Sudafrica, la storia dei ragazzi Nati Liberi raccontata da Richard Mason

Il 27 aprile saranno 25 anni dalle prime elezioni democratiche. I Born Free sono nati dopo quella data e su di loro pesa il futuro. C'è molto da fare ma solo loro possono compiere il miracolo. Parola dello scrittore sudafricano.

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ILVY NJIOKIKTJIEN

La generazione nata dopo il 1994, quando il Sudafrica è diventato una democrazia multirazziale, viene di solito chiamata Born Free, nata libera.

La domanda è: libera da che cosa? Non dalla criminalità, che l’anno scorso è aumentata del 5%. Non da un sistema educativo che discrimina: i bianchi continuano a essere la stragrande maggioranza di chi si laurea all’università. Non liberi dalla corruzione: di recente un coraggioso pubblico ministero ha definito l’indagine che ha condotto contro l’ex presidente Jacob Zuma e i suoi complici una “State Capture”: hanno derubato lo Stato. Ha ragione. Il nostro ex presidente ha letteralmente tentato di appropriarsi delle risorse pubbliche, e l’aveva quasi fatta franca. Insomma, i Born Free provano a farsi strada nel Paese con più disuguaglianze nel mondo.

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Alcune libertà sono acquisite, e per il momento nessuno le mette in discussione. La prima è il cuore delle lotte anti-apartheid: la libertà di voto. La generazione Born Free ce l’ha, e usa la sua forza elettorale per mettere in guardia il partito al governo, l’African National Congress: se vuole mantenere la maggioranza in Parlamento deve cambiare.

I Born Free non devono preoccuparsi del terrorismo di natura religiosa che affligge così tante altre nazioni. Il Sudafrica è un faro della libertà di religione e di espressione. I diritti Lgbtq e delle donne sono protetti dalla nostra Costituzione. Anche se per molti omosessuali, specie quelli che abitano nelle aree rurali, la realtà è che gli atteggiamenti sociali restano profondamente conservatori, i Born Free e i gay ringraziano ogni giorno di non vivere in Tanzania o in Sudan.


Melrose Arch, sobborgo di Johannesburg. Una folla di ragazzi al concerto del rapper sudafricano Nasty C.
Ilvy Njiokiktjien

Sono queste le potenti contraddizioni che oggi dividono il Sudafrica, e i sudafricani gli uni dagli altri. I murales che ritraggono Nelson Mandela quando aveva vinto il Nobel per la Pace cominciano a sgretolarsi e a sbiadire, ma il sistema economico che lui ha ereditato resta visibilmente intatto. Ed è una piramide molto ripida: una ristretta fascia con redditi alti che vive con tutti gli agi che hanno i ricchi in Italia; un ceto medio che fa molta fatica; e un enorme sottoproletariato, la cosiddetta underclass.

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Oggi in Sudafrica il 70,9% della ricchezza del Paese resta in mano all’1% della popolazione, mentre il 58% vive in povertà. Quella che è cambiata, negli ultimi 24 anni, è la composizione etnica dei super ricchi. Ora si tratta di una élite “arcobaleno”. Nel 1913 il Natives Land Act (che ha abolito il diritto di proprietà dei neri, ndt) confiscò il 93% del Paese a esclusivo uso dei bianchi.

Ai “sudafricani europei”, beneficiari di questo furto, adesso si è aggiunta una élite black che sta recuperando con entusiasmo il tempo perduto - saccheggiando le casse dello Stato, depredando le aziende pubbliche e mostrando un disprezzo brutale per le sofferenze dei più poveri. In fondo non c’è da stupirsi. Quando è nata la nostra democrazia, le imprese europee non vedevano l’ora di poter corrompere i nostri leader politici, pagare miliardi di tangenti e venderci armi inutili. L’albero del nostro sistema democratico è stato avvelenato fin dall’inizio, e di conseguenza su molti dei suoi rami sono cresciuti i frutti più odiosi e più dannosi.

Il fatto che oggi per indagare questi crimini venga finanziata una commissione giudiziaria, e le udienze siano trasmesse in televisione in modo che tutti possano vedere, vuol dire che ora c’è davvero la possibilità che i responsabili vengano puniti, inclusi i ranghi più alti della nazione. È la prova di una cosa molto importante: che il veleno non ha contagiato tutti i rami. C’è chi è pronto a difendere le libertà duramente conquistate e per le quali così tanti, di tutti i colori, hanno combattuto e sono morti. Forse il nuovo presidente, Cyril Ramaphosa, è uno di loro. Solo il tempo e le sue azioni lo diranno.

Ma il futuro è sulle loro spalle. Opportunità e sfide che i Born Free dovranno affrontare, in larga misura, dipendono da dove sono nati e di quale colore è la loro pelle. Il ragazzo bianco che la mamma accompagna a scuola sembra molto preoccupato. Forse è preoccupato per il proprio futuro. La prospettiva di vita che un tempo per lui era garantita si è fatta più complicata, per via del Black Economic Empowerment - la politica legislativa studiata per garantire ai neri la proprietà, e la leadership, nel business. Dovrà dimostrarsi all’altezza più di quanto i suoi genitori abbiano mai dovuto fare, per poi magari scoprire che i vertici del successo professionale a lui sono preclusi per il colore della pelle. Magari farà fatica a trovare lavoro, e andrà a ingrossare le file dei cervelli in fuga verso l’Occidente.

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Un gruppo di giovani trova sollievo dal caldo estivo nella piscina di un hotel di Bela Bela, provincia di Limpopo.
Ilvy Njiokiktjien


In milioni di case sono sempre le donne nere a pulire i pavimenti delle famiglie bianche, mentre i loro figli giocano in township piene di polvere e martoriate dalla criminalità. La maggior parte dei neri continua a vivere in aree e sobborghi lontani dalle opportunità che ha chi invece vive vicino al centro delle città, da dove l’apartheid li ha espulsi a forza negli anni Sessanta e Settanta. Tutto questo ha reso e rende più difficile l’accesso a buone scuole e a lavori decenti.

Oggi non esiste più la segregazione razziale nelle scuole, ma il disagio sui volti degli studenti neri parla della difficoltà di studiare e imparare a fianco di chi ha frequentato elementari molto migliori delle tue. Il risultato è che quando gli studenti giocano nei cortili, se guardi bene, tra loro c’è una segregazione razziale che avrebbe fatto contento ogni politico dell’apartheid. I ragazzi neri ai lati, a destra e a sinistra, e quelli bianchi al centro. Ai sudafricani la legge permette, sì, di vivere insieme, di occupare gli stessi spazi, ma le vecchie divisioni sono dure a morire e resistono.

La grande maggioranza dei Born Free, tra i quali uno su tre non ha lavoro, si trova in una posizione delicata: così vicini e così tentati dal benessere e dalle opportunità dai quali però ancora li divide una grande distanza. Oggi i social media ti bombardano di immagini che mostrano persone che hanno tutto, e apparire e presentarsi bene non è mai stato così importante per l’autostima delle persone. Molti si sentono di avere il diritto a certi privilegi ma non hanno le capacità necessarie per ottenerli - e questo porta criminalità, frustrazione e angoscia.

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Il regime dell’apartheid ha distrutto le famiglie dei black africans, allontanando intere generazioni di padri e mandandoli a lavorare nelle miniere, e i loro discendenti ancora ne risentono. Il risultato è l’enorme numero delle famiglie monoparentali, che sono particolarmente povere, e la distruzione della tradizionale struttura familiare che era basata sulla responsabilità degli uomini. Uno dei programmi di maggior successo del governo è stato quello delle sovvenzioni e dell’assistenza sociali. Ma in assenza del livello di istruzione necessario per essere in grado di costruirsi da sé una vita soddisfacente, l’elemosina di Stato rischia di generare una cultura della dipendenza e mancanza di fiducia in se stessi.


Midrand. Tamaryn Green, Miss Sudafrica 2018 in posa con una fan. Le foto di quest pagine fanno parte di Born Free Generation/ Mandela's Children della fotografa olandese Ilvy Njiokiktjien, un lavoro in progress iniziato nel 2011. La Njiokiktjien è da poco entrata a far parte della prestigiosa VII Agency.
Ilvy Njiokiktjien

C’è anche un’altra faccia della medaglia: per i Born Free che osano sognare in grande, il
Sudafrica è la terra dove sono gli individui a potere davvero fare la differenza. La crisi che attraversa il nostro Paese non può essere risolta solo dal governo. Ci sarà bisogno di milioni di atti individuali di generosità, di bontà e di gentilezza per invertire il corso della storia. E sono molti i Born Free che stanno accettando questa sfida.

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Mia sorella Kay è morta a 24 anni. In sua memoria, insieme all’arcivescovo Desmond Tutu - anche lui Nobel per la Pace come Mandela - ho creato la Kay Mason Foundation. Per dirlo con le parole di Tutu, il nostro obiettivo è «dare una mano e mezzi per farcela da soli, non elemosina». La KMF aiuta i Born Free ad assaporare la libertà più grande: quella di realizzare il proprio potenziale. Non è solo una questione di istruzione, anche se noi ci occupiamo di mandare i bambini più svantaggiati a scuola. Aiutare una persona ad afferrare le opportunità e le responsabilità che la libertà comporta richiede un intervento molto serio e continuato nel tempo. Vuol dire lezioni supplementari, sostegno psicologico, uniformi e divise, libri di testo, provviste alimentari, opportunità culturali e regole rigide. In due parole: amore e limiti.

Sono proprio i Born Free a cui viene dato l’aiuto di cui hanno bisogno che oggi stanno cambiando ogni giorno in meglio il Sudafrica. I laureati della KMF sfuggono alla trappola della disoccupazione, diventano medici, giornalisti e imprenditori. Di recente un’alunna, Nelisa, è diventata la leader dello Student Representative Council della sua università. Quando una folla ha minacciato di dar fuoco alla biblioteca, per protesta contro le tasse universitarie, Nelisa ha fatto un discorso pieno di passione, e li ha convinti a tornarsene a casa in modo pacifico.

Sotto molti aspetti i Born Free continuano a non essere liberi. Ma ognuno di loro ha la stessa libertà che ha ciascuno di noi: la libertà di fare le nostre scelte. Quelli che, con un po’ di aiuto, riescono a farle, compiono miracoli.

Richard Mason con alcuni ragazzi della sua Fondazione.
Courtesy Richard Mason- Kay Mason Foundation

Richard Mason è nato in Sudafrica, a Johannesburg, nel ’77, è cresciuto in Inghilterra e vive tra questi due Paesi. Ha esordito a 22 anni con Anime alla deriva, caso editoriale che l’ha reso famoso nel mondo. Grazie al milione e mezzo di copie vendute ha creato a Cape Town la Kay Mason Foundation, per aiutare i ragazzi meno fortunati a studiare e realizzare il proprio potenziale. Ha scritto cinque romanzi bestseller, l’ultimo si intitola Il respiro della notte (Codice).

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