Birmania e i Rohingya: a che punto siamo?

Siamo stati in Myanmar, la patria del buddismo, a vedere cosa è cambiato con i Rohingya dopo il viaggio del Papa.

image
Pietro Masturzo

«Mistero dorato». È curioso che proprio Rudyard Kipling, cantore dell’impero coloniale britannico, abbia coniato la definizione che più restituisce quella sensazione che provano gli occidentali che per la prima volta si avventurano in Birmania o Myanmar: a casa loro, gli abitanti del terzo paese più grande dell’Asia dopo India e Cina lo chiamano indifferentemente “Bama” o il più politically correct “Myama”.
Camminiamo scalzi, a Yangon, dentro la pagoda di Shwedagon, accecati dall’oro, dagli smalti e dai neon da discoteca sui templi e sugli stupa - i longilinei “monumenti spirituali”, spesso contenitori di reliquie - riuniti in una cittadella colma di preghiere, bancarelle e famiglie che fanno picnic sul pavimento. Rimaniamo sorpresi da questa lieta confusione (per noi estranea a un luogo di culto), condensata sui sorrisi delle persone. Soprattutto delle donne. Sorridono come se dentro di loro ci fosse l’estate perenne che c’è fuori. Non è un sorriso di circostanza o mosso da un secondo fine. Forse sono incuriosite da un signore di mezz’età attratto dalla loro grazia e dalla cura meticolosa del loro aspetto: tutte, infatti, ricoprono il viso con la polvere di “thanakha”, la corteccia grattugiata di un albero che protegge dal sole e ammorbidisce la pelle. Il sorriso degli uomini è più discreto, di cortesia, ma spesso le labbra sono serrate a mascherare i denti rossi per il betel masticato, foglie drogate che danno un filo di energia a chi non ne ha per fame o per stanchezza. Lo stipendio medio è di 200 dollari al mese. Pochi, perfino qui.

Pietro Masturzo

Monache buddiste in gita alle cascate di Pwe Kauk a Pyin U Lwin non lontano da Mandala, nello stato Shan.

C’è una luce che irradia e si rifrange in mille riflessi fisici ed emotivi che distrae dai piccoli campanelli d’allarme che prima di partire avevano messo sul chi va là: l’agenzia di viaggi che sconsiglia di scrivere “giornalista” al momento di compilare il modulo all’ufficio immigrazione, l’eternità di tempo necessaria per il visto. E, naturalmente, tutti gli articoli sulla comunità dei Rohingya, che vivono a ovest, nello stato del Rakhine. Dal 2012 sono vittime di una pulizia etnica che si può chiamare “genocidio”, ma che adesso, dove tutto è illuminato dalla serenità di volti e architetture, sembra impossibile, fuori luogo, impraticabile. Anche più avanti, quando visiteremo quella meravigliosa follia che è la “Pietra d’oro” a Kyaiktiyo, un masso pericolante nel vuoto che la religione dice essere incollato alla terraferma da otto capelli del Budda dove per arrivare faremo sei ore di macchina più altre due su camion di pellegrini che ridono dall’inizio alla fine, s’insinua un piccolo dubbio: pur essendo povero, un popolo così felice non può fare nulla di male. Non può farti nulla di male. In nessun altro luogo del mondo, mi racconta una backpacker americana, una viaggiatrice di quelle con uno zaino e via, non si è mai sentita così al sicuro. La tentazione di trasformare in cartolina emozionale ogni paesaggio, ogni tramonto, ogni gesto che circonda il visitatore, è fortissima. È percettibile un confronto costante con la terra, i vegetali, gli animali, che noi abbiamo congelato nell’astrazione immota del cemento e di un’urbanizzazione ormai senza senso. E questo probabilmente spiega perché, una volta qui, tutto ciò abbia il sopravvento sulle contingenze, del resto abilmente celate.

Pietro Masturzo

L'antica capitale Bagan, che vanta oltre 2mila 200 pagode

Durante gli anni della dittatura militare - terminata parzialmente cinque anni fa e definitivamente nel 2015 - nessuno, dotato di buonsenso civile e politico, si avventurava qui. Siamo cambiati, non avvertiamo più l’urgenza etica di non andare dove si compiono ingiustizie? Forse sì. Anche se, per dovere di cronaca, negli hotel, nei negozi e sulle bancarelle lamentano un forte calo del turismo.
Ma perché c’è un’ombra costante nell’animo, fedele compagna di viaggio? Probabilmente c’è una realtà che sfugge, una realtà dal cuore scuro. Navigando sul lago Inle, lungo 22 chilometri e largo la metà, tornano in mente i paragrafi di Cuore di tenebra e le scene di Apocalypse Now, che del romanzo è la trasposizione cinematografica, quando il colonnello Kurtz parla delle tribù e dei rapporti che aveva scoperto tra se stesso, la natura e queste genti che la abitano e ne possiedono lo spirito “nero”. Nel mezzo sorge lo straordinario monastero Nga Phe Kyaung, piantato su 654 pali di teak. Da lì, la vista conferma quel sentimento che divide l’anima. Tutto è dannatamente meraviglioso, appare lontano da conflitti e ingiustizie. Eppure tutto è dannatamente complicato.

Pietro Masturzo

Scene di vita familiare sul lago Inle.

Parlo con Vittorio, la nostra guida per tutto il viaggio. Ha 65 anni, una faccia buona, uno humour amarognolo e un disincanto che non è mai cinismo. Si è fatto tre anni di prigione per dissenso contro i militari, è nato e vive a Yangon, la “vecchia” capitale prima dell’inaugurazione nel 2005 di quella attuale, Naypyidaw, una Disneyland da incubo post-totalitario. Parla un italiano aulico e un po’ antiquato, imparato dai film neorealisti visti all’università, dove insegnava inglese prima dell’arresto. Non si chiama Vittorio, naturalmente, ma vuole che lo chiamiamo così in onore di De Sica: il suo film feticcio è Ladri di biciclette. Con le bianche camicie a maniche lunghe, il cappello in paglia e il longy - la gonna drappeggiata da uomo - è elegantissimo. Detesta i souvenir, si definisce «atéo» (ha qualche problema con gli accenti), odia la diffusione endemica dei social che sta ridefinendo in peggio la società e non ama i turisti in generale, quelli cinesi in particolare. Quando, dopo un po’ di giorni, mi chiede che lavoro faccio, glielo dico implorando un po’ di riservatezza. Il suo viso rotondo diventa serio: «Mio padre era giornalista e ha passato 18 anni in galera. Fai bene a non dirlo». Va fiero del suo laicismo: «In Birmania diciamo di avere due armate, una rossa e una verde: i monaci e i militari. Tutti gli uomini devono andare, nella loro vita, due volte in monastero: la prima dopo aver compiuto 7 anni, per dieci giorni. La seconda a vent’anni, per due o tre mesi. Niente sesso, cibo solo una volta al giorno, preghiere e studio. Come in caserma».

Pietro Masturzo

Un venditore di biglietti della lotteria: sul suo carretto è anche appeso il ritratto di Aung San Suu Kyi.

Una cosa, stando qui, è certa: il pensiero dell’Illuminato sembra davvero pervadere ogni cosa, prevalere sia sulle decisioni individuali, sia su quelle collettive. E i Rohingya, mi ricordano sempre, non si sono mai allontanati dall’islamismo: sono percepiti come un ingombrante e indesiderato corpo estraneo. «È dal 1982 che è stato tolto loro il diritto di cittadinanza, da decenni sono privati dei diritti civili, tenuti in condizioni di miseria estrema, emarginati, umiliati, “invitati” ad andarsene, perché il mondo se ne accorge solo adesso?», mi incalza Vittorio, che conclude: «Forse perché internet non ve lo diceva», ironizza Vittorio amaro. In Birmania non c’è vocabolo meno pronunciato di Rohingya. Non lo dice e non lo scrive nessuno, neanche il quotidiano The Myanmar Times, pubblicato in inglese e considerato il più autorevole. Per tutti sono i “bengalesi”, per il quotidiano “minoranze ribelli nello stato del Rakhine” che è proprio lo stato, a ovest, dove vivono i Rohingya. Addirittura la Conferenza episcopale del Myanmar ha suggerito al Papa di non usare quel termine nel viaggio alla volta del sud-est asiatico (ma lui non ha ubbidito, per fortuna). Anche se l’accordo, siglato a Bangkok a novembre scorso tra il musulmano Bangladesh e la buddista Birmania sembra rimettere in moto le speranze di un non cruento “rientro” a Dacca, qui non devono avere un nome. Nulla esiste finché non ha una parola che lo definisca. Perché «è la parola che dà l’essere alle cose», diceva Heidegger.

Pietro Masturzo

Un'immagine dei Rohingya: dal 1982 è stato tolto il diritto di cittadinanza. Da allora vivono in condizioni di miseria e sono invitati ad andarsene.

Non lo dice nessuno, il loro nome. Neanche Aung San Suu Kyi, che è stata criticata per le sue posizioni ambigue in merito al genocidio: la accusano di aver alimentato le voci false che tra i Rohingya ci siano dei terroristi o che l’Onu parteggi per i musulmani, addirittura stanno pensando di farsi restituire il Nobel per la pace che le è stato consegnato nel 1991. Oggi è “consigliere di stato” - una sorta di primo ministro a cui non sono dati pieni poteri - nel governo composto dagli stessi militari di prima che si sono tolti la divisa. Vediamo il suo ritratto dappertutto: sulle t-shirt, sui calendari, sulle borse in tela, su bandiere, stendardi, manifesti. Il racconto di questa donna, figlia di colui che rese la Birmania indipendente, unica ad affrontare i generali che avevano ereditato il potere dagli ex dominatori britannici, unito a quello di secoli di guerre civili che durano tuttora («perché, tu che fai il giornalista, non parli del conflitto nello stato del Kayan, quello delle donne-giraffa? Perché non ti interessa anche quello?», a un certo punto sbotterà Vittorio), segna in modo indelebile quell’inquietudine che si autosmentisce e si autoalimenta ogni giorno della mia permanenza.

Pietro Masturzo

Lo sguardo forte della leader Aung San Suu Kyi si confronta mentalmente con quello enigmatico dei monaci, dopo le donne le figure più affascinanti del Myanmar. Il confronto con i loro occhi mette in crisi sedimentazioni di luoghi comuni e aspettative dell’occidentale abituato alle religioni bibliche. E nasce il seme velenoso di una domanda che germoglia spontanea: ma i buddisti non erano gentili, non predicavano la tolleranza? Ho visto pochi monaci sorridere e, forse un limite nella mia ignoranza del buddismo, senza la gravità di chi dovrebbe essere abituato alla contemplazione mistica. Forse il distacco dalle necessità inutili, dalle fonti di sofferenza, crea un’indifferenza sprezzante che probabilmente libera lo spirito e la mente, ma non libera la comunione spirituale tra persone estranee per cultura, religione, nascita, trascorsi personali. «Vuoi sapere cosa penso davvero?», tuona l’ultima sera Vittorio. Stiamo cenando sulle sponde dell’Irrawaddy, il “fiume madre” che scorre per oltre duemila chilometri, insostituibile mezzo di comunicazione, fonte di ricchezza, splendore vegetale. «Certo», rispondo. «È colpa degli occidentali», afferma sicuro. «Sono stati gli inglesi ad avere portato i bengalesi negli anni Quaranta, servivano contadini nelle piantagioni. E da allora sono aumentati. Di più, sempre di più… La Birmania è già spaventata di finire nelle mani della Cina o dell’India, perché nel Rakhine c’è gas e petrolio. E non possiamo correre il pericolo di un’invasione musulmana».

Pietro Masturzo

Un'immagine scattata da un drone del campo profughi di Kutupalong in Bangladesh.

Non ho più nulla da dire. Guardiamo l’acqua buia. Sarebbe bello che la storia copiasse il suo liquido corso, placido e potente. Sarebbe bello pensare che questo luogo potesse servire da modello per essere tutti più tolleranti. E vivere insieme, ognuno con il proprio dio, sotto questo cielo che è un planetario di stelle lontane. Lontanissime.

foto Pietro Masturzo

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Viaggi