Se state leggendo queste righe vuol dire che nessuno si è fatto del male, né umani, né cani, né orologi, né telefoni. Questo è il racconto di un test in condizioni estreme di un nuovo device, diventato progressivamente la puntata di una serie tv con location all’Hotel Chalet RoyAlp di Villars-sur-Ollon, in Svizzera. Il device da provare è il Samsung Galaxy Watch, e ciò spiega d’anticipo perché questa storia sarà piena di coreani. Nel frattempo, però, al punto di incontro degli opinion leader che dovranno partire, il Samsung District di Milano, c’è solo Marco Fantini e sto pensando a quante figlie di mie amiche si esalterebbero se lo sapessero. Marco è uno degli instagrammer più famosi – ha superato il milione di follower -, tanto che ne conoscevo il nome persino io -, ma non ne immaginavo la stazza. È alto come un corazziere di guardia al Quirinale eppure si muove come se scivolasse attraverso l’ambiente che lo circonda, senza mostrare alcuna sudditanza verso ciò che indossa (e che l'ha reso uno dei profili Instagram più seguiti in Italia). Dopo una presentazione formalissima gli faccio qualche domanda da zia e mi racconta (in modo disarmante) la sua vita di testimonial perpetuo, conteso, condiviso di un sacco di brand, Samsung compreso di cui è utilizzatore lui stesso, però. La vita di questi ragazzi orbita con gratitudine intorno alla tecnologia.

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Joe Stephens

Arrivano gli altri membri della delegazione italiana, una giornalista (simpatica) e il secondo testimonial ufficiale della spedizione. È Alessandro Marras, biondino giramondo da 168mila follower su Instagram con abbastanza intelligenza ed energia addosso da caricare un cellulare solo tenendolo in mano. Durante il viaggio si succederanno molte avventure ma questi due piccoli (si fa per dire) lord che ti aprono le portiere - i ragazzi educati esistono ancora - sono capaci di cambiarti la giornata in poche ore a colpi di onde elettromagnetiche, e farti ricredere sul concetto di “influencer” che loro due, inspiegabilmente esenti da vanità, evitano. Intanto, propongono gli scambi di follow su Instagram, “ne hai troppi pochi, ora ti do una mano”, dice Alessandro Marras che lancia la scommessa: entro la fine del viaggio aumenteranno. In effetti, dieci minuti dopo il loro clic – siamo in viaggio in auto e la densità di cellulari nell’abitacolo è altissima – già sono aumentati di 34. “La gente si chiede perché ti stiamo seguendo e ci imitano”, mi spiega placidamente Marco Fantini. Esamino i loro profili e la prima cosa che noto è che tutte le foto sono della stessa tonalità, come se rispettassero – anzi, lo fanno – una linea editoriale precisa. Prendo nota, si sa mai nel futuro possa tornare utile. Intanto attraversiamo i paesi del Canton Vaud dove nei giardini delle famiglie, invece delle vecchie biciclette o delle vasche da bagno da rottamare ci puoi trovare al massimo una cabina della funivia arrugginita.

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Il viaggio dura quattro ore, con qualche pisolino e tante suonerie che vibrano in silenzio. Ben presto si cominciano a intravedere gli scenari mozzafiato delle Alpi innevate, l’aria diventa più frizzante, i cartelli sempre più francofoni. L’Hotel Chalet RoyAlp si può definire “chalet” allo stesso modo con cui quella parola la usa la regina Elisabetta per parlare delle “casette” dove sistema i nipoti, tipo la tenuta di Sandringham o il Frogmore Cottage di 450 stanze. Dentro è tutto lussuoso, natalizio, svizzero e di montagna, dalle sculture delle marmotte sparse ovunque alla pelliccia che tappezza dai cuscini all’interno dell’ascensore. Proprio l’ascensore foderato diventerà la location preferita per i selfie di ogni delegazione, persino di quella dalla Germania, orgogliosa patria del coprivolante in peluche. Prima di allacciare gli smartwatch al polso dobbiamo essere istruiti sul loro funzionamento. Ma siccome il volo dello staff Samsung dalla Corea è in ritardo, prima del tutorial si sperimentano, accompagnati da vino rosso, piccoli finger food svizzeri di cui gli ingredienti principali sono, inesorabilmente: burro doppio concentrato, zucchero o sale. Sono buoni da morire, e quando i ragazzi coreani si scusano dell’attesa tutti rispondono più o meno, placidamente e beatamente storditi di dopamina: “no problema at all”. Il tutorial inizia e viene spiegato che il Samsung Watch deve essere accompagnato da un telefono, per cui, appena sistemato l’abbinamento fra orologio e un Samsung Galaxy Note 9 per ogni utente, se terrai il cellulare in tasca potrà capitare di sentire vibrare polso e cuore in contemporanea. Il Samsung Watch può monitorare praticamente tutto, i battiti cardiaci, lo stress, i passi che facciamo, quante ore di fitness abbiamo svolto in una settimana, la qualità del sonno e quanta fase REM abbiamo vissuto nella notte. Non si scappa. Ma l’attenzione del 99,9% delle donne viene catturata quando si parla di Bixby, l’assistente magico che fra un milione di cose ne fa una miracolosa: calcola le calorie nel piatto davanti a te, che hai appena fotografato.

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Le camere, anche senza le sculture di marmotte, sono lussuose, svizzere e di montagna. Se ti capita quella con il tetto spiovente e la vista sulle Alpi sono proprio da sogno. La penna sulla scrivania è di legno, i bagnoschiuma sono alle erbe di montagna e c’è un portasalviette rivestito - anche quello - di pelliccia. Le Alpi, fuori della finestra, ti guardano con alterigia. C’è solo un piccolo dettaglio: i Samsung Watch vanno testati sulla neve e, a parte le cime delle montagne, di bianco non c’è nulla. Tutto è coperto da uno strato di erbetta allegrissima e da muschio occasionale. Un problema che ci si porrà la mattina dopo: magari durante la notte nevicherà, si ripete tutti mentendo a se stessi perché l’immancabile Watch ha già avvisato che splenderà il sole più che nelle vacanze estive di Heidi. Intanto si va di fonduta in una saletta che sembra la scena di un banchetto del Trono di Spade. Si evita accuratamente di spiare sul quadrante il milione di calorie ingerite e si spera di smaltirle il giorno dopo.

In effetti, la mattina dopo c’è una veloce seduta di yoga con Holly, l’insegnante svedese-americana. L’obiettivo è pulire i polmoni, per cui si pratica con le vetrate aperte. E improvvisamente i due gradi che sembravano un oltraggio riscuotono grande rispetto. Le asana sono leggere e di stiramento, l’insegnante invita a visualizzare il volto di una persona che ci fa stare bene ma, forse a causa della fonduta della sera prima, a occhi chiusi mi compare solo Snorlax, il Pokèmon grasso. Sarebbe previsto un breakfast leggero e healthy, ma se poi nella saletta sono esposte anche le uova strapazzate e il Rosti, le frittelline tipiche di patate e cipolle, addio. Mentre si mangia, ci spiegano come fare telefonate col Samsung Watch, ed è subito effetto James Bond.

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L’assistente sul polso comunica la tappa successiva: un trenino di montagna pieno di volanti e manovelle che una signora nerboruta manovra gonfiando i muscoli e puntando i piedi sul pavimento mentre si sferraglia su per la montagna. Si passa tra gli alberi, spuntano vedute da film, nessuno resiste a sfoderare gli smartphone abbinati al telefono per scattare più foto di quante ne contenga l’Archivio Cantonale Vodese. Destinazione: il passo alpino di Col de Bretaye a caccia di un po’ di neve che, finalmente troviamo. Proviamo così a sotterrare il polso nel bianco e non succede nulla, continua a funzionare, così come funzionerà al mare. C’è un piccolo lago ghiacciato alle pendici della montagna, con un microalbergo che non ha potuto evitare di chiamarsi Hotel du Lac e sembra una scena di Les Revenants, l’allegra serie tv francese. Nel ristorante ci invitano a una breve sessione di cooking – friggiamo del pesce che poi ci mangeremo – e Marco Fantini fa il solito figurone: “Ho fatto l’alberghiero”, confessa timidamente. La tabella di marcia è abbastanza serrata (meno male, perché il conto delle calorie sul quadrante è più alto di quelle consumate). Nel programma è prevista la corsa in slitta con i cani, ma quando si arriva in una località chiamata Cergnement, è pieno, sì, di cani ululanti ma zero neve (again). Uno dei cinturini che si può montare al Samsung Watch contiene la tecnologia per essere trovati più rapidamente dai soccorritori sotto la neve, per cui due esperti di salvataggi alpini impartiscono una lezione di rescue a chi è interessato, e si rivela più interessante di quanto un cittadino possa immaginare.

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L’idea sostitutiva della corsa in slitta viene svelata: i cani si possono legare in vita per fare una bella passeggiata in salita mentre tutto lo sforzo lo fanno loro. Mi assegnano una husky di nome Toruk con le spalle di Idris Elba e il vello all’aroma di fonduta. È docilissimo ma quando parte tira come un pazzo e per un attimo penso che cadrò a terra e farò io da slittino. Alessandro Marras invece si riprende noncurante col suo cane che lo tira, fa le stories addirittura, mentre io lotto per la vita. Al rientro l’addestratore mi spiega che i cagnoni sono irrequieti perché tirare la slitta li diverte, gli fa consumare energie, e senza neve sono fermi. Le energie, a proposito. Dopo la passeggiata/trascinata di Toruk il Samsung Watch mi dice "stress un po' alto", ma ho consumato un secchio di calorie. Bene. Però c’è un paiolo di vin brulè poco più in là, e una tavola piena di dolcini.

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La cena è prevista in una località chiamata Gryonne Valley, al Refuge de la Verneyere. Il bus ci lascia poco lontano per non toglierci il gusto di fare l’ultimo, suggestivo tratto a piedi con in mano una fiaccola a testa fasciata di ritagli di alveare piene di cera profumata. Una vera baita per chi si deve ristorare, ma che per il nostro arrivo si è rifornita di grandi quantità di formaggio Raclette. Il Raclette si taglia a fette e si scalda vicino al caminetto acceso. Quando è fuso a sufficienza si impiatta e si serve. Fra un piatto e l’altro passa del tempo, per cui Marco Fantini mi mostra filmati deliziosi della sua bella famigliola, composta da morosa e due bambini, mentre con pudore non necessario rammenta di aver conosciuto la sua compagna “in una trasmissione”, come se confessare di aver fatto il tronista di Uomini e donne fosse da biasimare (no, non lo è, soprattutto se dopo 7 anni con lei ci stai ancora insieme). Nella pausa successiva tra una Raclette e l’altra Alessandro Marras dà lezioni per editare professionalmente le foto e per produrre le Instagram Stories perfette. Lui ne fa una decina al giorno, non potrò mai stargli dietro. Dopo un numero imprecisato di fette di formaggio arriva il gelato alla pesca e liquore. Il Samsung Watch rischia di esplodere. La mattina dopo l’avventura è finita, si rimettono in valigia sciarpe e guanti mai usati, si fa ancora yoga e un’ultima colazione svizzera – il Rosti! – e si riparte con un filo di malincuore perché ormai la testa era entrata in una modalità onirica e ovattata, dove a scandire i bioritmi e ricordare che siamo fatti di sostanza c’erano solo le lucine sul quadrante di un orologio, che 50 anni fa si poteva immaginare solo nei film di fantascienza. Si sente sempre parlare di mal d’Africa, ma anche il mal d’Alpi, ragazzi, non scherza.

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