La masseria in Salento dove gli ospiti sono tanti Adami ed Eve che raccolgono i frutti del desiderio

Luogo del peccato (di gola e di altri 6 a scelta) come una storia di famiglia si è trasformata dalla passione per i fichi alla sublimazione del welcoming.

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Alcune delle meraviglie ricettive del Salento sono state costruite attraverso processi evolutivi lenti. Prendete il Castello di Ugento, che oggi ospita un boutique hotel con scuola di cucina, il cui pedigree sembra la mappa concettuale di una hit di Franco Battiato, essendoci passati, nell’ordine: messapi, greci, romani, bizantini, normanni, svevi, angioini, aragonesi, designer milanesi, turisti americani, aspiranti chef cinesi.

Altre strutture salentine, altrettanto straordinarie, ma per motivi diversi, sono invece il frutto di idee e sforzi così coerenti e concentrati che, per nascere, non necessitano di alternanze dinastiche plurimillenarie, ma solo di un Big Bang unifamiliare. Vent’anni fa, nella contrada Giammanigli, agro di Serrano, frazione di Carpignano Salentino, non c’erano che pascoli di pecore e qualche antica pagghiara (piccole costruzioni a secco simili a trulli mozzati in cima, chiamati anche furni o furnieddhi, i capisaldi dell’interior design rurale), il tutto immerso nella terra rossa, fertilissima e ricca di calcare (russa). Oggi, la tenuta di Furnirussi è principalmente tre cose. La prima è il più grande ficheto biologico d’Europa (e forse del mondo, se solo un agrimensore dal cuore impavido si decidesse a misurare, una buona volta, l’unico ficheto rivale, al confine tra la Turchia e il Kurdistan). La seconda è l’unico resort di lusso a sud di Brindisi degno di competere a testa alta con le masserie a cinque stelle di Fasano e Monopoli. La terza, e forse più importante, è un esperimento sociale sul tema della felicità terrena.

Per sintetizzare il modello cosmologico di Furnirussi è utile prendere in prestito uno di quei web meme che celebrano, a un tempo, l’apprensione e l’intraprendenza delle tipiche donne del Sud. È quello col ragazzo che esclama: “Mamma, buoni questi fichi!”. Il giorno dopo: una coltivazione di fichi sotto casa. Lei vestita da fico. Confetture di fico. Fichi ovunque. Correva l’anno 2006. Insieme, quella mamma (Anna Maria Balena) e quel ragazzo (Luigi De Santis), con l’aiuto scientifico di un biologo (Francesco Minonne), in meno di 10 anni hanno dato vita alle tre anime di Furnirussi.

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Il vantaggio di una genesi ex novo non è un difetto: è, al contrario, la vera forza di questo luogo. Solo disponendo di una tela bianca, Luigi ha potuto realizzare alla lettera il progetto di far convivere simbioticamente, in equilibrio da giocoliere, psicologo, impresario teatrale e manager, un hotel a cinque stelle (con l’80% degli ospiti stranieri, e un eliporto privato) dentro un’azienda agricola che produce industrialmente sei varietà di fico e ospita una comunità stabile di galline. Non è un caso se la sua tesi di laurea, alla Scuola alberghiera di Losanna, è stata sull’unione tra le scienze agrarie e quelle dell’ospitalità, tra terroir e conciergerie. Una volta finiti gli studi, e dopo aver girato il mondo facendo tutti i possibili mestieri dell’accoglienza, il ragazzo è tornato a Serrano. Furnirussi è quella dissertazione che ha preso vita, rendendo la componente turistica e quella agricola l’una il valore aggiunto dell’altra. Per questo, Furnirussi non è solo un resort pensato bene: è un test, al limite dell’utopico, di come potrebbe essere il Salento turistico se solo, di punto in bianco, un bel giorno si facessero tutte le scelte giuste, e nell’ordine giusto: studio, visione, esecuzione.

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Non possono esserci arrivi graduali a Furnirussi. Prendi la stradina di campagna giusta, in una landa di Salento dimenticata dal marketing, in cui i centri estetici e i kebabbari si possono chiamare allo stesso modo (Eden), e ti ritrovi dentro questo tableau vivant ispirato al paradiso terrestre. La forma della struttura principale del resort è quella di un furnu stilizzato, disegnato come un ciclopico esercizio di pixel art, e cita il format originale contadino come la concattedrale di Taranto, progettata da Gio Ponti, cita la chiesa romanica pugliese. Come gli ingredienti di base della cucina del ristorante, anche i materiali utilizzati per innalzare questa meta-pagghiara sono a chilometro zero: tufo, calce e pietra leccese. Pure i dipendenti dell’hotel provengono dai paesini limitrofi, sebbene tutti, come Luigi, prima di lavorare qui si sono fatti le ossa all’estero e parlano almeno un’altra lingua, oltre all’italiano e al dialetto salentino stretto.

Qui il viaggiatore cessa di essere cacciatore (modello Gallipoli) e torna esploratore raccoglitore

Al centro della tenuta, quello che solo un ospite alle prime armi potrebbe scambiare per una infinite pool è, in verità, un laghetto artificiale di biodesign, il cui fondale segue l’andamento naturale della terra. Non ci si tuffa: ci si immerge camminando tra le canfore. Ampio un chilometro quadrato, è fatto di malva naturale, marmo e quarzo. Qua e là affiora una delle pietre del terreno originale, come scogli di campagna. Le caratteristiche del laghetto simboleggiano perfettamente quelle di tutta la struttura, di cui è il vero manifesto poetico. Qui, l’infinito del bordo non è solo una linea impercettibile di demarcazione tra acqua e paesaggio, come accadrebbe in qualunque piscina a sfioro, è il confine stesso tra natura e architettura che vacilla, mentre increspiamo la superficie con un alluce fresco di pedicure. Quel laghetto, a metà strada tra un film di Paolo Sorrentino e una visita guidata nel super-io di Edoardo Winspeare, è il centro della vita sociale di Furnirussi dove, ogni mattina, si fanno e si disfano gli accordi sulla graduatoria per il percorso Kneipp della SPA, si premia il pre-adolescente che fa più silenzio e, soprattutto, si decide chi avrà diritto all’amaca nel giardino delle essenze mediterranee (da cui si preparano tisane), la vera sovrana – monoposto – delle amenità furnirussiane.

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Qui trovate l’habitat ideale per studiare da vicino le abitudini di esemplari autentici di una razza ancora rara, in Salento: il turista alto spendente, di cui è presente una coltura biologica. Qui il viaggiatore cessa di essere un cacciatore (modello Gallipoli) e si ricongiunge placidamente con un passato ancestrale da esploratore-raccoglitore. Il resort è fatto di 24 suite (come in tutti gli Eden che si rispettino, ci sono solo suite), di cui 22 si aprono sui due lati del giardino mediterraneo (11 per lato, ciascuna intitolata a una varietà di fico, o fica, come declina il dialetto locale: dalla Petrelli alla Pasulida, dalla Citrullara alla Paccia, e così via). Altre due camere sono sulla sommità della reception, con vasca da bagno privata, e vista sul creato.

“La vostra casa, lontano da casa”

Gli ospiti, come tanti Adami ed Eve, sono istruiti a cogliere direttamente dagli alberi della proprietà tutti i frutti che desiderano. Se il paradiso terrestre fosse in Grecìa salentina, e al posto delle mele ci fossero stati i fichi, la Genesi sarebbe andata a finire diversamente. A qualunque ora e in qualunque posto della tenuta si può fare colazione, pranzare o cenare, non importa se a bordo laghetto o sotto uno dei pergolati. Il motto di Furnirussi è: “La vostra casa, lontano da casa”. Certo, per capirlo a fondo dovete avere una casa veramente molto bella.

Quello che colpisce di più, nel mettere piede a Furnirussi per la prima volta, è il silenzio. Un silenzio da ascoltare e da coltivare, che sembra assecondare le tue inclinazioni: se ami scrivere, scrivi di più; se ami correre, corri di più. Gli sposi più accaniti sono visti sgattaiolare nel cuore della notte fuori dalla suite, ghermire un fico (antichissimo simbolo di luce, forza, fertilità) da uno degli alberelli che fanno come da guardia alla tranquillità della notte, un vaso per ogni suite, e rincasare, rigenerati, felici di quel doppio piacere ginnico e gastronomico a un tempo che l’ebbrezza e la saggezza gli fanno chiamare con un solo nome: amore.

Certo, manco a dirlo, è se ami molto il fico che hai fatto davvero bingo, grazie allo chef resident: Alessandro Pascale, di cui uno dei suoi best seller consolidati è la tempura di fico. Quest’estate, per la cena del fico, la festa annuale di Furnirussi, Alessandro ha sfidato Angelo Prezio, lo chef di Gola, il ristorante di Fulham inventato da Aaron Rutigliano e preferito dai calciatori del Chelsea, sul tema della migliore cena da cinque portate a base di fichi. È tutto fichissimo.

Ci domandiamo quale possa essere il peccato originale di questo Eden contemporaneo. Quale demone tentatore muova le sue spire tra i rami degli arbusti bio. Con cosa tenterà questi bambini, che sembrano aver dimenticato l’esistenza di Candy Crush, mentre rompono fichi Petrelli a mani nude, beandosi del sapore che hanno e che solo qui possono avere? Forse delle merendine, imboscate da qualche mamma furnirussiana ancora di primo pelo? Forse il chiasso, YouTube, i bisticci, la lusinga di una rumorosa partita a racchettoni, magari con qualche punto da contestare? O forse, semplicemente, tutto quello che non va nella vita di oggi, e che ci aspetta dietro il cancello, a vacanza finita? Chissà, forse è un po’ irresponsabile proporre all’umanità di annegare le principali questioni poste dalla vita di oggi nel laghetto di un resort a cinque stelle sperduto nella campagna grika, se non altro perché metterebbe in difficoltà sia le infrastrutture pugliesi (che già non sono messe benissimo), sia il sistema di prenotazione della tenuta. Eppure, in attesa che il resto del Salento e del mondo si adegui, non abbiamo di meglio da consigliarvi.

Questo è il Salento della ricettività chic come potrebbe e dovrebbe essere

Furnirussi è un’università di turismo a cielo aperto che ha per corpo docente 5000 alberi di fico e le cui lectio magistralis sono impartite dal sole, con qualche supplenza della luna. Questo è il Salento della ricettività chic come potrebbe e dovrebbe essere: mai così campestre da non essere anche smart ed elegante, ma nemmeno così ornato da impedire di sporcarcisi i piedi allegramente. Di più: è un’indagine di mercato sul futuro economico di questa terra, sotto forma di simulazione di vita in un giardino delle delizie. Un empireo talmente empirico che non ha bisogno di promettere la vita eterna a chi lo frequenta, intimandogli di rispettare chissà quali regole o etichette, come se fossimo in un paradiso terrestre qualsiasi, o a una cena di gala nelle campagne gentrificate dei dintorni di Tricase. Più concretamente, Furnirussi riesce a porre l’ospite talmente a stretto contatto con quella forma di simbiosi tra uomo e natura che si chiama agricoltura, e riesce a eccellere tanto in quella disciplina (niente affatto improvvisata o improvvisabile) che si chiama hotellerie di lusso, che qui l’immortalità - e la conseguente fidelizzazione del cliente - non si ottiene per intervento divino, sospendendo la biologia, come nelle mitologie classiche, ma per continuità con la terra, come nelle più belle storie contadine.

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