Viaggio a Marfa la città ai confini del Texas che non è soltanto il locus di Prada

Diario di bordo di quella che nel 1880 era solo una fermata per rifornirsi di acqua e che, oggi, è il punto di riferimento sulla mappa di artisti, intellettuali in ritiro spirituale e hippie nostalgici.

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Tim Trad su Unsplash

Come fa una cittadina di neanche 2000 abitanti, a 3 ore dall'aeroporto di El Paso, circondata dal deserto del Trans-Pecos nella parte occidentale del Texas, e priva di qualsivoglia attrazione turistica, a essere divenuta non solo nota al di fuori dei confini della contea di Presidio, ma punto di riferimento sulla mappa di artisti, intellettuali in ritiro spirituale e hippie nostalgici? Il mistero della città di Marfa è tutto qui, in una vallata circondata da campi aridi, dove le mucche pascolano accanto all'Highway 290, il vento soffia raramente, e le strade cittadine, complice la calura senza scampo che le attanaglia per buona parte dell'anno, sono prive di ogni forma di vita. Senza fare sforzi di immaginazione, Marfa ricorda la cittadina del Montana girata in Super 35mm da Wim Wenders in Non bussare alla mia porta: tra le sue strade coperte da un velo sottile di sabbia, gli edifici a mattoncini rossi, e gli abitanti rigorosamente in divisa da cowboy, un attore alla ricerca del suo passato - interpretato da un Sam Shepard maturo e risoluto - torna per ritrovare una donna amata molto tempo prima, una seducente Jessica Lange in divisa da cameriera della tavola calda. In quel film del 2005, a comporre la colonna sonora era stato Bono, che aveva lavorato con Andrea Corr (cantante del gruppo irlandese caro ai reduci dei Nineties, i Corrs) per raccontarne la poesia e i colori, che sembravano usciti da un dipinto di Edward Hopper, con il brano Don't Come Knocking, cantilenante ballata sulle peripezie dei sentimenti.

Martin Robles su Unsplash

Una melodia che potrebbe risuonare tranquillamente anche a Marfa, o forse sarebbe più adatta il canto profondo e nostalgico di Johnny Cash, che aveva dato voce, solo due anni fa, ai travagli interiori di un Harry Dean Stanton novantenne in Lucky, ultimo, e bellissimo film della sua carriera, ambientato nel deserto poco distante da Los Angeles. I paragoni cinematografici abbondano, perché Marfa non è tanto un nome su una cartina geografica molto dettagliata, quanto un simbolo, baluardo di una certa arte contemporanea e minimalista. Quella che nel 1880 era solo una fermata per rifornirsi di acqua, oggi è un punto di riferimento per i creativi sulle orme di Donald Judd, artista che qui arrivò nel 1977, aprendo la Fondazione Chinati nel 1986, in un ex fortino militare, il Fort Russell: al suo interno, non solo sue opere, ma anche installazioni permanenti di altri colleghi, pezzi da novanta dell'arte che conta - quella vera, lontana dalle luci dei red carpet e dalle collaborazioni modaiole - come Dan Flavin, Carl Andre, Don Chamberlain e John Wesley.

Un altro importante centro dedicato alle arti visive e performative è quello del Ballroom Marfa, fondato 15 anni fa e che oggi, tra un documentario di Patricio Guzmán e dj set al tramonto sullo sfondo del deserto, organizza degli Award cinematografici e gala come lo Spaghetti Western (che però si tengono a New York) in collaborazione con maison del lusso, dove si incontrano “figli di” con grande aspirazioni e nuove promesse.

Ma è forse un'altra opera, quella che ha reso Marfa mecca di celeb dall'allure intellettuale, che qui accorrono per regalare alle loro opere musicali e cinematografiche una patina spessa di consapevolezza artistica: l'idea è venuta nel 2005 al duo creativo di Elmgreen e Dragset, che poco fuori dalla città, hanno ricreato, nel mezzo del deserto, un negozio di Prada (ovviamente finto, quello vero si trova a 20 minuti di distanza, nella città di Valentine). Progetto di arte del paesaggio “pop-architettonica”, l'opera è stata realizzata con il beneplacito di Miuccia, il cui sguardo sull'arte contemporanea è sempre attento. Per l'occasione Prada ha infatti concesso il permesso di utilizzare il marchio, rifornendo il negozio con borse e scarpe della collezione autunno/inverno 2005. Beyoncé, non proprio conosciuta per la facilità con la quale concede sé stessa e la sua immagine, ci si fa ritrarre di fronte con un certo entusiasmo, mentre sua sorella Solange si esibisce alla Chinati Foundation, poco distante.

E andando indietro nella memoria, ci si ricorda chiaramente di un quadro che riportava il logo dell'opera, Prada Marfa, nel salotto wasp dei Van Der Woodsen, affluenti newyorchesi dell'Upper East Side, al centro di maldicenze e segreti sussurrati all'intera città, dal profilo di Gossip Girl. Tra vecchi café e food truck invece molto hip, ranch e fondazioni, oggi Marfa vive una dicotomia impossibile altrove, che ne rende necessaria la visita. Tra gli hotel, a sposarne la modernità minimalista è di certo il nuovo Saint George, hall total white e ovviamente molta arte alle pareti. Il relax è in piscina, dove ci si concede cocktail e si discorre, ci si immagina, su argomenti carichi di importanza, mentre in bagno shampoo e conditioner sono courtesy di Aesop, praticamente lo Zygmunt Bauman del beauty.

E quell'aria a metà tra decadenza e noncuranza - raggiunta attraverso un sottile studio di interior design - ce l'ha anche il Thunderbird Hotel, che vuole assomigliare al motel disgraziato di Florida Project - pellicola con Willem Dafoe a fare il manager disincantato di una struttura simbolica del degrado sociale delle periferie americane - e invece, a differenza del film, ha tutte le amenities di rito, tranne una tv, troppo poco adatta alle riflessioni. Sul sito si consiglia con una certa perentorietà di leggersi un libro. I nostalgici della Hollywood che fu, tra balle di fieno rotolanti e pistole facili ad attivarsi, possono fermarsi invece all'Hotel Paisano, dove la leggenda vuole che nel 1956 abbiano soggiornato Elizabeth Taylor, James Dean e Rock Hudson, impegnati sul set del film Il gigante.

Un luogo, questo, che ha ispirato - e come potrebbe essere altrimenti - l'artista californiano John Cerney a creare solo l'anno scorso murales ispirati al film e ugualmente denominati, che ritraggono tra gli altri James Dean con un fucile in spalla, ed Elizabeth Taylor a cavallo, e che oggi trovano posto nel ranch Wyatt, sulla Highway 60, a ovest della città. Infine, chi vuole immergersi in un'atmosfera da esplorazione, può optare per El Cosmico, sulla cui superficie desertica spuntano tepee, caravan e camper dai quali osservare indisturbati la notte stellata, e magari, farsi ispirare, come sembra succeda a tutti quelli che passano di qui.

Se le strade di Marfa sono deserte, entrando in ristoranti e diner sembra di ritrovare lo stesso humus sociale di Brooklyn e Williamsburg: se da Food Shark si mangia in un vecchio bus il brisket, punta di petto cotto al barbecue alla texana, The Water Stop è il ritrovo dei local, gestito da giovani e affascinanti hipster dagli orecchini vistosi e t-shirt stampate che inneggiano a qualche band, ovviamente locale. Tra i piatti nel menù c'è un pollo arrosto con patate dolci di cui si narra la bontà anche fuori dalla contea.

Città dedita alle arti, la musica non è esente: i live e i concerti a Marfa si organizzano spesso al Lost Horse Saloon, atmosfera ricopiata da un film di Sergio Leone, con tanto di animali impagliati alle pareti. Forse tra le tante espressioni artistiche della città, l'unica che conserva un reale mistero è quella delle sue luci, fenomeni di cui l'origine è inspiegabile, al netto di ufologi e osservatori che forniscono teorie improbabili. Si palesano a volte di notte, altre al tramonto, vicino alla Route 67, sullo sfondo ci sono le montagne Davis: appaiono in coppie, a gruppi, e si muovono velocemente, in una danza della quale non si capisce la natura. Si avvistano spesso, dalle 10 alle 20 volte l'anno, tanto da essere segnalate sulle cartine stradali. Nonostante ciò, sarà per via del terreno pericoloso dal quale sembrano arrivare, il Mitchell Flat, o perché l'area è proprietà privata e inaccessibile senza un permesso, nessuno ne ha mai svelato il mistero. Saranno fuochi fatui, forse, e per questa loro natura fuggevole sono entrate di diritto nella mitologia lirica del posto e persino in un testo, No Spare Parts, dei Rolling Stones. “I saw the lights of Marfa, I guess it was a scenic route, when I had to change a tire, I'm glad I wore my western boots” cantava nel 1978 Mick Jagger, raccontando della strada che doveva macinare, attraverso Phoenix e Tucson, per tornare da una lei che chissà, forse non lo aspettava neanche più. Un po' come Sam Shepard in Non bussare alla mia porta. Trasformando quel deserto in un locus: arido di tutto, tranne che di poesia.

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