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" Il Ballo del Doge ha frantumato ogni mio cliché sul Carnevale di Venezia "

Stecche di balena, bollicine, sottogonne e burlesque: sicuri si tratti solo di un party (esclusivo) di Carnevale?

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Quanti cliché fasciano i fianchi di Venezia? Quanti cliché stringono - come stecche di balena - la vita della Serenissima? Il Carnevale di Venezia è uno di questi se non IL cliché che caratterizza la città impreparata per invecchiare male, inevitabilmente attraente nonostante le decadi. Perché è cliché che a Venezia piace terribilmente: quello di nascondersi in tabarri pesanti, quello di mascherarsi non in piazza San Marco, in mezzo a miriadi di persone divise tra sneakers del futuro e maschere artigianali, ma in palazzi a picco su quel mare malato di storia. C’è un ballo che riassume tutto questo ed è il Ballo del Doge, istituzione voluta 25 edizioni fa da Antonia Sautter

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Tutto ha inizio con il rito - romantico - della vestizione: rigorosamente abiti dell’atelier Antonia Sautter, donna che realizza architetture da vestire riprendendo ogni dettaglio degli abiti storici. Dalle lavorazioni alle nuance, dai bustini alle passamanerie, dalle sotto gonne ai cappelli d’epoca: nulla sfugge all’occhio di Antonia che, inevitabilmente, è legata al linguaggio cinematografico di Eyes Wide Shut di Kubrick (film per il quale ha realizzato i costumi). Entrare e uscire in uno degli abiti di Antonia equivale a entrare e uscire da un’epoca: molto è concesso. E il vero lusso è guardare allo specchio quell’epoca: e ritrovarcisi o no. Il rituale della vestizione - in un’epoca che ha messo in discussione l’abito a favore dei jeans - significa riscoprire il proprio corpo, esagerare le forme quando non ci sono, strizzarle quando sono già sublimi. In mano una coppa di champagne Vranken-Pommery che, non a caso, come il Ballo del Doge nasce da un’intuizione di Antonia Sautter, è uno champagne che conobbe la sua fortuna nelle mani di una donna, Louise Pommery, rimasta vedova con un terreno eccellente per uno champagne eccellente. E astuzia: perché quello champagne arriva nelle nobili magioni russe, tra donne & uomini che, allora come oggi, in abiti perfettamente replicati da Antonia Sautter sorseggiano bolle francesi.

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Come non cadere in tentazione e, provare un abito da nobildonna fiorentina del 600? Come non sentirsi Rossella O’Hara mentre operose sarte d’atelier strizzano bustini che tolgono il respiro (e perché vi è qualcosa di sublime in tutto ciò)? Come non ripensare al proprio armadio affollato di pantaloni sartoriali quando il rito della vestizione tra cuscinetti e crinoline durava una buona mezzora? Il passo indietro, di secoli, inizia nella camera del Westin Europa Regina affacciato sul Canal Grande: ci si sente ridicole? Fuori luogo? Ci si vergogna un po? Meglio nascondersi in tabarri beige caldissimi. Eppure: pochi minuti più tardi le gonne ingombranti si scontrano dolcemente tra loro, le dame salutano con un cenno di capo e miriadi di piume e taffettà sfiorano i calici di champagne Vranken Pommery Brut Apanage (note burrose di pasticceria e riflessi da diamante giallo e bollicine: in un bicchiere tutta l’atmosfera del Ballo).

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Il Ballo del Doge arriva al suo 25esimo anno. Ed è innegabile che il tema dell’edizione Rebirth & Celebration risuoni in ogni stanza del palazzo di tre piani, ognuno dedicato a un tema: Madre Natura(pian terreno), Il Tempo (primo piano), il Piacere (secondo piano). Quel tempo scorre, oppure no, tra le performance e le tavole imbandite, tra la dedica di compleanno (a mezzanotte) di Zucchero (Fornaciari) ad Antonia. Il tempo scorre mentre i palati si addolciscono tra le creazioni di Luca Marchini (una stella del Ristorante l’Erba del Re di Modena), il tempo scorre mentre cappellai matti sciabolano magnum di Vranken-Pommery, il tempo scorre mentre ballerine di burlesque conquistano Leoni d’oro.

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In un’epoca social(mente)utile mascherarsi senza filtri ma con costumi d’epoca - e di scena - è la più onesta provocazione? Chiedetelo alle dame che rinunciano allo smartphone perché troppo intente nel (so)reggere lo strascico portato all’indice come un anello prezioso. Chiedetelo agli uomini che, dietro le maschere, provano a corteggiare con le stesse armi del Casanova dame impettite per dovere di cronaca (stilistica). Chiedetelo alla stessa Venezia, unica città al mondo in grado di rinascere in qualunque epoca voglia: unica città così immutata da secoli da farti vivere in un’altra epoca anche quando si lascia Palazzo Pisani Moretta. Perché spiando Venezia dalla barca, alle quattro di mattina in Canal Grande, non si trova nessun riferimento immediato alla nostra modernità. Forse solo quel nobile che in tabarro nero attende paziente il prossimo vaporetto.

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