Viaggio in Giappone sulle tracce degli haiku

Un diario di viaggio ci racconta la regione giapponese di Tohoku, culla degli haiku (involtini di sushi letterari) e di una natura che la fa da padrona (tranne nei curatissimi templi)

Tempio di Yamadera
Deposit Photo

Scolpito su una roccia c’è un haiku del 1689, è all’ingresso del tempio buddista di Motsu-ji, nella cittadina di Hiraizumi. Basho, il più famoso scrittore di haiku della storia, lo compose in memoria di alcuni samurai locali, durante il soggiorno che avrebbe fruttato il suo capolavoro, L’angusto sentiero del nord. Si riferiva alla regione di Tohoku, quella parte di Giappone così lunga e stretta che in primavera l’hanami, la celebre fioritura dei ciliegi, impiega settimane per tingere tutti i suoi alberi in una carezza colorata, e in ottobre è altrettanto lenta l’inversa ondata rossa d’autunno. Il parco del tempio riproduce il paradiso terrestre in miniatura: un laghetto sta per l’oceano; le vette, ricoperte a un’altitudine di quattro metri scarsi da pini e cipressi, sono le catene montuose del mondo. In un Paese in balia di mostri atmosferici e tellurici - nel 2011, proprio qui il terremoto più potente mai registrato in Giappone ha causato uno tsunami con picchi di 25 metri e oltre 15 mila vittime - forse è un tentativo di esorcizzare lo strapotere della natura con il gusto per ciò che è piccolo, delicato, a misura umana. Una tendenza che in Tohoku s’incarna in parole e cose. Sulle passerelle che corrono parallele al torrente del villaggio termale di Ginzan Onsen, dove in inverno la neve è così abbondante da venir spalata ogni mattina, per non deformare i tetti delle case di legno, sono riprodotti candidi fiocchi stilizzati, su tessere di ceramica. I 260 isolotti di Matsushima, che emergono dall’omonima baia con la grazia dei bonsai, sono considerati dai giapponesi una delle meraviglie nazionali, ci trovano somiglianze come si fa con le nuvole: quella è una tartaruga, quell’altro un pescatore che fuma. Sulle alture più impervie, monaci yamabushi soffiano dentro a conchiglie sonore per ringraziare i monti e i fiumi che portano la vita al mare.

Gli isolotti di Matsushima
Masahiro Noguchi

La cucina kaiseki servita nei ryokan, gli alberghi tradizionali, frantuma l’universo commestibile in decine di piatti-boccone. A Naruko, la figura umana è trasformata in bambole di corniolo lunghe venti centimetri, le kokeshi, con crisantemi dipinti sul ventre. La stessa tettonica a placche che ha formato qui il monte Zao, col suo borbottante cratere riempito da un lago verde, ha anche formato gli onsen, bagni termali con trucioli di sale chiamati “fiori d’acqua calda”. E il fato, capace di aprire la terra e sollevare gli abissi in un attimo, viene esorcizzato da souvenir da luna park. Nei templi, accanto agli altari, si trovano distributori di biglietti della fortuna da 100 yen: i cattivi presagi vengono abbandonati su grate di ferro, vicino a buddha di plastica simili a tamagotchi.
E poi ci sono gli haiku: involtini di sushi letterari, che infiocchettano l’immensità in 17 suoni. Nella regione, complice il mito di Basho, comporli è un passatempo diffuso, specie tra gli anziani. Il signor Kaumagai, un tassista ingrigito che muove il piede sull’acceleratore come per spegnere sigarette a terra, assicura di essere innanzitutto un autore di haiku. Li compone nelle pause tra le corse notturne, ai bordi delle strade di Ichinoseki, a 35 minuti di treno dalla gola navigabile di Geibi-kei. Arrossisce, sventola un opuscolo autopubblicato, dice che le sue composizioni sono sensuali. Recita: «Campi di iris in fiore/mi ci immergo/i tuoi seni maturi».

Erba d’estate Tutto ciò che rimane Dei sogni di grandi guerrieri (haiku)
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C’è chi considera gli haiku qualcosa di più di un passatempo a tassametro fermo.

Serata fresca di primavera
Buio e da sette giorni
Scosse d'assestamento

L’autrice, Yoko Iwabuchi, è responsabile del gruppo di poesia Tabashine di Hiraizumi. Nel giardino del Chuson-ji, principale tempio del buddismo Tendai della regione, Yoko raccoglie una foglia di acero e dice: «È già rossa. Nell’haiku è importante il kigo, cioè un riferimento alla stagione, un colore, un frutto: una password per accedere a un determinato stato d’animo. Poi c’è il kireji, la parola che taglia». Con indice e medio mima le forbici: «È un kanji, un sentimento intraducibile nelle lingue occidentali, è un vuoto tra due pieni, un’attesa di compimento. Spesso è un’inversione di significato, un “ecco” paradossale. Nell’haiku che ho scritto nei giorni del terremoto, il kireji sta dopo “sette giorni”. Un contesto negativo, dopo il taglio, può rivelare una conseguenza positiva, e viceversa». La natura non è solo la materia dell’haiku, ne è l’autrice. «Il termine che usiamo per “comporre” suona “yomu”, cioè “leggere”. Leggiamo gli alberi, il cielo, gli tsunami». Lo zen e l’arte di leggere un acero. A pochi passi dal palco del teatro No di Chuson-ji, il capo dei monaci del tempio, Sasaki Housei, autore di haiku, con ventaglio in una mano e rosario tibetano nell’altra dice: «Un tempo si recitava a cielo aperto: gli elementi erano attori dello spettacolo, anche in ciò che è terribile può nascondersi la poesia». Continua: «Poco dopo il cataclisma del 2011 vidi la foto di una bambina addormentata sul quaderno con la penna in mano. Aveva scritto: “Mamma, ma non torni proprio più?”».

Villaggio di Zao Onsen
Getty Images

Sulle orme di Basho, arrivo a Yamadera, sede del museo dedicato al poeta. «Tra i resti di una libreria crollata con un altro terremoto, quello di Hanshin-Awaji del ’95, hanno trovato il manoscritto originale de L’angusto sentiero del nord», spiega la maestra di haiku Nami Takeda, in kimono grigio. Nel cortile del museo, un banano rachitico. Takeda lo indica: «Siamo troppo a nord. Per questo Matsuo Chuemon Munefusa scelse il nome d’arte di Basho: banano. Qualcosa di fragile, in balia dei fenomeni». Accomoda sul tatami, davanti a un’alcova con pergamene calligrafiche e ikebana, recita un suo haiku:

Poco a poco
Si scopre l’amaro
Il cuore della mela

Con gentilezza cerca di farmi capire. «Troviamo la bellezza in ciò che è difettoso e usurato». È questa l’estetica giapponese wabi-sabi. «È il contrario del kitsch, con quell’ostentazione di una perfezione artefatta». La concisione dell’haiku lascia anche spazio alla fantasia dei lettori. «C’è un termine, zessuru, che significa sia creare sia immaginare. La prima azione è dell’autore, la seconda del lettore». L’interpretazione si affida all’ishin-denshin, l’interazione “da cuore a cuore”. «Una telepatia emotiva, in cui conta più il non detto». Al di là delle vetrate, tra le nuvole, il tempio Risshakuji, conosciuto anche come Yamadera. Dove Basho ha scritto:

Questo completo silenzio
Penetra fin dentro le rocce
Canto di cicale

I mille gradini che portano al tempio di Yamagata
Sean Pavone / Alamy Stock Photo

Per raggiungere il tempio bisogna salire mille scalini tra pini neri e macachi. A dire il vero, quantomeno in estate, il silenzio del cammino oltre che dalle cicale è increspato dai fiati grossi dei pellegrini. Raggiungere la cima significa completare un ciclo vitale: quindi, morire. La discesa sta per la reincarnazione. Alla pareti del tempio in vetta sono appesi dei dipinti. Scene di vita quotidiana, matrimoni, ritratti di famiglia: vite mai vissute. Quadri commissionati da chi ha perso qualche parente caro. Universi paralleli a olio. Una distesa di erba secca: è lo scenario che si apre attorno al Memorial Hall Tsunagu Kan nel quartiere di Minamihama, a Ishinomaki, spazzato via nel 2011 da uno tsunami di 8 metri. Di 1.700 case non ne rimane in piedi nemmeno una. Un parco prenderà il posto dell’abitato. Si chiamerà Kokoro no Mori, “foresta del cuore”. L’ideatore del progetto, Yasushi Kotono, dice: «Tra dieci anni qui ci saranno 150 mila alberi. In una zona distrutta dalla natura, l’opera di ricostruzione è affidata alla stessa natura». Non riesco a trattenermi, mi ritrovo a pensare: ma che cosa sarà mai, dopo tutto, questa benedetta natura? La risposta è della maestra di haiku Nami Takeda: «La natura sono io».

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