranieri a casa propria. Io sì. Ma speravo che il tempo e il progresso avessero lavorato un po’, e invece gli stessi problemi ti bussano alla porta con la stessa forma. E devi iniziare a dare tutte le spiegazioni del caso. Un giorno andammo da un fioraio qui a Roma, mio figlio Grande è uguale a me con una testa riccia enorme e il fioraio esclamò: «Che bello questo bambino! Da dove vieni?». E lui: «Sono romano». «No, dai, sarai brasiliano, eh» e si è messo a parlare in portoghese. «Sono romano, romano!». Ma niente. Allora ho proposto a mio figlio un gioco: «Ogni volta che ti chiedono di dove sei, di’ un qualsiasi Paese, anche il più strano. Scommettiamo che la risposta andrà bene e non ti faranno altre domande?». Lui ha iniziato a guardare sull’atlante i posti più assurdi e si teneva un nome sempre pronto.

E gli credevano. Credevano che fosse qualsiasi cosa, salvo che italiano. Poi abbiamo dovuto iniziare a fare discorsi diversi. Cercavo sempre di non fargli provare quel senso di soffocamento e solitudine che ho sentito io. Di trasformare questi eventi in una sorta di sfida.

Il problema è quando le minacce diventano troppo pesanti per poter giocare.

Ha voglia di parlarne?
Mia figlia, a 12 anni, sembrava spaventata, aveva comportamenti insoliti e malumori strani. Non si fa, ma in certe circostanze sì: ho guardato nel suo cellulare, nei social, e ho trovato minacce estreme, di un’aggressività e una violenza totali da parte di gente più grande di lei ma non maggiorenne, che aveva conosciuto fuori da scuola. E molte erano ragazze! Ho iniziato a uscire prima dal lavoro per andare ad aspettarla quando usciva da nuoto, a casa delle amiche, l’accompagnavamo dappertutto.
Ho girato per settimane con le stampe di ciò che avevano scritto. Ho parlato con avvocati, polizia. Ma non se l’è sentita di denunciare, aveva troppa paura. Io che non sopporto di non reagire, ho dovuto accettarlo.

Com’è possibile che siamo ancora a questo punto?
Non parliamo ai nostri figli del mondo. Diciamo che andremo a New York in due ore e poi continuiamo a pensare in una maniera paesana e limitata. Siamo estremamente esterofili da una parte, ma poi il mondo non può mettere i piedi a casa nostra, che deve rimanere nostra. C’è uno sbilanciamento verso il concetto di proprietà invece che di condivisione. Eppure in piazza del Popolo, qualche settimana fa, ho pensato: guarda questa generazione splendida di tutti i colori, misture che non indovinerai mai. Tutti insieme, cantavano uniti e mi sono detta: «Questa è la nuova Italia». Volenti o nolenti, la multiculturalità è irreversibile. Che poi gli italiani sono tutti meticci da sempre: come fanno a fare i razzisti?

Come si insegna il mondo?
Invece di parlarne in astratto, abbiamo la fortuna di avere in classe bambini che vengono da ovunque. Perché non chiedere a loro di raccontare il proprio Paese, che di sicuro conosciamo per i motivi sbagliati? Basta un racconto, un proverbio, un vestito perché gli altri bambini si possano immedesimare e, per quel giorno, diventare l’altro uscendo dal proprio recinto culturale. Io lo faccio con gli amici dei miei figli. Haiti è stata la prima repubblica nera al mondo, con un esercito di ex schiavi che sconfisse e scacciò le truppe di Napoleone. Ha una tradizione gastronomica che miscela la nouvelle cuisine francese ai colori e ai sapori caraibici, e i piatti sono spesso collegati a eventi storici. Quindi quando li invito e mangiano queste specialità, si devono sorbire tutti i racconti, metto la musica, li obbligo anche a ballare… Delle vere e proprie torture! Ma credo che almeno un po’ si divertano.

E sono sicura che a ognuno di loro da qualche parte nella testa rimarrà attaccata un po’ di questa storia.

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