Quella grandissima voglia di tornare al cinema

A un anno dalla chiusura delle sale, il sondaggio Hearst Movie Confidence racconta del nostro crescente desiderio di grande schermo, a dispetto delle piattaforme streaming. Anzi anche grazie a loro.

cinema st andre des arts, parigi
LOIC VENANCE

Nell’infinito spettro delle emozioni umane ce n’è una che rischia l’estinzione come il leopardo delle nevi. Un tuffo al cuore che ci ha cambiati tutti, fin qui - ma già non si può dire per gli attuali bambini. Chi scrive non sarebbe la stessa persona senza essersi trovata a volare su New York con Christopher Reeve il 9 febbraio del 1979. Era buio in sala, a parte le lucine sotto i gradini del corridoio centrale, che sembravano quelle di una pista di decollo. Poi arrivò Superman e ci portò via con sé, per sempre. Dal viaggio del cinema non si torna indietro, si possono solo aggiungere tappe memorabili, soprattutto le prime: l’infanzia finalmente come te la sentivi addosso per davvero, cruda e tenera e forse anche in bianco e nero, trovata in un cinema di quartiere che proiettava La guerra dei bottoni di Yves Robert. La promessa di un’età più calda e umida che si stava avvicinando uscì da Il tempo delle mele di Claude Pinoteau. Il male come abisso che tende all’infinito da Urla del silenzio di Roland Joffé, e il fatto di essere andati a vederlo con la scuola, tutta la classe seduta vicina, lo rendeva non meno terribile ma, se possibile, più inequivocabile. E poi avanti biglietto dopo biglietto - con quell’odorino di velluto e polvere, le zaffate di profumo della tizia di fianco - da una delusione a un’esaltazione, con sbadigli e pianti irrefrenabili. Fino all’8 marzo 2020.

Compie un anno, con una breve interruzione estiva a scartamento troppo ridotto, il blackout che ci sta tenendo fuori dai cinema e ha accelerato un processo che era già in corso, di sostituzione della grande stanza affollata (o semivuota, ed era diversamente bello) da raggiungere in macchina o a piedi o coi mezzi, con il divano di casa, un telecomando e infinite giocate in quei pozzi di San Patrizio - vediamo cosa si pesca stasera - che sono le piattaforme streaming. «Con la pandemia sono diventate veri e propri pusher che ci aiutano a sopravvivere. Sono un remedy, dei fiori di Bach. C’è chi prende due gocce di Amazon, chi cinque di Netflix, chi preferisce RaiPlay, che trovo strepitosa per la roba che ha», ironizza Alex Infascelli, regista il cui documentario Mi chiamo Francesco Totti, campione di incassi subito prima della serrata delle sale e che secondo le proiezioni dei distributori sarebbe diventato il film numero uno della stagione, veleggia ora su Now Tv e Prime Video.

Alex Infascelli riprende Francesco Totti sul set del documentario Il mio nome è Francesco Totti.
Courtesy

Già. Dobbiamo essere mille volte riconoscenti alla Regina degli scacchi, alla paura parecchio credibile di Nicole Kidman in The Undoing, alle reazioni che ci hanno suscitato documentari come The Social Dilemma o Sanpa, e meno male che abbiamo potuto scambiarci opinioni su film come Pieces of a Woman o Malcolm & Marie, dalle cui acque è emerso il paradosso Zendaya, nuova stella del cinema che però deve tutto alla tv.

Zendaya e John David Washington in una scena di Malcolm & Marie di Sam Levinson, prodotto da Netflix.
DOMINIC MILLER/NETFLIX © 2021

Eppure non ci basta, come conferma un sondaggio sul rapporto tra pubblico e cinema commissionato da Hearst Italia all’Istituto Lexis Ricerche, che mette in numeri quello che sentiamo pulsare sottotraccia, un’inquietudine, un languore che si sta trasformando in fame: il 74% degli intervistati ha voglia di tornare in sala subito. E l’81% di loro lo farebbe come prima, fidandosi di opportune misure sanitarie. Spiega Piera Detassis, direttore del progetto Hearst Movie Confidence: «In questo desiderio non prevalgono la necessità di condivisione, o l’importanza della sala come presidio sociale: il 60% delle persone vuole tornarci per il grande schermo, e io mi riconosco in quella magia che sfugge al quotidiano e che rappresenta un rito con cui sono intessute le abitudini degli italiani». Non c’è home theatre che tenga. Perché l’incantesimo si compia ci vuole un ingrediente: «Lo schermo deve essere due metri sopra di te», spiega Laura Luchetti, che dopo il successo per la regia di Fiore gemello si è misurata con la sfida di Nudes, una serie sul revenge porn tra gli adolescenti prodotta da Rai Fiction, che sarà disponibile su RaiPlay dal 19 aprile. «Ti deve dominare. Perché la cosa meravigliosa è tornare come i bambini seduti per terra e la madre più su, sulla sedia, che racconta una storia. Quel rettangolo ti sta per risucchiare dentro, o sputare fuori in certi casi. È l’ombra di Platone nella caverna e funziona allo stesso modo per tutti. Certo che anche il numero di persone presenti conta. Quando dirigi un film, c’è una differenza abissale se lo rivedi con due in sala o con cento: più sono, più senti montare un’onda diversa, sei immersa in un mondo pronto a giudicarti, amarti o no, bisbigliare, tossire, dissentire».

E poi c’è anche Martin Scorsese che in un articolo su Harper’s ci mette in guardia dalla logica commerciale delle piattaforme e dei loro algoritmi, ce ne vogliono altri mille di ingredienti, dice, perché un cosiddetto “contenuto” - parola abusata oggi nel mondo dei media e della comunicazione, visto che un contenuto senza forma non esiste - diventi cinema: «Quando uscì 8 e ½, ognuno di noi gli diede la sua interpretazione, e ci saremmo messi per ore a parlare del film, scandagliando ogni scena, ogni secondo. E naturalmente non abbiamo raggiunto un’interpretazione definitiva. L’unico modo per spiegare un sogno è con la logica del sogno. Il film non fornisce soluzioni, il che disturbò molte persone».

Il punto è che il ruolo del cinema non è manifestarsi senza disturbare, come avviene spesso con prodotti da piattaforma confezionati per tutti i gusti come i cappuccini di Starbucks, che si consumano e si dissolvono, ma deve lasciare impronte, dilemmi e visioni, e Scorsese termina il pezzo con un appello: «Quelli di noi che conoscono il cinema devono condividerne l’amore e la conoscenza con più persone possibile».

Marcello Mastroianni in una scena di 8 ½ di Federico Fellini.
CG Entertainment

Oltre i dati incoraggianti del sondaggio, la buona notizia è che con la pandemia qualcosa di buono in questo senso può succedere. «Intanto con titoli come Joker e Bohemian Rhapsody o l’incredibile caso di Parasite, film d’autore che ha unito veramente tutti (vasto pubblico, critica e giuria degli Oscar), subito prima della chiusura le sale cinematografiche erano piene», racconta Gianluca Guzzo, co-fondatore e Ceo di Mymovies, il più influente magazine e database di cinema italiano. Le piattaforme e le major sono bravissime a rendere invitante ciò che propongono e questo ha fatto venire voglia di non perdersi anche gli eventi in sala e d’autore: «I concorrenti del cinema non sono mai state le piattaforme, ma gli altri intrattenimenti: le partite di calcio, i ristoranti, i social network». E poi si è verificato quello stupefacente fenomeno inclusivo scattato grazie alle edizioni online dei festival: «In sei mesi si sono consumate 400mila ore di visione diffusa: il Festival di Venezia ha quadruplicato il pubblico grazie agli ingressi virtuali e al Far East di Udine ha partecipato solo il 13% di spettatori locali, il resto era collegato da tutta Italia». Da qui in poi le kermesse si terranno strette il doppio canale, in presenza per il brivido insostituibile dell’evento, e online per allargare possibilità e aggirare i limiti spaziali. Anche i limiti temporali potrebbero essere sconfitti: «Penso alle selezioni che si trovano su Mubi, o a Fuori Sala di Cineteca di Bologna, che ogni mese mette fuori 15 titoli di “cinema ritrovato”, da quello muto a quello anni 60 rimasterizzato», aggiunge Guzzo. Cioè il tipo di opere di cui parlava Scorsese.

«Il pubblico ha voglia di vedere cose stupefacenti e non le solite quattro commedie e i soliti quattro thriller», rinforza Infascelli. «La pandemia può essere salvifica se l’industria del cinema capisce che si apre un’occasione imperdibile per proporre la maggiore varietà possibile, la stessa che ormai siamo abituati a pretendere passando da una piattaforma all’altra. Da trent’anni le solite venti persone, di grande mestiere certo, sceglievano, però non considerando l’intelligenza del pubblico che sa riconoscere e apprezzare cose diverse: non hanno avuto degli algoritmi nella testa anche questi uomini? La gente da tempo aveva iniziato a ignorarli passando dalle sale allo streaming». Dove, prevede Infascelli, accadrà presto che, oltre alle major come Disney, anche i registi avranno la loro piattaforma: «Cliccherai Iñárritu e ti vedrai i suoi film, e anche una selezione dei film dei suoi amici». Non sarebbe male che a un certo punto, come per incanto, la nostra educazione cinematografica si nutrisse delle passioni segrete dei migliori autori. Chissà quanti viaggi alla scoperta di insospettabili tesori.

Il gruppo Hearst di cui Marie Claire fa parte ha avviato il progetto Hearst Movie Confidence a sostegno del mondo del cinema, penalizzato dalle chiusure durante la pandemia. Diretto da Piera Detassis, è realizzato con il supporto di 01 Distribution, Eagle Pictures, Medusa Film, Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, Anec (Associazione Nazionale Esercenti Cinema), Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali), Fice (Federazione Italiana Cinema d’Essai).

This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Cultura