Nel giardino di Boboli puoi incontrare tutti gli amori della tua vita

Tutto merito di una donna, Eleonora di Toledo che ebbe la visione e il capriccio più green della storia di Firenze.

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No, Firenze non è solo la città monumento che ti rapisce per un weekend. Oltre a musei come gli Uffizi, al Duomo, al Campanile di Giotto, a Ponte Vecchio, vi è un’attrazione Patrimonio UNESCO, ideata e sviluppata in quattro lunghi secoli – dal Quattrocento al Novecento – emblema del giardino all’italiana e vero e proprio museo a cielo aperto grazie alla varietà e ricchezza di strutture architettoniche e statue presenti al suo interno. È il Giardino di Boboli, scelto anche da Dan Brown come sfondo del suo Inferno, ma, con una presentazione del genere, risulta difficile chiamarlo solo giardino.

Già pensare di avere un polmone verde di oltre 45 mila mq all’interno di una città – per di più storica – risulta sbalorditivo, ma la visita del Giardino di Boboli, che si estende alle spalle di Palazzo Pitti, altro simbolo fiorentino, diventa ancora più interessante e accattivante se strutturata come una caccia al tesoro: esplorare ogni viale, angolo e parte del labirinto conservatosi alla ricerca delle numerose statue, fontane, grotte, sculture, varietà vegetali e stravaganze, raccolte dalle tre famiglie che si susseguirono alla proprietà.

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Per lo sguardo una sfida costante trovandosi conteso tra la bellezza del giardino, le opere in esso racchiuse e gli scorci e vedute della città che, cingendolo e quasi proteggendolo per tutti questi secoli, continua a creare la cornice di un quadro perfetto da ammirare con tutta la lentezza del caso, per apprezzare ogni singolo dettaglio.

Ma qual è la storia del Giardino di Boboli? Tutto nacque da una serie di fortunati acquisti di terreni, i primi nel 1342 e a seguire quelli di Luca Pitti nel 1418 per realizzare la costruzione dell’omonimo palazzo di famiglia. Fu solo nel 1549, però, con i Medici nella figura di Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I, che il giardino vide il più importante lavoro di ampliamento e trasformazione, triplicando la sua estensione. Eleonora, amata e adorata dal marito, capace di generosità e numerose donazioni verso il popolo fiorentino, agì come la più classica delle mamme chiocce che si rispetti: madre di undici figli, ne aveva già visti troppi morire in tenera età a causa dell’aria insalubre di Firenze. La sua speranza era quella che almeno nella zona dell’Oltrarno, un grande giardino arioso avrebbe risolto i problemi che affliggevano la sua famiglia. A dirigere i lavori Niccolò Tribolo, superbo architetto, sostituito dopo la sua morte da altri nomi di spicco come il Vasari, l’Ammannati e il Buontalenti quando ormai Pitti e giardino erano passati sotto la famiglia dei Lorena prima e dei Savoia poi.

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Il risultato fu sicuramente eccelso: un’oasi di verde e di ricchezza giunta fino a noi. Non solo: il costante ampliamento e arricchimento, specialmente per quanto riguarda la collezione di statue, è tutt’oggi una delle prime caratteristiche che salta all’occhio: la vasta superficie suddivisa in modo regolare accoglie una pluralità di stili appartenenti a epoche diverse che, creando un effetto inatteso, ben si amalgamano tra di loro e al paesaggio, seducendo anche il più disincantato dei visitatori. A ciò si aggiunge il fascino delle numerose grotte presenti, prima fra tutte quella celeberrima realizzata da Bernardo Buontalenti, e di grandi fontane, come quella del Nettuno e dell’Oceano.

Inoltre, il Giardino di Boboli cela numerose curiosità e aneddoti nati da questa peculiare commistione di stili. Ad esempio, l’Anfiteatro centrale da cui diparte la splendida prospettiva sui giardini non doveva esistere: al suo posto erano previsti alberi ad alto fusto che non fu possibile installare a causa dell’intensa attività di estrazione che interessò quella che un tempo era una collina di pietra, quest’ultima utilizzata per la realizzazione di Palazzo Pitti. Come sistemare la faccenda? Aggiungendoci delle gradinate: era il 1599 e tutta la nobiltà si godeva comodamente seduta le rappresentazioni teatrali tanto in voga in quel periodo. Risale invece al 1790 la collocazione dell’obelisco egiziano datato al XVI secolo a.C, l’unico e al contempo il più antico monumento di tutta la Toscana che non manca di essere spesso associato a esoterismo e massoneria. Nel 1840 venne accompagnato dalla grande vasca in granito grigio scolpita in un unico blocco e proveniente forse dalle Terme Alessandrine di Roma.

La meraviglia non finisce di certo qui: percorrendo il lato destro che costeggia via Romana, ci si imbatte nella Limonaia adibita alle più disparate sperimentazioni di Cosimo al quale si deve – tra l’altro – l’importazione dei limoni in Toscana che, durante l’inverno, trovavano in essa il clima ideale per prosperare. Tutt’oggi è possibile ammirare piante di agrumi risalenti all’epoca dei Medici, con molta probabilità da loro stessi coltivati: una famiglia con un estro indiscusso e con un’inclinazione a condurre esprimenti botanici avveniristici per l’epoca. Numerose sono le attestazioni delle altre piante esotiche coltivate a Boboli: ananas, caffè, bergamotto, tarocco, bergamotto, perette e pompelmo.

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Nella lista del cosa vedere al Giardino di Boboli spicca il settecentesco padiglione del Kaffeehaus: un edificio in stile rococò voluto nel 1778 da Pietro Leopoldo e utilizzato per bere gustose cioccolate e degli ottimi caffè assieme a sui ospiti, ma anche per riposarsi dagli obblighi della vita di corte godendo della suggestiva vista su parco e città. Non ci sono dubbi: godersi la vita è un’arte e Pietro ci sapeva fare.

L’itinerario del Giardino di Boboli, però, non può non concludersi con una passeggiata nell’intricato sistema di gallerie formate da cerchiate di lecci per rivivere le atmosfere dei fasti di corte e, perché no, fingersi una dama in cerca di un po’ di frescura dalla calura estiva e di un luogo appartato in cui spettegolare.

Insomma, molto più di un giardino: un luogo di importanza storica per la città, un polmone verde per quest’ultima e un autentico parco monumentale da apprezzare in almeno tre ore in cui il magico intreccio di verdi architetture renderà suggestiva la visita in qualunque stagione – o con i caldi colori autunnali o con quel tripudio di colori tanto tipici della primavera – consentendo di cogliere a pieno lo spirito che le tre diverse corti, che si avvicendarono nella gestione dei territori, portarono con sé, dando a vita a un giardino tradizionale, ma capace di rinnovarsi costantemente, senza paura delle novità.

PS. Ma ora che la visita è giunta al termine, una domanda sorge spontanea: qual è l’origine del nome Boboli? Come mai non reca il nome della moglie di Cosimo I, colei che per prima si interessò a un progetto di ristrutturazione? L’ipotesi più accredita indica che Boboli nasce semplicemente da una contrazione popolaresca del cognome della famiglia Borgolo che per prima aveva in gestione i territori di Santa Felicita in Oltrarno su cui poi sorse il giardino. Onore sì dunque al proprietario, ma non al più celebre.

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